Stefano Galli




Stefano Galli, nato nel 1950 a Falconara Marittima e cresciuto nella città che cambia sempre: Milano.
Nel corso degli anni della sua vita ha visto tanti cambiamenti, ma una cosa ne ha legato ogni istante: l'amore per il disegno e l'arte.
Laureato in ingegneria presso il Politecnico di Milano, l'artista non mostra nessuno dei classici tratti dell'ingegnere, è di fatti una persona attiva, ricca di fantasia e curiosità.
Negli anni la sua pittura si è sicuramente evoluta, passando per diverse fasi ognuna ispirata da esperienze di vita vissute in prima persona o lette in uno dei numerosi libri che compongono la sua vasta libreria.


studio e archivio, Via Mameli 12, Torino


Grande collezionista, l'artista ama circondarsi di oggetti come sculture, stampe e anche giocattoli.

Non sono enumerabili i parallelismi stilistici richiamati per circoscrivere in un che di già visto la sua pittura: surrealista, metafisica, naïf, realistica, fumettistica eccetera. Deve sicuramente moltissimo a personaggi ben definibili quali Sironi, Hopper, De Chirico, Moebius ed altri.


Stefano Galli è influenzato dalle esperienze di ogni giorno: viaggi, incontri di lavoro, momenti di relax, pranzi, colazioni fungono da spunto per la creazione artistica; ed ecco un viaggio a Napoli che viene distorto in forma concava e convessa, oppure un viaggio in Africa dilatato in ogni dove, o ancora una mattina di noia esasperata dal luogo e dalla monotonia che si distorce. 

Un’arte in continua sperimentazione e approfondimento, dato che Galli persegue sempre l’intento di cercare qualcosa che non è riuscito a trovare. Ingegnere, disegnatore, da sempre serba la passione per il disegno e il fumetto: ed è proprio da un giornalino che emergono i suoi personaggi ingigantiti nelle loro azioni e posizioni, inseriti in location esterne o interne, sempre irregolari, quasi distorti e avulsi dalla realtà, sebbene sia la quotidianità ad averli creati. Figlie di ogni giorno, le opere d’arte di Galli appaiono create da una mano sognante, avulsa dai contesti urbani e la grandezza dell’artista sta proprio in questo: nel plasmare piccoli capolavori di una quotidianità intensificata e ingigantita, quella dalla quale facilmente si scapperebbe. Esasperato dalla figurazione consueta, dilata i protagonisti come risultato di vettori che unendosi creano componenti sempre diverse, dove anche la profondità viene accresciuta esageratamente. La compiutezza dell’opera si attua solo dopo la deformazione e distorsione dell’intera scena: un’arte innovativa e raffinata con pochi paragoni contemporanei.

 

Stefano Galli is influenced by everyday experience: journeys, work meetings, relaxed moments, lunches, breakfasts serves as inspiration for the artistic creation, here is a trip to Naples that get twisted in a concave and convex form, or a journey to Africa enlarged everywhere, or again a boring morning exasperated by the place and the monotony that becomes distorted. A type of art constantly experimented and deepened, since Galli is always pursuing the intention of searching for something that couldn’t be found. Engineer, sketch artist, he has always kept his passion for drawing and comics: and is just from a comic book that his characters emerge magnified in their actions and position, put in outdoor and indoor places, always uneven, almost distorted and detached from reality, even though is the every day life that had created them. Daughters of everyday life, Galli’s works of art appear to be made from a hand that dreams, removed from urban context and the skilfulness of the artist is precisely in this: the modelling of little masterpieces of an intensified and magnified everyday form, from which is easy to escape. Exasperated from the usual representation, he enlarges the characters as results of vectors that joining together, they create elements always different one from another, where also the depth is excessively increased. The perfection of the work takes places only after the deformation and distortion of the entire scene: an innovative and refined art with few contemporary comparisons.



Caccia grossa, cm90x90

Casa di paese, cm90x90

casa popolare, cm50x50

domenica pomeriggio, cm80x80

il vestito della sposa, cm100x100

la guerra eterna, cm50x50

la televisione, cm50x50

l'amministratore delegato, cm 60x60

donna al balcone, cm 50x40



CURRICULUM  Stefano Galli

  • Dicembre 1991 Expoart, Verona
  • Maggio 1992 Galleria Palazzi, Venezia, personale
  • Novembre 1992 Bidart, Bergamo
  • Novembre 1992 Club d'Ars, esposizione all'Eco di Bergamo, personale
  • Settembre 1993 Ambiente Arte, Arona
  • Aprile 1994 Club d'ars, esposizione alla Citibank per l'arte, personale
  • Giugno 1994 Club d'Ars, esposizione Forte Crest per l'arte
  • Febbraio 1995 Esposizione collettiva Il cannocchiale, via Brera-Milano
  • Luglio 1995 Galerie Cigarini, Ginevra, personale
  • Agosto 1995 Collettiva Galeri de arte El Catalejo, Marbella
  • Giugno 1997 Esposizione collettiva, Il Cannocchiale, via Brera-Milano
  • Luglio 1997 Galerie Cigarini, Ginevra, personale
  • Novembre 1997 Galeri de arte El Catalejo, Marbella, personale
  • Dicembre 1998 Artissima, Lingotto-Torino
  • Dicembre 1998 Lineart, Gent-Belgium
  • Gennaio 1999 Artefiera, Bologna
  • Settembre 2000 Europ'Art, Ginevra
  • Ottobre 2000 Esposizione televisiva presso Meeting Art, Vercelli, personale
  • Maggio 2002 Galerie Cigarini, Ginevra, personale
  • Marzo 2006 Galleria Logos, Roma
  • Agosto 2006 Galleria Arte Bersani, Finale Ligure, personale
  • Dicembre 2009 Biennale di Firenze
  • Maggio 2010 L'Arte della Fuga, Accademia della Bussola-Roma
  • Ottobre 2011” Di Africa”, Galleria La Conchiglia, Torino, personale
  • Marzo 2012 “Più falso del vero”, Maschio Angioino, Napoli, personale
  • Aprile 2012 “con il rigore del cuore” Centro culturale Zerouno, Barletta, personale
  • Aprile-Maggio 2012 Vele d'arte per l'america's cup, Napoli
  • Agosto 2012 “Di Africa”, Villa Giulia, Verbania, personale
  • Dicembre 2012 “Apotrepein”, Palazzo delle arti, Napoli
  • Agosto 2013 mostra-evento, Beura Cardezza
  • Novembre 2014, Arte Padova, Padova
  • Dicembre 2014, Maison d’Art, Padova, personale
  • Gennaio 2015, Galleria Wiki Arte Expo 2015, Bologna
  • Maggio 2015, Galleria Accorsi Arte, “ricordi della prossima guerra”, Torino, personale
  • Gennaio 2016, Galleria Wiki Arte Expo 2016, Bologna
  • Maggio 2016 Esposizione ed Intervista televisiva rete 7 “La modella per l’arte 2016” Castelletto Ticino
  • Luglio 2016 Le Dame Gallery, London
  • Ottobre 2016 Esposizione ed intervista televisiva rete 7 “La modella per l’arte” Belgirate
  • Gennaio 2017 Galleria Wiki Arte Expo 2017, Bologna
  • Gennaio 2017, Lingotto collettiva, Torino
  • Maggio 2017, Galleria Wiki Arte, Bologna, personale
  • Novembre 2017 Paratissima 13, Torino
  • Novembre 2017 Grand Art, Milano
  • Dicembre 2017 Spectrum Mimi Fair, Miami
  • Gennaio 2018 Galleria Wiki Arte Expo Bologna 2018, Bologna
  • Febbraio 2018 Arte Genova 2018, Genova
  • Aprile 2018 Fair Art Expo, New York
  • Ottobre 2018 Esposizione ed intervista televisiva rete 7 “La modella per l’arte 2018”, Baveno
  • Novembre 2018 “ricordi della prossima guerra “ presso SERMIG Torino, personale
  • Novembre 2018 Arte Padova, Padova
  • Novembre 2018 “Ambulatorio dell’arte” (go art factory) Torino
  • Dicembre- gennaio 2018/19 Casina Pompeiana, personale

 

DICONO DI LUI

 

Stefano Galli è un poeta visionario, creatore di mondi irreali che hanno la straordinaria capacità di svelarci i segreti prospettici del Reale e la facoltà del <tempo di riavvolgersi su se stesso come in un nastro di Moebius.

Senza fine.

Autore di racconti visivi di eccezionale icasticità tende a sublimare il quotidiano con una fantasia che talora gioca su registri salgariani per creare labirinti visivi in cui ci accompagna per mano in un gioco di rimandi che porta da Escher ai surrealisti, da Roy Lichtenstein a Snoopy.

…Un artista che delega il racconto di sé alle immagini, a una capacità affabulatoria che gioca su un virtuosismo tecnico di straordinario livello per giocare tra fantasia e realtà. Una elaborazione che restituendo visioni che rendono pura astrazione la realtà affranca dal gesto quotidiano ritratto trasformandolo in fiaba.

E lo spettatore, a sua volta trasformato come per magia in una sorte di Alice, si affaccia dietro lo specchio per scoprire un Mondo Altro, una dimensione incognita e inesplorata, dove poter ritrovare lo stupore, la meraviglia, la capacità di leggere tra le righe del concreto per ritrovare tracce di sogno.

E allora l’artista ci trasporta da paesaggi stralunati eppure familiari fino alla cucina, al tinello di una casa borghese, a raccontarci la noia, e poi ci porta in mare, ad esaltarci della potenza e del fulgore di una flotta che solca oceani fantastici, e ancora nei cieli di epiche battaglie combattute da spericolati e eroici aviatori, fino all’Africa selvaggia e misteriosa dei nostri sogni adolescenti…

Galli gioca con la realtà per stravolgerne la visuale, ribadendo un concetto di continuità tra gli opposti, tra il sopra e il sotto, il dentro e il fuori, alfiere di un Pittura capace di affascinare e coinvolgere in calembour visivi, in rebus che richiedono a noi solutori La sola capacità di lasciarsi trasportare al di là dello specchio, dove si confondono e si amalgamano il Falso e il Vero.

Beppe Palomba


E’ difficile associare Stefano Galli ad altri artisti o ad una scuola tanto spiccata è la sua originalità. Ci troviamo di fronte a tematiche espresse con senso geometrico e con soggetti che si rifanno ad un certo verismo surrealista, non privo in alcune opere di effetti cubisti. Una pittura aperta, nella quale le figure e le immagini non risultano sollecitate da fenomeni astratti, quanto piuttosto da uno scandaglio narrativo che rispecchia una individualità del profondo della coscienza dell’artista. Di lui scrive Donato Conenna: “I personaggi e gli interpreti dello scenario posto sulla tela da Galli, vivono una loro età senza tempo: essi possono essere abitanti dei quartieri pop di un hinterland americano o visitatori stanchi di antiche case liberty viennesi o- nondimeno- sono la versione ortogonica dell’umanità eccentrica di Adami.

Certo, in Galli, senza giungere a solenni conclusioni simboliche, anzi concedendosi ad una sorta di elegante, contenuta ironia del “belvedere”, si può “leggere” e quindi assaporare, tutto il dulcamaro che l’immagine nuova e vera invia all’osservatore…”. Questa è la componente più sentita della pittura dell’artista, in quanto rappresenta un nuovo modo di esplorare la realtà dell’uomo all’interno del mondo nel quale esiste e se per un verso ha aiutato la lievitazione del poliedrico cosmo fantastico di Galli, per un altro è stata spunto prezioso di riflessione sulla necessità di un ampio spazio per agire in conformità al proprio dettato interiore, al di fuori dei vari condizionamenti esterni. Questo genere di pittura si avvale di momenti di vita, a volte in una dimensione iperrealista, in certi casi si caratterizza con la visione molteplice di alcuni frammenti di immagini che si ricollegano a numerosi assetti visivi, alla loro interferenza e alla giusta interpretazione dei ricordi, sino a creare nell’ordito narrativo una maggiore ampiezza del tempo e dello spazio che vi appare in forma coloristica vibrante ed accesa, non vincolata da diagrammi preconfezionati. Galli, anche nei dipinti in cui si nota una certa “gangherie”, agisce in una totale libertà, alleata ad un innato senso del colore, dell’equilibrio delle masse, della composizione. Ariel Bionda, presentando nel 1993 una mostra personale dell’artista dal titolo “ La Filarmonica” alla Galleria Nove colonne di Bergamo dice: “…con le tele di Galli si può giocare liberamente con l’immaginazione al di là dei confini della contingente visione…E’ un gusto del comporre particolare, verista, surreale, a tratti metafisico; la scelta tematica (la musica, i musicisti) ben si addice come parallelo agli elementi formali che strutturano l’insieme: il contrappunto del colore, il dialogo delle superfici e, soprattutto, l’insieme fatto di tanti quadri “frammento” che si attraggono tra loro, chiedono spazi, pause, come appunto le note di un’armonia musicale. La sorgente di tutte le opere di Galli penso si possa riscontrare in una indiscussa abilità tecnica: questo è uno degli aspetti salienti della sua dinamica, vigorosa e spontanea insieme; ci rivela la buona qualità di un fare artistico che al di là di reali elementi contingenti, sa cogliere il fremito guizzante di una vitalità duratura che balza viva dalle sue opere. La padronanza del tratto disegnativo gli permette di esprimere il suo variegato mondo interiore, rivelando così una inesauribile capacità di cogliere sempre nuovi aspetti della realtà stessa. La suggestione dei volumi e dei colori lo possiede ma egli sembra piegarla ad un gioco di ordine apparentemente geometrico che si risolve in compiutezza formale e nella accesa incisività coloristica. L’importanza espressiva di Galli come interprete geniale e ironico dello spirito nuovo del nostro tempo, del mondo industriale e del suo dinamismo, di certe tematiche che investono il contesto sociale, dei modi di vita, della concezione narrativa, va riconosciuta. Le sue figure, vivono nel contesto pittorico, libere da ogni costrizione: l’artista cerca di coglierne i momenti salienti nel loro evolversi dinamico; le tinte accese con preferenza dei rossi e dei gialli, i tratti compositivi e le geometrie contribuiscono a creare un insieme surrealista ma anche altamente verista, in senso moderno. Come ben espresso in un brano critico di Claudio Pellegrini, che vorrei citare a conclusione di questo saggio introduttivo: “…I personaggi di Galli sono legati al mondo rutilante e superficiale della pubblicità, dei billboards, cioè con le grandi immagini disegnate su cartelli pubblicitari che fanno da sfondo alle presenze umane in attesa sulla panchina del metrò. L’ immagine di Galli è l’esatto antipodo della pseudo- pittura della persuasione occulta che con i billboards raggiunge i suoi effetti più deliranti: la deformazione della verità con la verità più esasperata.

Guardando i ritratti di Galli così esattamente veri, ci si può chiedere se la tecnica della riproduzione dell’immagine sia una causa o un effetto della pittura che va dal pop all’iperrealismo: ci si chiede, cioè, fino a che punto un autore di immagini iperrealiste sa che l’enfasi del colore più reale del reale, del particolare più fotografico della fotografia, compie un’opera di mistificazione della realtà. Una rappresentazione verista in senso attualistico, dunque, quella di Galli, che conduce alla conoscenza profonda, distaccata e materiale, incondizionata, del viver la realtà. Ergo: più iperrealisti di così, si vive”.

Aldo Picco


Una concezione dinamica della percezione visiva distingue l’affascinante narrazione figurativa del maestro Stefano Galli, dove l’articolato impianto grafico svela una varietà di fermenti ispirativi colti nella realtà trasfigurata nella lirica metamorfosi del reali. Così, nell’alchimia cromatica, tra allusioni e simbologie esistenziali, appare l’inconsueta scenografia meravigliosa del mondo visibile, in un’originale interpretazione surreale che s’inoltra nei meandri dell’inconscio, tra improvvisazioni psichiche, dove le immagini sognanti traducono nei toni brillanti dei rosa smorzati, azzurri luminosi, gialli solari, bianchi screziati e verdi variegati della natura nei trapassi di luce, la vitalità futurista ed un’energia cosmica dell’armonia universale. Ecco che allora, vedute sintetiche di città d’arte che si proiettano dall’alto, paesaggi onirici e personaggi della fantasia, popolano il mondo evocativo di Stefano Galli, che incantano per la magica integrazione tra rigore mentale e fantasia, realtà ed astrazione del reale, dove le immagini approdano a spazi surreali, mentre le prospettive si dilatano a seconda delle emozioni interiori e rivelano nella fervida creatività, la traccia di un ricordo, la memoria di un’atmosfera, il fascino di un sogno. Anche sui volti dei suoi personaggi si delineano attimi celati negli sguardi e nelle pose in una luce avvolgente che opera la simbolica trasfigurazione del reale. Tutto si armonizza nella dimensione sognante, tra giochi prospettici, sovrapposizioni di piani che ci conducono ad una surrealtà, mediante una raffinata lettura simbolica, mentre accentuazioni futuriste presentano effetti dinamici del movimento visivo, attraverso l’intesa emozionalità della forma artistica con slancio liberatorio. Seguendo spontaneamente, quindi, la matrice futurista, da Umberto Boccioni a De Pero, la splendida arte di Stefano Galli si evolve in pura fantasia lirica che traduce sottili mutamenti d’animo, mentre il simbolismo figurativo interpreta sogni archetipi ed allude alle ispirazioni che si cullano nelle armonie naturali, dove le ariose vedute marine, sublimano le immagini nell’avvolgente luminosità che si aprono ad una dimensione fantastica, ma direi spirituale. Metafore, ma vorrei dire anche apologhi morali. La tensione verso il sogno, mentre le immagini si inseguono nel dinamismo visivo, è coinvolgente. Stefano Galli, riesce, mirabilmente a coniugare la sua fuga onirica con una sorta di estrema lucidità, dove un logos euclideo convoglia le sensazioni, i voli dell’anima entro un tessuto razionale. Ecco perché, la geometria diviene una spinta all’immaginazione, dove la prospettiva spaziale che Stefano Galli attua è qualcosa che supera i parametri rinascimentali: essa lievita nella mente, come se nascesse da un’ottica stranita, utopicamente allungata, dove la visione si dilata, aprendosi ad una sovrana limpidezza intellettuale. Una nuova geometria unisce il senso e la ragione, cioè la tangibilità realistica dei soggetti con la luce astratta che pervade le visioni, rivelando con discrezione i riflessi di una percezione visiva che non è solo fisica, ma anche interiore. In tal modo, viene stravolta la nostra percezione del mondo apparente, mentre la pittura traduce nella luce e nel colore diversificate implicazioni sentimentali ed ideali per superare le convenzionalità della vita quotidiana. Alla fine, la scenografia trasognata che si abbandona alle forze del sogno e dell’inconscio nei dipinti di Stefano Galli, mostra un’autentica ed originale interpretazione pittorica svincolata da forme precostituite e da dettami accademici per tradurre l’odierna cultura avveniristica orientata sempre verso nuove forme espressive per un’inedita idea d’arte. Sta qui il pregio nei dipinti del maestro Stefano Galli: le visioni oniriche e surreali superano il mixage culturale che distingue l’attualità, tra ambiguità ed incoerenze per vivere in una realtà visionaria, nell’intensità cromatica le vie dell’immaginario, seguendo un viaggio ideale in una narrazione allusiva, quanto, fantastica in cui aleggia un senso di mistero e magica poesia.

Carla d’Aquino Mineo


Tra reale e iperreale

I fasti della iperrealtà, celebrati col mezzo più “tradizionale” da questa disciplina sono stati amministrati da Galli con appuntamenti a distanza focale quanto mai “studiata” ed efficace. L’icasticità dei lineamenti raggiunge effetti sornioni e paradossali che agli occhi dell’osservazione in disarmo possono apparire come frutto di chi sa quale equazione comportamentistica. L’importante è esistere, essere vivi, vivere realmente, anzi iperrealmente, questi pochi o tanti anni di esistenza che abbiamo davanti. E a ben riflettere, questa prosaica figura iperrealistica di Galli con che altro può essere identificata se non con una icona profana del volto di Dio?

I suoi personaggi sono legati al mondo rutilante e superficiale della pubblicità, dei billboards, cioè con le grandi immagini disegnate su cartelli pubblicitari che fanno da sfondo alle presenze umane in attesa sulla panchina del metrò. L’ immagine di Galli è l’esatto antipodo della pseudo- pittura della persuasione occulta che con i billboards raggiunge i suoi effetti più deliranti: la deformazione della verità con la verità più esasperata.

Guardando i ritratti di Galli così esattamente veri, ci si può chiedere se la tecnica della riproduzione dell’immagine sia una causa o un effetto della pittura che va dal pop all’iperrealismo: ci si chiede, cioè, fino a che punto un autore di immagini iperrealiste sa che l’enfasi del colore più reale del reale, del particolare più fotografico della fotografia, compie un’opera di mistificazione della realtà. Una rappresentazione verista in senso attualistico, dunque, quella di Galli, che conduce alla conoscenza profonda, distaccata e materiale, incondizionata, del viver la realtà. Ergo: più iperrealisti di così, si vive.

Claudio Pellegrini


Tecniche di verità per immagini

C’è una sorta di differenza “etnica”, (absit iniuria vrbis…), tra surrealisti, cultori di situazioni metafisiche e nuovi veristi. La distinzione, nonostante tutte le etichette che possiamo inventare, non è tra le più agevoli. Occorre chiederlo a Magritte,a Delvoux o –per venire dalle nostre parti- a Savinio, a Costantini, o a Guareschi.

Cito questi visitatori di aree reali e surreali, proprio perché essi stazionano (o dire il vero, hanno stazionato) nel bel mezzo tra surrealismo, metafisica e “ nuova realtà”.

Un discorso del genere si attanaglia benissimo a Stefano Galli, artista dei nostri giorni, che non avrà (naturalmente) l’icasmo provocatorio magrittiano, né la genìa delle assurde anatomie del fratello di De Chirico, né il senso angosciante del grigio femminile di Delvaux, né il gusto del comporre “storico” di Flavio Costantini. Non che Galli sia andato alla “ricerca del padre”, per carità, o che si sia voluto sottoporre a esperimenti di clonazione compositiva. Galli, occorre dirlo con molta chiarezza, è restato sempre fedele ad una propria metodologia nuovo-verista, ma anche surreale e qualche volta metafisica, che lo ha portato ad usare tinte forti, con preferenza dei rossi e dei giallo intensi, o comunque, di colori campiti quasi senza increscenze o decrescenze (senza sfumature, cioè), con un impianto narrativo che ha una sua assai incisa valenza grafica. E, ancora, con una scelta tematica che, se è vero sia sfuggente da “enigmi dell’ora”, non certo è lontana dagli interrogativi del calendario.

I personaggi e gli interpreti dello scenario posto sulla tela da Galli, vivono una loro età senza tempo: essi possono essere abitanti dei quartieri pop di un hinterland americano o visitatori stanchi di antiche case liberty viennesi o- nondimeno- sono la versione ortogonica dell’umanità eccentrica di Adami.

Certo, in Galli, senza giungere a solenni conclusioni simboliche, anzi concedendosi ad una sorta di elegante, contenuta ironia del “belvedere”, si può “leggere” e quindi assaporare, tutto il dulcamaro che l’immagine nuova e vera invia all’osservatore. Dal messaggio pubblicitario che abbonda sui muri, al riposo del “neo-ricco”, alle linee prorompenti delle geometrie edilizie. A quali convincimenti occorre dunque arrivare? Si direbbe che lo spazio in cui si dispongono i personaggi dipinti da Galli, più che da una soluzione pittorica, venga da una prospezione da “realtà virtuale”. Cioè, esattamente tutto il contrario di quella “poesia” dell’analisi del circostante, di cui Galli si dimostra notevole espressore.

Donato Conenna


Emanuela Catalano, Docente, Storico, Critico d’Arte

Via Benedetto Marcello 55/A, 50144 Firenze


La prima cosa che si vede in questi grandi dipinti quadrati è l’acceso colorismo che attira indubbiamente lo sguardo del pubblico. Il pittore ha scelto un punto di vista altissimo per mostrarci il mondo componendo grandi tele dove dall’alto individua un’immagine, che è tratta dalla realtà, materiale e spirituale del mondo terrestre.

Il disegno, apparentemente esatto nella geometria prospettica che lo compone, risucchia come un vortice, e così si entra nelle immagini.

E subito siamo attorniati da una serie di citazioni tirate lì come per caso, che sobillano il cuore e titillano le cellule grige. Ma certo che c’è Sironi, ma cosa è che si muove? Ma non era Gauguin quello degli alberi rossi? E l’espressionismo? Diamine c’è anche quello!

Più li guardi questi grandi quadri colorati che volevi ambientare nella camera del tuo bambino per quella gamma di colori così acrilici e così squillanti da irretire l’occhio, più li guardi e più capisci che non sono da bambini, anche se i colori sono così vivaci, se talora guizza la linea del fumetto, anche se pare Pop Art nostrana.

Niente di tutto questo.

Questi dipinti i cui soggetti, riconoscibili, paiono derivati dalla realtà e quindi appartenere ad un realismo trasformato dal gioco e dall’ironia, ma non è così.

Tutto in questi dipinti non si riferisce alla realtà tangibile che ci circonda, ma piuttosto essi sono la reale rappresentazione dell’animo e della mente di un uomo colto e intelligente, che con voce pacata e accento padano, vuole dialogare con noi su contenuti ben oltre il colore, ben oltre la Pop Art.

Di ludico e illusorio non vi è nulla, così come questi di Stefano Galli non sono dipinti vivaci per rallegrare un ambiente anonimo. Sono i frutti della riflessione interiore che attraverso gli organi della fonazione e un linguaggio comune adeguatamente diffuso, permettono agli esemplari della nostra razza, unica tra quelle viventi, di dialogare.

Questo può apparire banale: che l’uomo parla lo sappiamo da un pazzetto.

Cosa pensa di aver raggiunto questo Galli dagli occhi cerulei e dai modi pacati; ha scoperto l’acqua calda?

Ma è proprio dell’acqua calda che abbiamo necessità, nel nostro mondo compulsivo, privo di bellezza se non effimera, privo di fascino se non superficiale.


A prima vista queste grandi immagini dipinte ci fanno comprendere che l’autore vuole invitarci con ironia a viaggiare con lui.

E se l’ironia è il veicolo per leggere e invitarci a seguirlo, è il vivere in tutte le sue sfaccettature quello che Stefano Galli vuole farci vedere con occhio, invece, attento e umano.

Ecco l’umanità, l’essenza interiore dell’animale, bipede implume, discendente dall’Homo Sapiens, questo ci mostrano i dipinti di un Maestro che ci incanta con i colori.


Questa di Stefano Galli pare una pittura di colori, a tutta prima ne sono sicuri tutti.

Eppure non è così, i colori hanno la funzione di attrarre l’occhio e di mantenere il dialogo con i fruitori su un tono non cattedratico, ma lieve e dolce, invogliante, sornionamente vicino ai colori dell’infanzia e delle caramelle che rassicurano e ci fanno riandare a pensieri belli e gradevoli. Le magiche estati in campagna con i nonni, i calzoni corti e le calzette bianche a quindicianni, gli aquiloni, i giochi con i sassi e i legnetti.


Quella di Stefano Galli però, dopo un’apparenza di gradevolissimo e vistoso colorismo, è una pittura di segno.

Di segno perché è la linea guida che, da altezza vertiginosa, ci spinge a leggere la realtà come attraverso la lente di un microscopio il cui vetro però, piuttosto che nitido, gelido e scientifico, è rabescato dal colore e dal calore del sentimento, come quello di un caleidoscopio.


Le linee pigre o fulminee, diritte come raggi o circolari come spirali inevitabilmente ci conducono al centro di un’immagine, trasfigurata dalla mente giocosa e colta dell’Autore che vuole condurci a spasso nella sua filosofia di vita.


Questi dipinti raccontano storie vere, immaginate, pensate, accadute, concresciute, ma lette e trasfigurate dalla mente felice e appagante di un Autore che, pur conoscendo il brutto della vita, serba in sé una fede incrollabile nel valore dell’animo umano e nell’educazione appresa da bambino.

Nelle campagne padane dove i vecchi ripetevano.”Male non fare, paura non avere”; a questa ruspante, faticosa e verde indicazione di vita se ne incrociano altre, antiche e ancor vitali, come le parole dell’Uomo che ha saputo dire: “Chi è senza peccato, scagli la prima pietra”; e ancora come la bionda Pollyanna che attendendo una bambola riceve in dono un pacco colmo di stampelle: “che gioia non averne bisogno!”.

Tanti elementi, ricordati, derivati, desunti, vissuti che hanno fatto sì che Stefano Galli divenisse, con le sue tele, un paladino del bene, una persona che, quotidianamente, nel suo vivere, nel suo dipingere, con la sua forza individuale si oppone al male, arginandolo, con le parole e con i gesti, svilendolo, sminuendolo, scoprendone le trame piccole e grandi che ordisce per intrappolarci, smontandole nei suoi quadri.


Un impegno di vita costante che è un esempio per tutti, vivere ciascuno contro il male, nel nostro piccolo, per esser, tutti insieme, tutti gli uomini del mondo, una forza enorme per vincere il male, per tutti, per tutto il mondo.


La pittura di Stefano Galli, che può sembrare un’esemplificazione di prospettive ad uso degli adolescenti è invece qualcosa di più simile alla poesia sperimentale di Guillaume Apollinaire; i “Calligrammes”; che furono veicolo di crescita per Marinetti che transitando da quei luoghi creò la poesia Futurista, stimolando negli artisti figurativi contemporanei una breve ma intensa stagione Futurista cui la pittura di Galli è, di lontano, imparentata.


Ma attenzione a non dimenticarsi di fare “Chapeau” a Stefano Galli che canta dalle sue quadrate superfici la lode del genere umano, dandoci bellissime, straordinarie, profonde, sornione, visioni del nostro mondo, fuggendo sulle ali di un rosso biplano quando il suo pennello giunge nei pressi del brutto, del cattivo, del male.


Perché Stefano Galli non vuole dare soddisfazione al negativo, che è irrazionale paura, e lui, che ha di base un animus ingegnarius, sa che, se non lo dipinge, non lo raffigura, se immortala solo il bene, pian piano lo scaccerà lontano dalla terra, lontano dall’umanità tutto, dalla nostra vita.


Firenze 6 Settembre 2010 Emanuela Catalano, Copyright www.artemauela.it


Fissati nel tempo da uno scatto fotografico della memoria, i personaggi di Stefano Galli richiamano una serie di movimenti artistici che dall’immagine fotografica si sono mossi per superarla, riappropriandosi una ritrattistica che sembrava esaurita rinnovandola.

Così, l’iperrealismo delle figure, oltre a fermare l’istante entro il quale sono poste (situazione ambientale, atteggiamento corporeo, espressione dei visi), sottintende a volte una vena di sottile ironia mescolata a un tenue sorriso amarognolo.

Uomini e donne “non illustri” si affacciano da scenari di vita più o meno contemporanea, rappresentando se stessi in un teatrino immaginario con ruoli marcatamente definiti e riconoscibili in una moderna “Antologia di Spoon River” figurativa.

Le parole del poeta vengono sostituite dai colori estremamente vivi e squillanti del pittore, dallasua scelta compositiva dove il taglio fotografico, in questo caso si intende l’inquadratura dei soggetti, ha una precisa necessità ai fini della resa espressiva.

Tra le tele di Galli che rappresentano maggiormente la sua tendenza iperrealista è da citare la -iole sul lago e i quattro canottieri con-, istantaneamente fermi a fissare un obiettivo fuori campo, raggelati e irreali allo stesso tempo. Mentre la –coppia di turisti sullo sdraio di un ipotetico Grand’Hotel- con la deformazione delle ginocchia in primo piano, deformazione tipica di una posa molto ravvicinata, accentua il grottesco di una realtà che sembra appartenere ad un certo tipo di vita dove l’apparire è sempre più importante dell’essere. Nell’opera di Stefano Galli la ricerca psicologica trascende l’illustrazione diventando momento di sospensione riflessiva sul rapporto con le tipologia umane che si incontrano ogni giorno.

Fernanda Borio


L’osservatore osservato

Quando uno si trova davanti alle opere di Stefano Galli non può evitare la sensazione di essere osservato dai suoi personaggi. Non è uno sguardo distratto, è intenso, deciso e impertinente. I personaggi di Galli e forse lui stesso, ci studiano, ci analizzano in profondità senza emozione e direi quasi senza pietà. Questa osservazione reciproca ci permette di comunicare con il quadro. Ci fa partecipi della sua atmosfera malinconica, del malessere interno delle sue figure, della desolazione dei suoi paesaggi. L’agitazione che ci produce la sfacciata indifferenza, se mi si consente il controsenso, con cui le figure del quadro posano su di noi lo sguardo ironico, probabilmente sarcastico, ci introduce inevitabilmente nella geografia dell’opera, mediante un famoso artificio usato già dai grandi maestri. In questo modo abbiamo un gioco in due direzioni: da una parte lo spettatore che osserva il dipinto, il quadro, viene a sua volta contemplato da quest’ultimo, mentre il pittore che voleva osservarci mediante la sua opera viene anche lui osservato, e questo è già più comprensibile.

Galli coltiva in un certo modo l’estetica dello statico, malgrado l’inquietante luminosità e vivacità dei suoi colori piatti –di origine pop- estremamente contrastanti che definiscono chiaramente i diversi spazi e producono -almeno a chi scrive – un certo turbamento. Turbamento che ci spinge a tentare di penetrare nella vera natura del quadro, nel suo scopo più profondo. Perché l’artista non vuol farci vedere solo quello che vediamo spontaneamente, vuole farci andare oltre, vuol farci trovare la vera causa di quell’inquietudine, della solitudine angosciante di quei personaggi. Desidera farci esplorare i principi che li fanno muovere in quell’insolita cosmografia. Loro, i personaggi, si aspettano che tiriamo fuori ciò che sta dietro il loro aspetto formale e che ci introduciamo nell’altra parte del loro essere, in ciò che è alla base dell’ordine fisico e morale. Vale a dire nella metafisica delle cose, nella ricerca della natura, delle cause e dell’origine non solo di ciò che è tangibile ma anche di ciò che è ideale, del concetto che abbiamo di ciò che è materiale e ciò che è immateriale, di come percepiamo tutto ciò e dell’effetto che produce in noi.

In quest’ultimo aspetto l’artista non è lontano dalla tradizione metafisica della pittura italiana, ma sarebbe ingiusto classificarlo in modo così lineale e semplicistico. Anche se queste preoccupazioni sono latenti nella sua opera, lo sono nella misura in cui si suppone che possano spiegare le circostanze che muovono il mondo, che di conseguenza condizionano la nostra traiettoria vitale. Ed essendo elementi condizionanti sono trattati con un certo distacco critico.

Il repertorio immaginario di Galli, anche se parzialmente appartiene al surrealismo, solo a volte è onirico, e passa attraverso un filtro chiaramente razionale. Il pittore non esita nemmeno a ricorrere a elementi decisamente imparentati con l’estetica pop quando vuol toccare temi che interessano: la solitudine, la solitudine del potere, la perdita della dimensione umana nella vita urbana o la speculazione. E lo fa in modo molto più aspro di quanto riveli l’apparenza. E ci chiede disperatamente, mediante le sue figure, i suoi personaggi, di essere suoi complici, di unirci a lui nel suo proposito di far riflettere la coscienza collettiva.

In definitiva, e malgrado la prima impressione che potremmo avere, la pittura di Galli è un pittura impegnata, che prende posizioni sui problemi del proprio tempo, del nostro tempo. Le sue tele non sono solo quadri sono strumenti catartici.

José Ma Luna Aguilar


L’arte di Stefano Galli

Stefano Galli è un pittore di grande originalità, un artista eclettico e fantasioso che fa dell’arte un momento ludico. Ludico perché lui stesso ama dilettarsi e divertirsi con l’utilizzo dei colori e delle forme, ludico perché il risultato finale è sempre un tripudio di colori ed elementi di grande simbologia che stimolano l’astante a trovare sempre nuove chiavi di lettura, nuove interpretazioni per queste divertenti composizioni. L’aspetto giocoso della sua arte, comunque, non intacca minimamente l’importanza che la sua arte ha, non intacca il valore artistico delle sue opere né il suo talento. Originale utilizzo dei colori e della materia, riesce a regalare alle sue composizioni una parvenza quasi psichedelica, visionaria ed allegorica; un aspetto distorto della realtà per alleggerire la sua stessa pesantezza quotidiana è la scelta che Galli compie per affrontare il meglio della vita, affrontarla con il sorriso e la spensieratezza surreale della propria mente. Una creatività che valica ogni limite liberandosi da ogni etichetta estetica e stilistica e sottolineando la necessità di ogni pittore, di lasciar fluire ogni idea in totale disinvoltura.

Sandro Serradifalco


Un immaginario album di famiglia

Il nostro vicino di casa, il parente, il collega, il capo ufficio…Sembrerebbe di conoscerli i personaggi di Stefano Galli. In realtà è gente che non è mai esistita, ma vive perché partorita dalla sua fantasia. Egli ama raccontare storie, instaurare un dialogo con le immagini interne che poi prendono corpo felicemente sulla tela. Così, mentre dipinge, queste presenze gli tengono compagnia; ognuno nell’apparente uniformità, è diverso dall’altro; ognuno nasconde una storia e può essere un eroe.

Le dimensioni entro cui Galli opera è quella dell’assurdo, della ricerca di senso nei nostri personaggi quotidiani con il sovraffollamento, la metropolitana, le architetture opprimenti. Il non senso è accompagnato dalla sospensione dell’agire, dalla caducità del tempo, il vuoto, il problema dell’io e dell’identità.

Si tratta di una pittura di colore, non c’è dubbio, forte nei timbri e negli accostamenti, una pittura minuziosa dalle campiture uniformi che si distingue per l’originale taglio compositivo. L’intenzione è anche scoprire le carte di un sistema sociale, pieno di cliché, di stereotipi, fondato sulla apparenza e non sulla sostanza.

A molte cose quindi fanno pensare i dipinti di Stefano Galli, al non senso dell’esistere, alla drammaticità che è implicita in questo non senso.

E’ questo un mondo immaginario che l’artista si crea per difendersi dal vuoto, dal “tuto è niente” che aleggia attorno alla realtà, al senso di follia che con il reale ha strane parentele. Tanto c’è sempre un legame tra i suoi personaggi; il codice è lo stesso benché cambino i soggetti: il gendarme con il suonatore, la persona “comune” con il direttore di filiale, un padre in giacca e cravatta e un reduce.

Tutta gente che indossa un’uniforme, che ha un ruolo, un’identità sociale, ma – pare domandarsi Galli- che senso può avere tutto questo con la verità di una persona?

Generali, educande, una rimpatriata di reduci, un gruppo di canottieri, un gruppo familiare, juna coppia: di loro ci colpiscono le espressioni straniate dei volti, qualcosa in cui tutti a volte ci riconosciamo, l’infelicità, la tristezza , la stanchezza, l’ovvietà.

Stefano Galli con ironia conduce sulla tela un gioco che va oltre la rappresentazione e si carica di significati: ecco che il volto di uno spot pubblicitario può essere altrettanto reale di un volto vero.

Il repertorio di Galli appartiene alla realtà sociale, e dietro il normale quadretto di realtà quotidiana forse la follia tesse la tela. Dove finisce la realtà e dove inizia la finzione?

Stefania Carrozzini

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