- Rinascimento: unità di misura



Impero Romano

In origini sia gli Egizi che i Greci avevano il loro sistema di misurazione ma è solo con le grandi espansioni romane che portarono nei nuovi territori conquistati il proprio sistema metrico, considerato forse il sistema più completo delle misurazioni.

Un sistema in grado di essere capito ed adottato indipendentemente dalla lingua parlata o scritta, composto da segni e simboli di facile comprensione.


La misurazione lineare romana 

Di impostazione antropometrica, era basata sul piede romano (pes), unità divisa o in sedici dita (digiti) o in dodici pollici (unciae). I metrologisti non concordano circa l'esatta lunghezza del piede, ma l'equivalente metrico normalmente accettato è di cm 29,6. Espresso in termini metrici, il dito era pari a cm 1,85, il pollice a cm 2,467; il palmo (palmus), se definito come la lunghezza di 1/4 di piede, era pari a cm 7,4.


Il cubito

Viene citato nell’Antico Testamento, ed è un "sistema metrico" utilizzato già dagli ebrei.  Nel mondo romano viene chiamato cubitus o cubitum, ed era pari a un piede e mezzo (cm 44,4) e, come il piede romano, era più piccolo del suo prototipo greco, che misurava cm 46,3. 


Cinque piedi romani

Formavano il passo (passus), equivalente a m 1,48, che veniva generalmente diviso in quarti (palmipes), pari a un piede e un palmo; dieci piedi costituivano la pertica (pertica o decempeda), che equivaleva a m 2,96.


La spanna 

Misura la distanza tra la punta del dito mignolo e quella del pollice della mano aperta. In queto caso è definita anche mezzo cubito. 

Lastra pubblica di misurazione in vigore nella città di Senigallia, 1490


Nel Medioevo

Le misurazioni nel periodo medioevale sono piuttosto soggettive in quanto manca un vero rapporto di misurazione unitaria in grado di definire in maniera univoca la lunghezza, il peso, il volume delle cose.

Ogni regione o territorio italiano infatti, adotta un proprio "sistema di misurazione" che varia da città a città, da bottega a bottega e da tipologia artigianale a quella commerciale.

Di fatto per tutto il corso del Medioevo misure di capacità, peso, lunghezza e valuta cambiano ad ogni cinta muraria, e per capirci qualcosa bisogna ogni volta sottoporsi a complesse operazioni di conversione. Per fare qualche esempio: 

Esempi di controvalore nelle diverse città italiane

  • 100 lire grosse di Venezia fanno 147 lire a Genova
  • 100 lire sottili di Venezia ne valgono 96 a Genova
  • 100 canne di Genova a Venezia corrispondono a 35 braccia
  • 1 lira d’argento veneziana a Pisa fa 13 once
  • 1 marco d’argento veneziano fa 9 once e 3 denari di Genova 
  • 1 oncia e 20 carati e un quarto di Genova. 

Certo, va detto anche che, così come avviene con la misura del tempo, il problema non si pone nemmeno per l’uomo medio, che passa tutta la vita all'interno del suo villaggio, mentre per gli addetti ai lavori è parte del proprio mestiere. D’altra parte anche all'interno dello stesso contesto le cose si misurano in modo diverso: la botte è un’unità di misura che cambia a seconda che sia “rasa” o “colma”, ma anche il contenuto fa la differenza: il moggio di avena contiene 240 staia, ossia 2601 litri, ma se è di frumento sono 144, ossia 1561. Il moggio di vino “su feccia” è ben diverso da quello senza deposito: e un moggio di vino vale appena un decimo del moggio di avena, mentre la Gia greca corrisponde a 1.638 metri e la Gia agraria equivale 4,75 ettari.


I tre chicchi d'orzo

Per tutto il Medioevo esso venne definito come la lunghezza complessiva di tre chicchi d'orzo di misura media accostati l'uno all'altro.

Queste definizioni erano più tentativi medievali di comprendere visivamente o mentalmente le unità di misura introdotte per legge che frutto di una pratica reale, dal momento che ogni unità di misura era basata in realtà sulla distanza tra le tacche di una barra lineare campione. 


La iarda o verga

Verge, questo secondo nome preso in prestito dal francese, era pari a trentasei pollici (cm 91,4) o tre piedi e generalmente corrispondeva ai 4/5 di auna (ell), a sua volta pari a quarantacinque pollici (m 1,143), sebbene il termine ulna, mutuato dal latino medievale, venisse usato ambiguamente tra i secc. 12° e 14° per indicare anche la iarda, specialmente in documenti relativi a costruzioni. L'adozione delle stesse denominazioni per differenti unità di misura rappresenta peraltro una diffusa caratteristica della m. architettonica medievale.

Per misurazioni più ampie vi erano cinque unità di misura principali.


Il cubito (cubit) 

In origine la distanza dal gomito fino all'estremità del dito medio - era generalmente ritenuto pari a diciotto pollici (cm 45,72) o a sei palmi o a due spanne.


La spanna (span)

Altrove chiamata anch'essa palmo, ma indicante in origine la distanza tra la punta del dito mignolo e quella del pollice della mano aperta e considerata equivalente a mezzo cubito, venne uguagliata a nove pollici (cm 22,86).


Il palmo 

In origine l'ampiezza di una mano a esclusione del pollice - equivaleva a 1/3 di spanna o a 1/6 di cubito; basato su di un piede di dodici pollici, esso veniva fatto corrispondere a tre pollici (cm 7,62).


Il passo

Era pari a metà del pace o a due piedi e mezzo (cm 76). L'unità di misura più importante in campo edilizio nelle Isole Britanniche come negli altri paesi dell'Europa occidentale fu la pertica (perch), talora di sedici piedi e mezzo o di cinque iarde e mezzo (m 5,029), anche se vi furono numerose varianti che oscillavano dai nove ai ventotto piedi (da m 2,743 a m 8,534).


L'oncia 

Era diffusa in tutti i territori italiani ed è esempio di un'unità interregionale, con più piccoli calibri espressi in minuti, ottavi e punti; in termini metrici essa variava tra cm 1,86 e cm 5,85, ed era equivalente a 1/12 di piede. 

Il palmo 

Anch'esso largamente usato come unità di misura interregionale. Non aveva sottomultipli prestabiliti, ma veniva diviso in numeri diversi di once, parti, quarte di soldi, in ogni caso, esso variava da cm 12,50 a cm 29,18. 


Il piede 

Di solito di dodici once - variava tra cm 22,3 e cm 64,9. 


Il braccio semplice

Di comunissimo uso nell'Italia centrosettentrionale, misurava da cm 52 a cm 69.

Il doppio braccio 

Variava generalmente tra i cinque e i sei piedi, da m 1,115 a m 3,894. 


La canna, chiamata altrove pertica o trabucco 

Era generalmente divisa in un numero differente di braccia, palmi, piedi od once. In palmi, la canna variava da quattro a dodici unità, vale a dire da m 0,996 a m 3,148; nel caso venisse divisa in sottomultipli più grandi, la misura della canna poteva estendersi fino a m 7,851. Il passo - anche sinonimo di pertica, canna, cavezzo, ghebbo - oscillava perlopiù tra m 0,670 e m 2,02. 

Il passetto - un passo più piccolo 

Attestato nell'Italia settentrionale e centrale e in Sicilia, variava da m 0,516 a m 1,474 con numerose divisioni in sottomultipli. 


Il trabucco

In uso nell'Italia settentrionale e in Sardegna, generalmente pari a sei piedi, con numerosi sottomultipli e variazioni locali, oscillava tra m 2,611 e m 3,243. Nelle regioni germaniche del Sacro romano impero, che arrivò a includere anche l'Austria e la Boemia, il pollice (zoll) variava da cm 2,4 a cm 3, il piede (fuss) da cm 25 a cm 36, l'auna (elle) da cm 57 a cm 82, la tesa (klafter) da m 1,72 a m 2,50, la pertica (rute) da m 2,86 a m 4,67. 


Lo staiolo romano

Consisteva in quattro piedi e 1/16 (m 1,285) o in cinque palmi e 3/4.


Lo spazzo piemontese

Esempio di unità di misura locale che non venne mai adottata altrove - veniva diviso in braccia, piedi, ottavi e once e variava da m 1,785 a m 1,983.


Bibliografia: 

  • A.J.P. Paucton, Métrologie, ou traité des mesures, poids et monnaies des anciens peuples et des modernes, Paris 1780; 
  • A.M. Triulzi, Bilancio dei pesi e misure di tutte le piazze mercantili dell'Europa, Venezia 1803; 
  • P. Kelly, Metrology, London 1816;
  •  id., The Universal Cambist and Commercial Instructor, 2 voll., London 1821; 
  • C. Afan de Rivera, Tavole di riduzione dei pesi e delle misure delle Due Sicilie, Napoli 1840;
  •  H. Doursther, Dictionnaire universel des poids et mesures anciens et modernes, Antwerpen 1840; 
  • F. De Luca, Metrologia universale, Napoli 1841;
  •  G. de Thionville, Tavole delle monete, pesi e misure dei principali paesi del globo, e de' principali popoli dell'antichità, Napoli 1848; 
  • J.H. Alexander, Universal Dictionary of Weights and Measures, Baltimore 1850; 
  • Tavole di ragguaglio fra le misure e pesi dello Stato Pontificio colle misure e pesi del sistema metrico, Roma 1857; 
  • C. Noback, F. Noback, Münz-Maass- und Gewichtsbuch, Leipzig 1858; 
  • E. Cavalli, Tables de comparaison des mesures, poids et monnaies anciens et modernes également comparées avec le système métrique moderne, Marseille 1869; 
  • Tavole di ragguaglio dei pesi e delle misure già in uso nelle varie provincie del regno col sistema metrico decimale, Roma 1877; 
  • J.J. Bourgeois, Nouveau manuel des poids et mesures, 2 voll., 
  • Paris 1879; A. Martini, Manuale di metrologia, Torino 1883; 
  • F.W. Clarke, Weights, Measures and Money of All Nations, New York 1888;
  •  L.C. Bleibtren, Handbuch der Münz- Maass- und Gewichtskunde, Stuttgart 1893; 
  • A. Lejeune, Monnaies, poids et mesures des principaux pays du Monde, Paris 1894; 
  • R. Klimpert, Lexicon der Münzen, Mässe, Gewichte: zählarten und zeitgrössen aller Länder der Erde, Berlin 1896; 
  • A. Blind, Mass-Münz und Gewichtswesen, Leipzig 1906; 
  • P. Guilhiermoz, Note sur les poids du Moyen Age, BEC 67, 1906, pp. 161-233, 402-450; 
  • Angelo Martini: Manuale di metrologia, ossia misure, pesi e monete in uso attualmente e anticamente presso tutti i popoli, Torino, 1883
    Alberto Arecchi: La leggenda di Liutprando e il piede liprando
  • E. Nicholson, Men and Measures: a History of Weights and Measures: Ancient and Modern, London 1912;
  •  P. Guilhiermoz, De l'équivalence des anciennes mesures, Paris 1913; 
  • M.A. Grivel, Les anciennes mesures de France, de Lorraine et de Remiremont, Remiremont 1914; 
  • P. Guilhiermoz, Remarques diverses sur les poids et mesures du Moyen Age, BEC 80, 1919, pp. 5-100; 
  • W.H. Prior, Notes on the Weights and Measures of Medieval England, Archivum Latinitatis Medii Aevi 1, 1924, pp. 77-170; 
  • F. Edler, Glossary of Medieval Terms of Business: Italian Series 1200-1600, Cambridge (MA) 1934; 
  • A.E. Berriman, Historical Metrology: a New Analysis of the Archaeological and the Historical Evidence Relating to Weights and Measures, London 1953; 
  • H.J. Alberti, Mass und Gewicht: geschichtliche und tabellarische Darstellungen von den Anfängen bis zur Gegenwart, Berlin 1957; 
  • F.G. Skinner, Weights and Measures: their Ancient Origins and their Development in Great Britain up to AD 1855, London 1967; 
  • P. Grierson, English Linear Measures: an Essay in Origins, Reading 1972; R.E. Zupko, British Weights and Measures: a History from Antiquity to the Seventeenth Century, Madison 1977; 
  • id., The Weights and Measures of Scotland Before the Union, Scottish Historical Review 56, 1977, pp. 119-145; E. Fernie, Historical Metrology and Architectural History, AHist 1, 1978, pp. 383-399; 
  • R.E. Zupko, French Weights and Measures Before the Revolution: a Dictionary of Provincial and Local Units, Bloomington 1978; 
  • id., Italian Weights and Measures: the Later Middle Ages to the Nineteenth Century, Philadelphia 1981; 
  • id., A Dictionary of Weights and Measures for the British Isles: the Middle Ages to the Twentieth Century, Philadelphia 1985; 
  • R.D. Connor, The Weights and Measures of England, London 1987;
  • R.E. Zupko, Weights and Measures, Western European, Dictionary of the Middle Ages 12, 1988, pp. 582-596; id., Revolution in Measurement: Western European Weights and Measures Since the Age of Science, Philadelphia 1990; 
  • H. Witthöft, Deutsche Bibliographie zur historischen Metrologie, St. Katharinen 1991.R.E. Zupko