Ritratto di musico


SCHEDA TECNICA

  • titolo dell'opera: ritratto di musico
  • attribuzione: LDV
  • età di Leonardo: 33 anni
  • committente: sconosciuto
  • supporto utilizzato: tavola di legno - pioppo
  • dimensioni: cm 44,7 x 32
  • tecnica: olio su tavola 
  • datazione: 1485
  • stato di conservazione: buono
  • interventi di restauro: 1891
  • opera portata a termine: rimaneggiata
  • attualmente si trova: Milano, Pinacoteca Ambrosiana



1485

Sappiamo per certo che in questo anno Leonardo esegue diversi ritratti relativi a personaggi che ruotano intorno alla corte milanese di Ludovico il Moro, e che frequentano la residenza posta presso il castello Sforzesco e, per quanto riguarda il ritratto di musico, si può affermare che sia stato eseguito con molta probabilità proprio nel 1485.

Quello che non sappiamo con assoluta certezza è chi sia stato il vero committente, come non conosciamo il tempo di esecuzione dell'opera da parte di Leonardo e neppure dove originariamente venne collocato una volta ultimato (se presso il castello stesso o altro luogo). 

Quello che appare chiaro è che il dipinto abbia subito delle modifiche che ne hanno falsato la lettura originale, cosi come lo stesso Leonardo lo aveva in mente e lo ha dipinto. 

Nel corso dei secoli il ritratto di musico non è stato conservato secondo i criteri più adeguati e il legno sul quale è stato dipinto, ha assorbito molta umidità che ne ha causato leggeri rigonfiamenti dello strato superficiale e in certe aree della tavola, ha alterato i colori dei pigmenti originali. 

Dagli esami effettuati sulla tavola, in particolare una pulitura dalle impurità,  è emerso che vi siano stati diversi interventi pittorici nel corso dell'Ottocento, sovrapponendo strato a strato, nascondendo in qualche modo il pigmento originale utilizzato per i colori. 

Una delle prime cose che si notano infatti, è che il ritratto ha uno sfondo nero, quasi certamente rimaneggiato e ridipinto più di una volta in epoche diverse e questo sfondo nero, in origine, non avrebbe dovuto esserci, perchè è assai probabile che il fondo fosse di colore diverso.

Oggi sappiamo che Leonardo avrebbe eseguito dei disegni e delle incisioni in legno per un trattato scritto da Gaffurio: la Pratica Musica. Quest'opera composta  da quattro libri, descrive la musica e i suoi valori come teoria delle proporzioni che la stessa musica nella sua descrizione logica può riprodurre. 


Descrizione del ritratto


Il ritratto e dipinto a mezzo busto con una leggera torsione di tre quarti, girato verso destra e la scelta di dipingerlo con la luce proveniete dalla sinistra, è una caratteristica spesso utilizzata da Leonardo che, proprio attraverso pochi punti -luce, riesce a creare il profilo completo del soggetto. 

Questo dipinto, uno dei pochi ritratti maschili eseguiti da Leonardo, ha molte similitudini con altre opere di Leonardo ,come ad esempio  la Dama con l’ermellino e la Belle Ferronniére: simili sono il taglio, il rapporto della figura con lo spazio e l’introspezione psicologica.

Nel ritratto appare un giovane ragazzo, dall'età apparente tra i 20-28 anni che indossa un copricapo rosso, dai lunghji riccioli ed un abito di qualità non eccelsa. 


Gli occhi

Leonardo disegna gli occhi dando sfogo al particolare, sottolineandone i giochi di luce che colpiscono entrambe le pupille. Particolarmente espressivi sono gli occhi, indagati con finezza fin nelle pupille, con diverso passaggio di luci e ombre. La capigliatura è abbondante e riccia, di colore biondo ricavato con luminescenze dorate. 

L’effigiato è colto in un momento di attesa, aspetta forse di dare il via al suo canto o è intento ad ascoltare il fluttuare delle note. Gli occhi fissano un punto lontano e nello sguardo si coglie una sottile vena di malinconia.

I toni si assestano sui bruni e sul nero dello sfondo, con un tocco di colore nella berretta rossa. 

La forte introspezione psicologica si rifà all'esempio di Antonello da Messina e certifica, col suo spessore, l'autografia leonardesca.

 

Lo sguardo
Lo sguardo è distratto, quasi perso sulla distanza. Sembra in attesa di qualcosa, forse di far ascoltare il suo sonetto o concentrato nell'ascolto delle prime note di una musica. Comunque è uno sguardo attento e fermo che Leonardo sottolinea  attraverso il chiaro scuro delle pupille dando agli occhi la lucentezza nell'osservazione.  In questo ritratto si esplicano diverse ricerche di Leonardo, tra cui quella del “moto mentale senza mani”, in cui particolare rilevanza hanno gli occhi, punto focale della composizione, definiti dallo stesso maestro “la finestra dell’anima”.

cosa sono i moti mentali? come Leonardo scrive nel Leonardo da Vinci - Trattato della Pittura (XVI secolo) Parte terza  


- De' vari accidenti e movimenti dell'uomo e proporzione di membra 366. De' moti appropriati alla mente del mobile Sono alcuni moti mentali senza il moto del corpo, ed alcuni col moto del corpo. 

I moti mentali senza il moto del corpo lasciano cadere le braccia, le mani ed ogni altra parte che mostri vita; 

ma i moti mentali con il moto del corpo tengono il corpo con le sue membra con moto appropriato al moto della mente; e di questo tal discorso si dirà molte cose. 

Evvi un terzo moto che è partecipante dell’uno e dell’altro, ed un quarto che non è né l’uno né l’altro; e questi ultimi sono insensati, ovvero disensati; e si metteranno nel capitolo della pazzia, o de’ buffoni nelle loro moresche. 


Il volto

Osservando con molta attenzione il viso del musico si può notare uno stile del tutto toscano, stile certamente Leonardiano, che impone nei tratti una forma quasi scultorea, come se si trattasse di volto marmoreo.

L'esposizione pronunciata degli zigomi e l'ossatura mascellare messa in evidenza che, insieme al mento scolpito, delinea una presenza ossea precisa. Questa attenzione nella ritrattistica ci ricorda certamente gli studi sull'anatomia del cranio che Leonardo eseguì e portò avanti attraverso lo studio presente nei disegno delle tavole anatomiche. I suoi studi osteologici quindi sono alla base e dell'immagine riprodotta. Per quanto riguarda la capigliatura p è possibile notare le somiglianze con i capelli di un altro ritratto famoso: quello di Ginevra dè Benci. 

 

I capelli
La capigliatura è messa in evidenza con effetti di luce che risaltano a contornare il viso. La chioma fluente è costretta abbondante e riccia, di colore biondo ricavato con luminescenze dorate. I dettagli dei capelli sono assai curati, sia nella distribuzione della luce che nella loro trasparenza (vedi sopra la fronte del musico), e sembrano presi uno ad uno per conferire la giusta tonalità, intensità e colore.


Il naso e le labbra

Appare il naso e le labbra di un possibile viso femminile. Leonardo ha voluto probabilmente ricreare i tratti femminei che non subito vengono notati, ma solo dopo aver parzialmente evidenziato parti del viso. Gli zigomi sembrano meno pronunciati e le forme leggermente più armoniche: se guardassimo il tratto dimenticandoci di osservare il copricapo o meglio, immaginando che il musico non lo abbia affatto, probabilmente ci troveremmo di fronte ad un ritratto femmineo. 



Ma era questo lo scopo di Leonardo? Probabilmente no!

Dobbiamo ricordare che Leonardo non era un ritrattista puro, cioè non riproduceva dalla realtà per copiare, piuttosto creava per suggestionare attraverso la similitudine di ciò che sembrava all'osservatore e non necessariamente a cosa di vero vedeva.
E' certo che si tratti di un ritratto "dal vivo", cioè eseguito con un modello, ma probabilmente il modello stesso, cioè il soggetto del quadro, non era simile al disegno finale in quanto è probabile che Leonardo stesso abbia deciso di far "risaltare" una forma estetica per migliorarne le caratteristiche e creare un effetto di condizionamento identificativo.


La veste

L’abito del personaggio dipinto, secondo gli storici, sarebbe stato dipinto con il colore rosso e non con il nero che oggi ci appare, cosi come alcune modifiche cromatiche sono state apportate anche ai lembi che hanno una colorazione ocra della veste molto diversa dai colori originari.

La veste del musico, non sembra essere riprodotta con novizia di particolari e non fa emergere ricami o incisioni che possano far penare che si trattasse di un vestito particolarmente importante, probabilmente di scarsa qualità del tessuto o comunque assai comune all'epoca da essere considerato tessuto del popolo e non certamente utilizzato da membri della famiglia Sforza o dai Signori di famiglie benestanti della città.

La dipintura delle vesti quindi potrebbe trattarsi di un intervento postumo sull'opera (probabilmente tra il '700 e l'800, ma di questo non vi è alcuna prova documentale), quasi certamente avvenuto dopo la morte di Leonardo. 

E' possibile che sia stato ultimato dai suoi allievi? 

Anche questa potrebbe essere una domanda interessante in quanto non vi sono prove certe. 

A nostro avviso è da escludere che  si trattasse di un intervento prodotto dai suoi allievi lavoranti presso la sua bottega milanese, in quanto lo stesso Leonardo, attento al dettaglio, non avrebbe acconsentito ad una sfumatura del genere o a certe imprecisioni che ben si notano ad occhio nudo.

La produzione di tessuti di lusso non solo per abiti, ma anche per l’arredamento della casa, inizia naturalmente ben prima del Rinascimento, e non è certo limitata all’Italia. È però nell’Italia del Quattrocento che l’esibizione del lusso, la “cultura delle apparenze”, si afferma nelle corti e presso le élites cittadine. 

È evidente però che i vestiti venivano apprezzati per la loro qualità e la loro bellezza, oltre che per il significato sociale che trasmettevano.  Alcune delle tecniche usate per la tintura e la tessitura di stoffe, di cui rimangono esempi nei musei e che vediamo rappresentate sia nei ritratti che nei dipinti di soggetto sacro di questo periodo. I ritratti saranno esaminati più dettagliatamente nella seconda parte.
Un dettaglio non trascurabile quello del colore della veste: i tessuti color rosso erano allora molto costosi, e potevano essere indossati solo da personaggi di spicco.


Chi ha ritratto davvero Leonardo?


Nei secoli l'attribuzione di questo ritratto ha generato, come molto spesso accade per le opere di Leonardo, la convinzione che non si trattasse neppure di un opera del grande maestro toscano, piuttosto il frutto e il rimaneggiamento di un ritratto prodotto da alcuni allievi della sua bottega milanese.
Molti studiosi, dopo attente valutazioni e comparazioni di stile, tratto, luminosità, consistenza dei pigmenti, hanno determinato che la paternità dell'opera è da attribuirsi indubbiamente proprio a Leonardo da Vinci.
Forse Leonardo ha "ritoccato"il ritratto finale dandone una caratterizzazione tipica del suo stile, ritratto che probabilmente per certi aspetti, potrebbe non essere iniziato da Leonardo, ma solo concluso.

Per certo non si può affermare che abbia iniziato il ritratto oppure che lo abbia semplicemente concluso.


Le ipotesi


Sapere con assoluta certezza chi sia il musico ritratto nell'opera attribuita a Leonardo è piuttosto complesso in quanto occorre incrociare molte informazioni di coloro che in quel periodo hanno avuto a che fare direttamente con Leonardo stesso. 
Una delle informazioni dalle quali possiamo partire è che il ritratto è stato concluso a Milano nel 1485. 

In questo momento storico la città di Milano, ma cosi come Lecco, Como, Pavia, è in atto una forte pestilenza e nella città su registrano circa 90.000 decessi.

Cosa accade nel 1485 a Milano?


Come affermano Mariagrazia Tolfo e Paolo Colussi nel loro lavoro sulla storia di Milano, nel 1475 circa appare la carta schematica di Pietro del Massaio, probabilmente derivata da un modello precedente, disegnato tra il 1404 e il 1420. Tale carta non rappresenta il tessuto viario, né l’impianto dei quartieri: si limita a raffigurare esclusivamente le chiese (principali) e i palazzi del potere.

La città di Ludovico il Moro appare circondata dalle sole mura medievali (quelle romane erano state già da tempo smantellate), delle quali sono indicate le porte. Il Castello è disegnato nel suo culmine di bellezza e potenza, con la torre del Filerete che svetta su tutti gli altri edifici.
Milano si è da poco dotata di uno dei più grandi ospedali d’Europa (l’ospedale dell’Annunciata, detto Ca’ Granda, voluto da Francesco Sforza), anche se l’edificio raffigurato nella carta è limitato alla sua più antica parte, la filaretiana, verso S. Nazaro. Per la parte centrale, quella del gran cortile, si dovranno aspettare ancora parecchi anni.


Essendo tale mappa basata su modelli di inizi quattrocento, al posto del Duomo, all’epoca in costruzione da quasi cent’anni, ma ben lungi dall’essere terminato, è rappresentata la cattedrale di Santa Maria Maggiore, a tetti degradanti e con il suo campanile. Si vede molto bene San Lorenzo, con la cupola in rame (colorata per questo in verde), e Sant’Ambrogio coi due campanili, tuttavia privo (chissà perché?) dell’atrio di Ansperto.
Il Massaio ha indicato poi la Curia ducis, cioè il palazzo del potere, e l’Arcivescovado. In alto a destra si nota S. Maria del Carmine, mentre fuori le mura c’è la chiesa di Santo Spirito.


1485, 22 luglio

Daniele Birago, consigliere di Gian Galeazzo Sforza e poi vescovo di Mitilene, amico di Leonardo, incarica con atto notarile i Canonici Lateranensi di costruire la chiesa e il monastero di S. Maria della Passione in un'area del Birago dove c'era già una cappella con la Madonna della Passione. Si presume che lo stesso Leonardo sia stato chiamato per un consulto proprio da Gian Galeazzo insieme a Daniele Birago, relativamente ai progetti per la nuova costruzione verranno messi in atto proprio in quest'anno, dopo l'ultimazione dei lavoro precedenti eseguiti da  Giovanni Battagio. 


1485, 10 ottobre  

Viene eseguita da Vincenzo Foppa, abile un pittore tra i principali animatori del Rinascimento lombardo prima dell'arrivo di Leonardo da Vinci a Milano, la sua opera denominata Madonna del tappeto, eseguita forse per la sagrestia di S. Maria di Brera forse già staccata in precedenza e collocata nella sagrestia (oggi alla Pinacoteca di Brera).


1485, 17 ottobre

Muore Piero Dal Verme.  Era discendente naturale della prestigiosa famiglia di condottieri e feudatari originaria di Verona, famiglia che si stabilì a Bobbio, nell'alto piacentino con ramificazioni a Voghera e Milano, quest'ultima divenuta residenza principale. Ludovico il Moro ebbe relazioni importanti con Piero dal verme e gli fece conoscere proprio Leonardo durante i festeggiamenti cerimoniali presso il castello Sforzesco di Milano.


1^ ipotesi: 


Franchino Gaffurio

Ricoprì la carica di maestro di Cappella del Duomo di Milano dal 22 gennaio 1484 fino alla morte, collaborò con la Cappella dei cantori fiamminghi degli Sforza, ricoprendo anche l’incarico di musicae professor nel ginnasio istituito a Milano dal Moro. Fu lui, infatti, a comporre il trattato Angelicus ac divinum opus, a cui rimandano le parole frammentarie del cartiglio. Leonardo e Gaffurio si dovevano certamente conoscere, ricoprendo entrambi cariche di spicco all’interno della corte sforzesca. 

Oggi sappiamo che tra il 1483 e il 1484, entrò a servizio della corte milanese degli Sforza: al seguito del cardinale Ascanio Sforza, fu probabilmente a Roma nel 1484-85 e a Parigi nel 1489. Formalmente, il compositore era "cantore ducale", cioè al servizio del giovane duca Gian Galeazzo Sforza, ma di fatto il governo del ducato era fermamente nelle mani di Ludovico il Moro, fratello maggiore del duca e reale patrono di Josquin.

Tra 1489 e il 1495 circa, Josquin prestò servizio presso la cappella pontificia a Roma. Dopo alcuni viaggi in Francia, si trasferì per un certo periodo a Ferrara per servire Ercole I d'Este. Per lui scriverà la messa Hercules dux Ferrarie il cui tenor è tratto dalle vocali del nome del committente (è formato cioè dalle note il cui nome contiene tali vocali: Re-Ut-Re-Ut-Re-Fa-Mi-Re, tenendo presente che all'epoca la nota Do si chiamava ancora Ut). Dopo il 1505 si trasferì in Francia, non smettendo comunque di viaggiare. Morì a Condrè-sur-l'Escaut nel 1521.


2^ ipotesi:  


Josquin Desprez (più accreditata)
Altre ricerche hanno ipotizzato che il soggetto del quadro possa essere il compositore franco-fiammingo Josquin Desprez,  trascritto anche Des Prés o Desprès (1450 circa – Condé-sur-l'Escaut, 27 agosto 1521), è stato un compositore franco-fiammingo.  contemporaneo di Leonardo e attivo a Milano. Sappiamo dalle ricerche effettuate che  Josquin Desprez era spesso presso la corte di Ludovico il moro dove era solito incontrarsi con Leonardo e parlare di arte e progetti in quanto lo stesso Leonardo lo riteneva uomo do cultura.
Nacque verso il 1450, probabilmente nei dintorni di Saint-Quentin, in Piccardia. Fu adottato nel 1466 dalla famiglia degli zii Lebloitte, che avevano Desprez come soprannome di famiglia, a Condé-sur-l'Escaut, dove il compositore trascorrerà gli ultimi vent'anni della sua vita. 

È accertato che non fosse nato a Condé, dal momento che l'atto di morte, redatto proprio a Condé, lo dichiara aubain, cioè straniero. Studiò a Saint-Quentin, dove era fanciullo cantore presso la basilica reale. Il primo impiego di cui abbiamo notizia certa è ad Aix-en-Provence tra il 1477 e il 1478, come cantore della cappella di Renato d'Angiò.
Tra il 1483 e il 1484, entrò a servizio della corte milanese degli Sforza: al seguito del cardinale Ascanio Sforza, fu probabilmente a Roma nel 1484-85 e a Parigi nel 1489. Formalmente, il compositore era "cantore ducale", cioè al servizio del giovane duca Gian Galeazzo Sforza, ma di fatto il governo del ducato era fermamente nelle mani di Ludovico il Moro, fratello maggiore del duca e reale patrono di Josquin.

Tra 1489 e il 1495 circa

Josquin prestò servizio presso la cappella pontificia a Roma. Dopo alcuni viaggi in Francia, si trasferì per un certo periodo a Ferrara per servire Ercole I d'Este. Per lui scriverà la messa Hercules dux Ferrarie il cui tenor è tratto dalle vocali del nome del committente (è formato cioè dalle note il cui nome contiene tali vocali: Re-Ut-Re-Ut-Re-Fa-Mi-Re, tenendo presente che all'epoca la nota Do si chiamava ancora Ut).

Dopo il 1505 si trasferì in Francia, non smettendo comunque di viaggiare. Morì a Condrè-sur-l'Escaut nel 1521.


3^ ipotesi:  


Atalante Migliorotti

Si presume sia nato a Firenze nel 1466 e che nel 1483, all'età di 17 anni, fosse presente come allievo nella bottega milanese di Leonardo in qualità di suo assistente. 

Era appassionato di musica e proprio Leonardo sembrerebbe gli abbia insegnato i rudimenti musicali sin musicista. E' assai probabile che Atalante Migliorotti abbia visto il ritratto di musico e probabilmente ha partecipato su indicazioni di Leonardo alla stesura o alla preparazione dei pigmenti e non è da escludersi che abbia partecipato alla dipintura. 

Proprio nel 1483 lo stesso Leonardo decise di fare un ritratto ad Atlante, purtroppo andato perduto.

Leonardo introdusse Atlante come musico  presso la corte di Ludovico il Moro, Duca di Milano, e in particolare su volere di Isabella d'Este, moglie del Duca, per la quale cantò l'omonima parte dell'opera Orfeo presentata a Marmirolo. In questo periodo oltre che ad occuparsi di imparare la musica della quale era diventato un abile cantore, si narra che fosse in grado di e A quel tempo iniziò ad occuparsi anche della progettazione, della costruzione e del restauro di strumenti a corda ad arco ed era abile nel restauro e nella sistemazione di  violini, violoncelli, viole, contrabbassi, nonchè di chitarre e mandolini. Fu quindi riconosciuto come abile artigiano liutaio.

Una delle importanti annotazioni circa il suo operato in qualità di liutaio, riporta la data del 1493, anno nel quale proprio Isabella d'Este, riconoscendo le sue abilità ma soprattutto consigliata proprio dallo stesso Leonardo, decise di commissionargli la costruzione di una piccola chitarrina. Sappiamo qeusto in quanto nel 1505, proprio Isabella scrivendo al marchese di Mantova, indica nella lettera che proprio lo stesso Atlante, giovane liutaio, gli aveva consegnato una bellissima lira composta da 12 corde (chitarrina).



Come si può notare dall'immagine sopra indicata, abbiamo inserito nella figura A, quella che potrebbe essere stata, secondo le nostre ricostruzioni, la chitarra-lyra descritta dalle stessa Isabella D'Este nella lettera al marchese di Mantova. L'immagine della lyra indica lo strumento a sei corde mentre quello a lei donato di corde ne aveva 12.

Nella figura B invece è indicato il progetto di una lyra descritto da Leonardo Da Vinci nei suoi disegni e ricostruito rispettandone le forme  e le proporzioni.
Va ricordato che la lyra ebbe grande diffusione nella popolazione solo a partire dal 1800 e che nei secoli precedenti, quindi anche all'epoca di Leonardo, era diffusa quasi esclusivamente nelle corti e nelle Signorie.


4^ ipotesi: 


Galeazzo Sanseverino

Per molti studiosi il ritratto di musico si riferirebbe proprio a Galeazzo Sanseverino. Ma chi è?

Nasce a Napoli il 12 giugno 1458, appartenne a un ramo secondario della famiglia napoletana Sanseverino di Caiazzo; fu il figlio prediletto di Giovanna da Correggio e di Roberto, quest'ultimo capitano e condottiero a servizio degli Sforza, ma anche dei papi Sisto IV e Innocenzo VIII, per poi passare ai servizi militari degli Aragona e della Repubblica di Venezia. Sappiamo di lui che fu un grande amico di Leonardo e che spesso frequentò proprio a Milano negli ultimi anni del 1400.


1622

Galeazzo Arconati acquistò dagli eredi di Pompeo Leoni diversi manoscritti di Leonardo da Vinci, compresi gli attuali Codice Atlantico e Codice Trivulziano 2162. Con atto del 21 gennaio 1634 donò dodici manoscritti alla Biblioteca Ambrosiana di Milano.

Il Codice Trivulziano fu in seguito da lui scambiato con altro manoscritto; nel 1750 era di proprietà di Galeazzo Caccia e fu acquistato da Carlo Trivulzio.


1637

Forse era stato donato nel 1637 dal marchese Galeazzo Arconati Galeazzo Arconati all'eta di 57 anni (1580 circa – 9 novembre 1649) è stato un nobile e mecenate italiano.  

Galeazzo Arconati, amante dell'arte, è ricordato principalmente per gli interventi presso Villa Arconati, con la creazione di una collezione che comprendeva marmi classici, gessi, dipinti, disegni e libri.


Oppure potrebbe essere il ritratto "del duca Gian Galeazzo Visconti" Figlio di Galeazzo (II) Visconti e di Bianca di Savoia (sorella di Amedeo VI detto il conte Verde) ricordato nella donazione di Federico Borromeo assieme a una fantomatica "Testa del Petrarca" come opere di Leonardo.

Nel XIX secolo venne interpretato come ritratto di Ludovico il Moro, in dittico con quello (presunto) di Beatrice d'Este (inv. 100).


1671

Dai documenti consultati, si può affermare con ragionevole certezza che non si può risalire al luogo esatto dove sia stato conservato negli anni il ritratto di musico, e secondo quanto affermato proprio dalla Pinacoteca Ambrosiana, sembrerebbe che proprio in quest'anno si trovasse presso questa sede, probabilmente conservato in qualche stanza.


1904

Gli uffici di restauro per le arti affidano a Luigi Cavenaghi (Caravaggio, 8 agosto 1844 – Milano, 7 dicembre 1918), abile pittore ma soprattutto  considerato il più importante restauratore della sua epoca, l'intervento di restauro del ritratto di musico quello. Il Cavenaghi si occupò nello stesso periodo, tra il 1901 e il 1908, del restauro del Cenacolo presso la chiesa di Santa Maria delle Grazie e venne chiamato per alcune valutazioni al ritrovamento del furto della Gioconda.


Forse dello stesso Leonardo, così come la mano reggente il cartiglio, cioè Il cartiglio, in generale, è un elemento decorativo (scolpito, dipinto o a stampa) talvolta ad immagine di rotolo cartaceo in parte svolto, che contiene un testo, un titolo, un'iscrizione che appare in basso a destra come appoggiata a un parapetto, secondo la tipologia del ritratto alla fiamminga allora già popolare in area veneta e non solo decise di intervenire con una pulitura e, di conseguenza, con la rimozione di una vecchia vernice applicata probabilmente dallo stesso Leonardo. Con grande meraviglia, venne alla luce un piccolo cartiglio che recava righe e note di una partitura musicale. Si interviene con un restauro del ritratto di musico  e ciò che si nota lavorando con gli ingrandimenti che sotto lo strato di pittura, apparve lo spartito musicaleche contiene la scritta "Cant... Ang...", seguita da una partitura musicale. 

Questo fu il particolare che che riportò gli studiosi a Franchino Gaffurio, maestro di cappella del Duomo di Milano dal 1484 nonché compositore di un "Cantum Angelicum", cioè l'Angelicum ad divinum opus.


1997
La sistemazione attuale (1997) è stata curata da Monsignor Gianfranco Ravasi, dal 2007 è presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, della Pontificia Commissione di Archeologia Sacra e del Consiglio di Coordinamento fra Accademie Pontificie. 

Monsignor Marco Navoni e  l'Architetto Ernesto Griffini, già Vicepresidente dell'Ordine degli Architetti di Milano, Presidente della Consulta Regionale Lombarda, Vicepresidente della Commissione Edilizia del Comune di Milano si è occupato del progetto di restauro integrale della Biblioteca e Pinacoteca Ambrosiana.