Tecnica dell'encausto


IV secolo a.C. 

Aristide di Tebe è stato un pittore greco antico, molto probabilmente fratello di Nicomaco. Secondo i testi giunti sino a noi, fu l'artefice della prima forma di pittura "introspettiva", mirata a far emergere lo spirito e l'anima dell'uomo. Fu in grado di riprodurre nei suoi disegni e ritratti, quelle espressioni di vita quotidiana come la fatica, il dispiacere, l'oblio. 

Le sue opere erano frutto di osservazione dei suoi contemporanei e i suoi soggetti, forse per la prima volta nella storia della pittura, non ricalcano visi o fasti di uomini famosi all'epoca, piuttosto il suo tratto ripercorre quell'anonimo individuo di tutti i giorni, sconosciuto e di scarso interesse, ma al quale lui presta la sua attenzione e indagine esplorativa alla ricerca continua di una normalità che per lui diventa la vera essenza emozionale da esprimere attraverso il colore.

Tra le sue opere vi è quello dove è ritratto sullo sfondo una città, oramai messa a ferro e fuoco, che è in procinto di cadere nelle mani delle popolazioni nemiche. Al centro è evidente una donna, probabilmente una madre, che mentre giace a terra oramai senza vita, stringe al suo ventre un fanciullo, probabilmente il suo piccolo figlio, che aggrappato alla madre, afferra la mammella per nutrirsi del suo latte, forse misto al sangue della stessa madre.

Si narra che lo stesso Alessandro Magno, vedendo questa rappresentazione pittorica fatta di colori esplosivi e coinvolgenti, decise di acquistarlo per 100 talenti, la moneta dell'epoca, per portarlo con sè nella città di Pella intorno al 338 a. C. subito dopo la distruzione della città di Tebe.

Sembrerebbe che proprio quest'opera sia stata la prima con la quale venne utilizzata la tecnica dell'encausto.


Periodo 30 a.c.

Successivamente all'episodio di Alessandro Magno, si trovano tracce di questa tecnica che ci portano alla civiltà Egizia d'età romana, quando l'Egitto, dopo la morte di Cleopatra, diventa territorio acquisito da Ottaviano Augusto.

Nel secolo scorso dopo molte ricerche sono stati portati alla luce molti reperti, circa 600 ritratti funebri, estremamente curati nel dettaglio, dipinti direttamente su tavole di legno molto duro, come ad esempio quello di tiglio, sicomoro, quercia, cipresso, cedro, fico, la maggior parte importato dall'Asia minore. 

Alcuni dei ritratti sono dipinti da entrambi i lati e, molto probabilmente, alcuni di essi sono stati fatti quando la persona era ancora in vita.

Questi ritratti erano dipinti direttamente sui sarcofagi altri invece riproducevano, su piccole tavolette,il volto del defunto o dei suoi cari. 

L'encausto (o incausto) è un'antica tecnica pittorica che veniva applicata non solo sulla parete (utilizzata anche da Leonardo da Vinci che vedremo nel proseguo della pagina), ma anche su materiali diversi come ad esempio sul marmo, terracotta, legno, avorio e sulla tela.

I pigmenti vengono mescolati a cera punica, una cera d'api saponificata proprio per utilizzarla in maniera più fluida che veniva preparata facendo bollire varie volte la cera d'api dentro l'acqua di mare e poi, raggiunta l'ebollizione, si aggiungeva il nitrum, una miscela costituita principalmente da carbonato di sodio e idrossido di sodio, per creare una amalgama consistente che fungeva da collante naturale.

L'impasto una volta raggiunto il suo livello di amalgama, veniva posto dentro un contenitore molto ampio riscaldato da un braciere alimentato da carbone e fascine, in modo tale da riportarlo ad uno stato il più possibile liquido, uno stato necessario per poterlo distendere sulla superficie da dipingere.

Raggiunto uno stato semi-liquido si procedeva con la "stesa" col pennello o, più spesso, una piccola spatola.

I ritratti possono essere suddivisi in due gruppi a seconda della tecnica utilizzata (encausto o tempera a base di uovo). Non mancano tuttavia esempi di utilizzo di altre tecniche, a volte ibride.

Con la tecnica dell'encausto utilizzata per dipingere i ritratti, si otteneva un effetto cromatico decisamente vivo e brillante, tanto da rendere l'immagine dipinta molto simile al vero. 

Sono stati usati addirittura "le foglie d'oro" per sottolineare i gioielli portati dal defunto, come ad esempio piccoli orecchini e bracciali, compresi alcuni collari in oro particolarmente decorati. 

La bellezza di questa tecnica si evince anche nel vedere alcuni ritratti fatti direttamente sulle tele e sulle bende che avvolgevano le mummie, ove vi era raffigurato il volto del defunto, cosi come è possibile ammirare presso il Museo Egizio del Cairo e al British Museum. 

La cura del volto era fondamentale per gli egizi, che vedevano nel viso dell'essere umano, il potere simbolico della sua forza e in modo particolare nei suoi occhi, considerati lo specchio profondo della coscienza.


L'encausto a Pompei

Anche nella città di Pompei vi sono tracce di questa tecnica, cosi come testimoniato anche da Plinio il Vecchio nei suoi scritti rinvenuti all'interno di una casa pompeiana.

Descrive alcune opere pittoriche su parete, presenti proprio in città, che descrivono momenti della vita pompeiana e ne rimane affascinato per l'utilizzo dei colori e per l'impatto cromatico che essi producono. 


Traduzione del testo di Plinio, ripresa anche da Vitruvio, della tecnica dell'encausto

I pigmenti venivano mescolati con colla di bue, cera punica (ovvero cera vergine fatta bollire in acqua di mare) e calce spenta, per sgrassare la colla: si ottiene una tempera densa, da diluire eventualmente con acqua. Una volta asciutta la tempera, la si spalmava con cera punica sciolta con un po' d'olio. Si scaldava quindi il supporto o con un braciere o con il cauterio, per far penetrare la cera fino al supporto. Infine, si passava alla lucidatura con un panno tiepido.


Le tecniche di pittura Pompeiane


  • La pittura a fresco: eseguita su intonaco di calce fresca con colori macinati e diluiti in acqua.
  • La pittura a tempera: eseguita diluendo i colori in solventi collosi e gommosi, con il rosso d'uovo e la cera.
  • La pittura ad encausto: eseguita con colori miscelati con la cera.

Affresco Pompeiano creato con tecnica dell'encausto


La storia quindi ha portato sino a noi queste rappresentazioni e queste tecniche come appunto l'encausto e molto spesso, questa tecnica può essere confusa in quanto nel tempo altri artisti hanno operato sovrapposizioni con diverse tecniche da quella originale, sperando di interrompere il lento movimento di corrosione dei pigmenti, creando quindi difformità nei pigmenti e nelle tecniche.


La tecnica dell'encausto prevede tre tipologie di utilizzo:


  1. Lo stiletto
  2. La scavatura
  3. La scioglitura


1. Metodo dello stiletto

Si procedeva con la preparazione dei colori (polverizzati) e si univa una parte di cera, molto spesso resina di gomma, in modo tale da ottenere una miscela semi solida. La miscela veniva presa con lo stiletto e poggiata su piccolo braciere fino a renderla semi-liquida e con la spatola, detta appunto stiletto, e si procedeva con la "stesa" dei colori, e lisciandoli sulla parete o sul muro, con lo scopo di miscelarle direttamente con diversi passaggi. 

Gli stiletti avevano diverse forme in funzione del loro scopo: vi erano gli schidioncini di metallo, da una parte appuntiti per incidere i perimetri delle forme da disegnare sul colore, dall'altra piatti o conici o a cucchiaino, per appiattire e far aderire il colore sulla superficie. Si procedeva quindi, a seconda delle esigenze, a plasmare il colore sul muro, a lasciarlo raffreddare ed eventualmente inserire modifiche che dovevano essere fatte entro poche ore dal raffreddamento.


2. Metodo della scavatura

Questa tecnica veniva utilizzata soprattutto per la lavorazione sull'avorio.

Si scaldava lo stiletto portandolo ad alta temperatura sino a quando la sua estremità diventava rovente e si incideva l'eventuale disegno fatto precedentemente sulla parte di avorio, con gesti lenti e forzati al fine di creare righe profonde, simili a scanalature, che producevano leggere bruciature nei bordi al passaggio della punta. In questo caso, il colore che non copriva tutta l'area del disegno ma solo i suoi contorni, era composto anch'esso da cere semi solide precedentemente spalmato sull'avorio, a contatto col calore si fissava.


3. Metodo di scioglitura

Venivano messi i pigmenti colorati, anch'essi polverizzati in precedenza e miscelati a resine naturali, sopra un piccolo braciere che aveva il compito di scaldarle e portarle ad una temperatura sufficiente per il suo utilizzo con un pennello, molto spesso fatto da peli di animale, spesso cinghiale o pavone.


Leonardo da Vinci e l'encausto: un totale fallimento

Nel periodo rinascimentale, pochissimi artisti hanno utilizzato la tecnica dell'encausto per il fissaggio dei colori sulla parete, preferendo il più classico affresco.

Leonardo da Vinci, al contrario dei suoi contemporanei, decise di affrontare questa tecnica per dipingere presso la sala dei cinquecento del palazzo della Signoria di Firenze, la famosa Battaglia di Anghiari.

Pier Soderini Gonfaloniere della città di Firenze, decise di far dipingere il salone dei cinquecento da due dei più grandi artisti del momento e, dopo diverse consultazioni, i nomi che emersero furono solo due: Leonardo da Vinci e Michelangelo Buonarroti.  

Abbiamo chiesto al Maestro Paternousto, uno dei massimi esperti italiani della tecnica ad Encausto, il suo punto di vista circa l'esecuzione di Leonardo.

Anche il Genio assoluto come Leonardo resta indifeso dalla sfortuna. La sfortuna è quel rivolo di acqua anziché invadere l’orto va diretto al mare.

Qualcuno molto vicino alla conoscenza della tecnica pittorica dell’Encausto doveva pur scrivere e divulgare la sua esperienza su questo annoso mistero mai scritto e divulgato su libri, dai tempi antichi a oggi. 

La tecnica coinvolge in pratica, il misterioso trasporto del calore con il fuoco sulle stesure tramite i Cauterii. 

Saper formulare la cera d’api che deve assolutamente contenere i i seguenti requisiti di: 

  • trasparenza
  • resistenza al graffio 
  • e buona lucidatura, 
  • resistenza al calore 

Proprio la resistenza e l'esposizione a forti fonti di calore, quasi sempre oltre 60 gradi necessari per lo scioglimento della stessa, contenere con il calore i colori fissati senza creare con il riscaldamento la sovrapposizione e dilagamento con colori già eseguiti. Occorre pensare alla compatibilità con supporti bagnati come l’intonaco adatto per l’affresco e supporti asciutti o rigidi come, marmo, tela, cotto, carta, legno, gesso e altro. 

Ottima mescolanza con tutti i colori naturali anche di quei colori difficili da dominare con l’affresco del tipo: cinabro, nero avorio o di vite, alizarina, minio, bianco di piombo o titanio eccetera. 


C
hi fu il primo a dipingere con la cera passandoci sopra il fuoco. 

Questa domanda ce la poniamo da secoli compreso l’antico popolo Greco in età Classica. 

Non sappiamo chi abbia ideato l’encausto, enkaustos in greco, encaustus in latino, ovvero il dipingere a cera passandovi sopra il calore con apposti arnesi metallici detti cauterii. 

Taluni credono invenzione di Aristeides poi perfezionata da Prassitele. Si parla anche di Pamphilos, maestro di Apelle, ricordato per aver dipinto encausti, ma anche per averne insegnato la tecnica. Poi Plinio il Vecchio nella Naturalis Historia ricorda l’uso che ne fecero altri grandi artisti greci del IV sec. a.C., quali Apelle, Pausias, Polignoto di Taso, Kydias, ma non menziona l’origine o la provenienza della tecnica .


Allora quale popolo del Mediterraneo mosse i primi passi con la cera ? 

 L’Encausto riaffiora nel Rinascimento a Firenze nel 1503 quando la Signoria decide di celebrare le vittorie di Anghiari e di Cascina con due dipinti commemorativi da farsi a Palazzo Vecchio sulle pareti del Salone dei Cinquecento. 

A tale scopo il Gonfaloniere Piero Soderini incarica due artisti locali: Michelangelo Buonarroti che gli viene assegnato la battagli di Cascina a Leonardo quella di Anghiari. Succede che Leonardo ha letto Plinio nella prima traduzione in italiano della Naturalis Historia tradotta da Lorenzo Ghiberti, l’autore delle porte del Battistero di Firenze. 

Leonardo per sbalordire il rivale Michelangelo e tutta Firenze, decide di cimentarsi con l’antica tecnica, su di uno spazio enorme di un totale di circa 10 metri per venti di lunghezza, che non sarà interamente dipinto ma questo non lo sappiamo.

A questo punto Leonardo decide e fa eseguire l’ intonaco, premetto che l’ intonaco viene di norma eseguito su di un muro grezzo che spesse volte di natura scabrosa e non di buon livello, per portare l’intonaco nuovo a una superficie liscia e piana di conseguenza si ottengono spessori con profondità disuguale da calcolare in centimetri differenti, partendo da un minimo di centimetri due, fino dei punti alternati di centimetri sette e anche più con questo si vuol dire che più l’intonaco e di spessore alto più contiene al suo interno una maggiore quantità d’acqua di cui occorre qualche mese e più per la sua evaporizzazione dal suo interno. 

Non parlo della stagionatura dell’intonaco che per completare il suo processo fisico chimico occorrono minimo sei mesi. 

Leonardo ora inizia a dipingere su di questo nuovo intonaco di proporzioni grandi o piccole noi non lo sappiamo comunque con colori mesticati con la cera senza dubbio si parla di cera Punica e quindi a freddo. 

Sapendo anche che per sublimare i colori con la cera e ottenere un giusto risultato doveva per forza maggiore adoperare il fuoco sulla superficie dipinta per ottenere la liquefazione della cera che ingloba e incorpora ogni singola particella di colore proteggendola dalla causticità della calce e il suo definitivo ancoraggio al supporto e quella lucentezza tipica della cera e dell’Encausto. 

Non possiamo pretendere anche da un Genio Assoluto come Leonardo se non si conoscono e si posseggono in parte le giuste materie e procedure di esecuzioni pratiche. 


Cosa mancava a Leonardo?

A Leonardo gli mancava l’altro quarto di cerchio come diceva lui: un quarto di cerchio non ha nessuna possibilità o capacità di sopportare un peso, se al primo ne aggiungiamo un altro quarto si va a formare un arco dalla capacità di sostenere un gran peso. Quindi a Leonardo mancava l’altro quarto di cerchio di cui: il supporto alla cera, la buona cera stessa e strumenti detti Cauterii. 


Gli mancavano conoscenze fondamentali per capire la tecnica dell'Encausto?

In mancanza di queste conoscenze a Leonardo non rimaneva che adoperare il fuoco senza il contatto diretto con la superficie dipinta, nonostante tutto avesse adoperato il sistema dei bracieri senza il contatto sul dipinto, come avviene con i Cauteri. 


Come spiega il fallimento di Leonardo, per esempio, nella battaglia di Anghiari?

 Il disastro era dietro l’angolo, mi spiego: adoperando i bracieri facendoli passare davanti alla superficie dipinta a cera, il forte calore provocato dai bracieri alla parete, fa si che l’acqua contenuta all’interno dell’intonaco viene richiamata in superficie per evaporare invece trova ostacolata dalla pittura che con il calore si uniforma formando una compatta pellicola cerosa calda, da qui il dramma, ecco che l’acqua affiorata in superficie resta imprigionata tra l’intonaco e il dipinto creando cosi un cuscinetto d’acqua facilitando l’opera a scivolare giù. 


Se Leonardo avesse usato la giusta tecnica?

 Il mondo oggi possedeva sicuramente non solo l’opera pittorica più importante di tutti i tempi, ma avrebbe posseduto anche una tecnica pittorica superiore a tutte le altre e universalmente riconosciuta e adoperata da tutti i pittori, con l’apporto senza alcun dubbio di una nuova tavolozza ’esplosiva di colori parietali mai vista prima, pari e di sicuro superiore al mondo antico.


Bibliografia:

  • C.-Ph. de Caylus e Majault, Mémoire sur la peinture à l'encaustique, ecc., Parigi 1755;
  • V. Requeno, Saggi sul ristabilimento dell'antica arte dei greci e dei romani, Parma 1787;
  • Fabbroni, Antichità vantaggi e metodo della pittura encausta, Roma 1797;
  • L. Lanzi, Istoria pittorica dell'Italia, Pisa 1816, V, p. 275 segg.;
  • B. Éméric-David, Histoire de la peinture au moyen âge, Parigi 1863;
  • H. Cros e Ch. Henry, L'encaustique et les autres procédés de peinture chez les anciens, Parigi 1884;
  • Du Cange, Glossarium mediae et infimae graecitatis, Lione 1688, col. 648;
  • W. Helbig, Wandgemälde der vom Vesuv verschütteten Städte Campaniens, Lipsia 1868;
  • id., Die erhaltenen antiken Wandmalereien in technischer Beziehung, pp. I-CXXIV,
  • G. Viglioli, Del modo di dipingere a fresco su l'intonaco greco-romano, Parma 1885;
  • T. Venturini Papari, La pittura ad encausto e l'arte degli stucchi al tempo di Augusto, Roma 1901;
  • id., La pittura ad encausto al tempo di Augusto, Roma 1928