Sergio Zagallo



Sergio Zagallo nasce a Campolongo Maggiore (Venezia) nel 1954. Terminati gli studi ad indirizzo tecnico commerciale a Padova, inizia l’attività lavorativa che lo vede impegnato per diversi anni nel mondo della produzione e dell’economia. Per seguire la passione che si era manifestata fin da giovane e che il tempo rendeva più forte, abbandona una sicura carriera per dedicarsi completamente alla scultura e alla pittura.

Si reca più volte all’estero, in Europa e negli Stati Uniti, per aggiornamento culturale, e sotto la guida del maestro Stefano Baschierato apprende la tecnica della scultura in legno e perfeziona la conoscenza della scultura in bronzo.



Tiene la sua prima personale nel 1998 alla Villa Nazionale Pisani di Stra (Venezia) dove, presentato da Paolo Tieto, espone 60 opere tra sculture e dipinti; lo stesso anno, il suo lavoro è esposto nell’ambito di Arte Padova, manifestazione fieristica che lo vedrà presente anche nelle edizioni 2002, 2003 e 2004. Nel 1999 la Galleria Alfa di Mestre ospita la personale Capricci ed enigmi; la sua ricerca attira l’attenzione del critico Paolo Rizzi, che lo presenta in occasione delle personali La materia e l’uomo alla Galleria San Vidal (Venezia, 1999), Una guida al “veder puro” a Villa Breda (Padova, 2000), Variazioni tematiche a Palazzo della Loggia (Noale, 2002) e lo invita alla collettiva da lui curata Nostalgia dell’arte. Pittori e scultori a Venezia al Museo di Sant’Apollonia (Venezia, 2003). 


Nel frattempo, l’artista realizza altre due importanti mostre personali: l’una, intitolata Il paesaggio… l’anima, accolta nel 2000 a Palazzo di Porcia e Brugnera di Oderzo, è accompagnata dalla presentazione di Gabriella Niero; l’altra, ospitata nello stesso anno dalla Galleria Luigi Sturzo di Mestre, viene presentata da Giulio Gasparotti. 

Il biennio 2004-2005, oltre a nuove esposizioni personali e collettive, registra la presenza dell’opera di Zagallo in prestigiose manifestazioni fieristiche europee, quali Lineart a Gent (Belgio) e Art Innsbruck.

Nel corso degli anni successivi, l’artista partecipa in più occasioni con il suo lavoro ad importanti rassegne. inSTABILE 12, a cura di Daniel Buso, viene allestita nel 2012 a Treviso, mentre Human Rights. 

Rassegna di Arte Contemporanea, curata Roberto Ronca, è ospitata nel 2014 negli spazi della Fondazione Opera Campana dei Caduti di Rovereto. Sempre nel 2014, Zagallo è tra gli artisti invitati alla Esposizione Triennale di Arti Visive di Roma, curata da Daniele Radini Tedeschi e presentata da Achille Bonito Oliva.

Le opere di Sergio Zagallo si trovano in permanenza presso gallerie e Fondazioni dedicate all’arte contemporanea, nonché in numerose collezioni private in Italia e all’estero.


Nadia

Paesaggio urbano

confronto

Forza e abbandono

Three standing me

Homeless

Senza titolo senza documenti

10 11 settembre, the big apple


 


anno 2015     Art Now - Oxo Tower Warf - London  


anno 2017        Mutazioni ExAptus Lanificio Conte _SHED  

                          Schio – Vicenza

                          L'OMBRA DEL MOLOCH – Palermo

                          SENZA LOGICA - &and Art gallery – Vicenza


 anno 2018      L'OMBRA DEL MOLOCH – Banca Generali – Torino

                          “io non ti chiederò scusa ..” - Banca Generali – Milano

                                 Artepadova - Padova



Hanno detto di lui


Sergio Zagallo non ha nulla a che fare con arcaici residuati di arte concettuale e povera o con altre espressioni gravide di pretese interpretazioni globali del mondo. Zagallo è isolato. È oggi, benché rispettato dai “circoli ufficiali”  dell’arte contemporanea (e del suo drogatissimo mercato) il “grande solitario”, come lo era stato negli anni Sessanta Domenico Gnoli.

La posizione del preveggente e inconfondibile artefice di Campolongo Maggiore è, infatti, per definizione e, direi per carattere, eccentrica, senza essere periferica, anzi essendo centrale del problema stesso dell’espressione.

In un certo senso agisce in lui il metodo della lezione di Lucio Fontana che arrivò al limite estremo dell’immagine senza uscirne.

Così Homeless, l’installazione di Sergio Zagallo che appartiene alla storia delle spine e delle amare consapevolezze di chi conosce l’infinita vanità del tutto e percepisce che la sola vendetta concessa a un artista è la formalizzazione della tragedia. L’arte, appunto.

Quel senza tetto vestito di stracci è erede della rabbia pitocca del teatro semplice e totale dei “Sacri Monti” di Gaudenzio Ferrari e di Tanzio da Varallo, ma carico di un più di brutalità e di maledizione, di amore e di commozione, da essere un unicum in tutta l’arte nostra contemporanea.

L’umanità vi è occultata e maleodorante, le passioni dure e inconfessabili, la rappresentazione del dolore e della crudeltà scoperta come una sequenza di immagini lancinanti e finali. È la voce di una moralità popolare; ma di un popolo talmente offeso e umiliato da proiettare in situazioni definitive la sua stessa disperazione.

Sergio Zagallo è rigoroso e radicale ma non rinuncia al paradosso, non assume atteggiamenti, predilige l’ironia, il divertimento nella vita e nel dialogo. Il luogo del pensiero è l’opera, supremamente individuale, prima stilema che stile: essa esce insieme dalla mente e dalla mano.

Questa incorrotta fiducia nell’opera, pur senza rinunciare a una totale coerenza sperimentale, è la prova dell’intelligenza rara di Zagallo e del suo progressivo rifiuto delle accademie.

Si può concepire la storia come una catena interminabile ma pazientemente razionalizzabile di eventi; o si può ritenerla una tragedia senza inizio, senza senso e senza fine. Per Sergio Zagallo la verità si identifica con questa seconda ipotesi; ed è una verità che si può scoprire, come un organismo dolorante, solo sotto la pelle liscia e accattivante dell’umana vanità. Sotto il gioco dei grandi e dei piccoli poteri, con cui l’uomo maschera la sua sorda, ma per Sergio infinitamente commovente nullità.

Prof. Andrea Diprè




L'ampia e variegata produzione artistica di Sergio Zagallo è aperta alla pluralità dei linguaggi dell'arte spaziando dalla sperimentazione tecnica e ricerca di nuovi materiali nelle opere pittoriche e nelle sculture, al recupero di oggetti quotidiani nelle installazioni.

Tra le installazioni, gli homeless si impongono di fronte allo spettatore per la loro ambiguità tra realtà e rappresentazione.

Protagonisti sono gli uomini “senza dimora”, che vivono ai margini della società, nelle periferie delle grandi metropoli. Distesi lungo le strade, sui marciapiedi o sulle panchine spesso passano inosservati davanti all'occhio distratto dei passanti, sempre più travolti dallo scorrere frenetico della routine quotidiana. 

Impossibile è invece sottrarsi  alla visione degli homeless di Sergio Zagallo, installazioni isolate dal loro contesto originario che catturano l'attenzione dello spettatore con la loro forza espressiva. L'evidenza realistica delle figure induce ad una fruizione diretta, emotiva, partecipata dell'opera. Il dramma viene percepito con tutta la concretezza del reale e costringe lo spettatore ad una reazione, ancor prima che possa prendere coscienza  del valore simbolico e allusivo della rappresentazione.

Manichini, completamente vestiti di comuni capi di abbigliamento o coperti da sacchi, rappresentano una messa a fuoco sulla difficile realtà  dell'emarginazione e della solitudine dell'uomo nella società contemporanea. Le figure distese in uno stato di abbandono, spesso ripiegate su se stesse, manifestano un atto di rinuncia e di chiusura di fronte  a una realtà che rende vana ogni aspirazione. 

Con il volto coperto, anonime, deludono qualsiasi tentativo di identificazione o di riconoscimento precisi, per esprimere la condizione esistenziale dell'uomo in continua “erranza” alla ricerca della propria identità o di un ideale, in uno scontro tragico con l'indifferenza del mondo reale. È l' “errare” dell'artista e di chi vive per immaginare, per porre questioni e per dubitare, di chi vive secondo un abito di perenne anticonformismo.

Il forte realismo e lo scrupolo rappresentativo, quasi teatrale, permettono a Sergio Zagallo di passare dal significato letterale a quello figurato e simbolico, suscitando la meraviglia e lo stupore dello spettatore. Nel contrasto ambiguo tra realtà e finzione, le opere  si confondono con la vita reale coinvolgendo il fruitore attraverso lo stimolo allusivo della metafora, che oltrepassa la pura visione ed arriva direttamente alla mente. È la rivelazione di un'inedita, quanto scioccante visione della realtà.

Queste opere sono realizzate attraverso il recupero di oggetti reali e quotidiani, spesso strettamente legati al vissuto dell'autore. Tuttavia Sergio Zagallo non rinuncia al “fare tecnico” e manuale: si preoccupa di trattare a più riprese e con molta cura le superfici dei diversi materiali, esprimendo quella costante e intima dedizione al “pratica artistica” che caratterizza gran parte della sua produzione.

Prof.ssa Roberta Gubitosi




Sergio Zagallo è un artista che si è affermato sulla scena contemporanea europea soprattutto grazie alla sua opera scultorea.

I suoi torsi bronzei si ergono maestosi e impassibili grazie alla materia lavorata con maestria, che ricrea delle forme  perfette, evocanti la tradizione classica dell'uomo concepito a metro e misura dell'universo. L'originalità di queste statue emerge dal constatare che i busti non sono uniformi e compatti;  essi sono incisi da dei solchi come se fossero implosi dall'interno. Tali figure da Dei imperturbabili, colpiti da una luce che impietosa li modella in ogni singolo sublime dettaglio, si trasformano allora  in esseri umani feriti, eppure composti. Il contrasto tra la figura classica e l'operazione contemporanea dei tagli denuncia la sofferenza esistenziale dell'animo umano, una sofferenza troppo spesso non esternata, vissuta interiormente e celata dalla banalità del quotidiano. Non si tratta  dell'urlo straziante di Munch, ma di una voce sommessa che rivela la difficoltà dell'individuo di comunicare, la perdita delle certezze, “il crepuscolo degli Dei”. Eppure, nonostante questi torsi siano bucati e lacerati, grazie alla straordinaria abilità dello scultore di plasmarli, mantengono una dimensione aulica : l'uomo, essere  effimero, è pur capace dei più alti slanci di spirito verso l'infinito.

Dott.ssa Elena Galassini



In molte delle sue opere, Sergio Zagallo sembra dare corpo ad un’assenza. È il frequente rimando a questa dimensione tematica a rendere affini, pur nella loro apparente discordanza, i diversi cicli scultorei e pittorici dell’artista. Alla loro distinzione formale, che vede di volta in volta utilizzati il linguaggio figurativo e quello astraente, i materiali “classici” dell’arte e quelli non convenzionali, risponde il reciproco collegarsi dei lavori secondo somiglianze non immediate ma, tuttavia, emergenti nell’analisi della poetica che li ispira.

Il richiamo all’assenza – da intendersi nell’ampio ventaglio dei suoi significati: privazione, mancanza, estraneità – riguarda il versante tangibile e quello intangibile, cioè allusivo, delle rappresentazioni per forme e immagini poste in essere da Zagallo. Si esprime come una concreta  assenza di materia, avvertibile ad esempio nelle fenditure che si aprono nel corpo di numerose sculture, o nella ricercata incompletezza di altre. È indirettamente evocata nella desolante “assenza di identità” delle figure degli Homeless, lavoro tra i più significativi della sua produzione. Viene ulteriormente declinata come lontananza nelle frammentarie, quanto intense, Lettere dal fronte, vergate con parole e disegni da soldati immaginari sulla superficie di semplici sacchi da imballo.


Alcune tra le realizzazioni scultoree comunicano, più nello specifico, l’impressione di sortire da un’ideale ferita, creatasi presumibilmente nella relazione, o nello scontro, tra l’individuo e il mondo. Se tale interpretazione è pertinente, il vuoto che essa comporta, e che l’artista rende percepibile, preesisterebbe alla forma, in qualche misura determinandola. L’estrinsecarsi della ferita costituisce d’altronde la condizione del suo riconoscimento, forse la premessa della sua eventuale rimarginazione. L’opera assolverebbe ad una funzione simile a quella del sogno nella vita psichica o a quella di alcuni miti nelle civiltà antiche: riuscirebbe cioè a tematizzare lacerazioni e ambivalenze situate negli strati profondi della coscienza, fornendo ad esse un “racconto” entro il quale rivelarsi.

Il lavoro di Zagallo si mostra incline, secondo logica, ad una comunicazione di ordine metaforico. È soprattutto attraverso la metafora che diviene praticabile, nella scrittura come nelle arti visive, «prestare un lenzuolo» ai fantasmi altrimenti indeterminati dell’inconscio individuale. 

Ed è ancora in essa, nella sua unità, che la contraddizione può comporsi e assumere senso, rovesciando nell’universale ciò sembra avere natura solo personale. Tra i “territori” che implicano una più ampia possibilità di rappresentazione metaforica vi è quello del corpo, senz’altro da annettere ai riferimenti costanti dell’operare di Zagallo. 

Questi appare anzi essere artista destinato, comunque, a fare corpi, anche nelle occasioni in cui si affida a modalità espressive volte tendenzialmente ad altro tipo di esiti. Un fenomeno questo esemplificato da una scultura come Mercurio, scandita composizione non figurativa che l’autore connette, non senza sorprendere, alla tradizione rappresentativa riguardante la divinità greco romana. 

A suo modo, anche il Paesaggio urbano, fantomatico skyline composto da cinque elementi mobili scolpiti in legno di pruno, conferma la propensione verso forme, materiali e soluzioni riconducibili ad un contesto che, magari con qualche discrezionalità, possiamo definire“organico”.  

Quanto più conferisce risalto alla corporeità, tanto più la scultura di Zagallo mostra una sua distintiva vocazione monumentale. Una qualità in questo caso non relativa all’eventuale imponenza o solennità dei lavori, ma alla facoltà, caratteristica del monumento scultoreo, di irraggiare nello spazio che lo circonda la propria “aura”; di invitare alla contemplazione, incoraggiando, al tempo, una riflessione di ampio respiro. Al raggiungimento di tale risultato non può essere estraneo il valore sovra personale, a volte anche sociale, di cui sono depositarie diverse opere. Se sovente queste nascono, come sostenuto dall’autore, per essere degli autoritratti trasfigurati, è altrettanto vero che presto smarriscono ogni elemento strettamente identificativo o aneddotico. Zagallo non di rado fa perdere loro, letteralmente, la testa, in ogni caso non assegna mai ad alcuna figura un volto riconoscibile: cessando di rappresentare un corpo in cui la persona dell’artefice può specchiarsi, cessano di “appartenergli” in modo esclusivo, per farsi portatrici di un messaggio che riguarda la vita collettiva. Così, nella già citata serie dedicata agli Homeless, trovano una rappresentazione drammatica la solitudine e l’emarginazione. 

Di tali condizioni sono interpreti anonime figure a prima vista dormienti ma, al tempo, pericolosamente somiglianti a salme che il vivere civile avrebbe tumulato fuori dalle proprie mura; con la loro esposizione, l’artista le riconvoca sotto la luce della pubblica attenzione, non senza aver pianificato il loro effetto spiazzante e quasi disturbante. A questi lavori realizzati tra il 2006 e il 2007 il nostro presente regala purtroppo una particolare incisività: essi appaiono aver presagito inconsapevolmente i segni di una crisi economica che, nata nel mondo della finanza, ha poi investito l’intero occidente, radicalizzando i fenomeni di esclusione sociale e offrendo, in qualche caso, anche l’occasione di “giustificarli”.

In precedenza, Zagallo aveva riportato in superficie altri relitti, ovvero una lunga teoria di torsi mutili segnati nel torace da profonde tassellature, i quali palesavano più di un’analogia con i reperti archeologici recuperati nel fondo del mare o nelle viscere della terra. 

Considerato nella sua globalità, il suo percorso espressivo risulta perciò inoltrarsi nella strada come nel museo, riesce a guardare all’esperienza quotidiana come alle pagine dei libri di storia dell’arte, prendendo così in considerazione alcuni dei “luoghi pubblici” in cui, pur tra molte contraddizioni, viene plasmata la nostra coscienza culturale e civile.

Prof. Nicola Galvan

                                                                                  



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