Tecnica della doratura


La doratura è un processo di decorazione ornamentale usato su diversi materiali e con diverse tecniche per impreziosire un oggetto tramite l'apposizione di un sottilissimo strato di oro, detto "foglia oro". Più raramente sono usati sostituti per l'oro, quali leghe che simulano il color oro, argento o rame.

I suoi usi principali sono nella produzione di volumi di pregio per bibliofili, nella decorazione di mobili di lusso e nell'arte.

La doratura era una tecnica molto diffusa nell'arte e nell'architettura medievale, specialmente in quelle bizantina e rinascimentale, dove la foglia d'oro veniva usata nei dipinti su tavola di legno, per esaltare l'effetto visivo delle aureole dei santi, o il brillare del sole: l'inattaccabilità alla corrosione dell'oro ha permesso a queste tavole di giungere fino ad oggi con immutato splendore.

Esistono diverse tecniche di doratura, che non vanno confuse con la tecnica della placcatura, che prevede l'applicazione meccanica di uno strato d'oro misurabile in 1 o 2 decimi di mm di spessore.


Metodi a guazzo e a missione - i più diffusi

Generalmente l’operazione della doratura era eseguita dallo stesso artista, autore dell’oggetto da dorare; a partire dal Cinquecento sorsero corporazioni di doratori specializzati come quelli parigini per il cuoio.
Durante il periodo Barocco fu in grande auge la doratura dei mobili.

In Francia i primi mobili dorati risalgono allo stile Luigi XIV e tale tipo di decorazione durò fino a tutto il regno di Luigi XVI. 

In Inghilterra, invece, la moda dei mobili dorati fu più breve, introdotta attorno al 1660 declinò dopo solo un secolo. 

Anche per i mobili dorati le tecniche più diffuse erano quelle "a guazzo" e  "a missione" e spesso potevano essere in parte brunite, cioè lucidate, e in parte lasciate opache, per creare contrastanti riflessi. Un metodo più economico di doratura già impiegata nel Medioevo. 

Si diffuse soprattutto a Venezia a partire dal XVII secolo. Fu quello della doratura "a mecca". 

L’origine di tale tecnica risale probabilmente all'antica Cina anche se la denominazione deriva dalla omonima città araba. 

Questa tecnica fu molto usata per le cornici e consisteva nell'applicare una foglia d’argento laccata in colore oro. 


Metodo a guazzo

La doratura a guazzo è la tecnica tradizionale, la più difficile, usata sin dal 1200 dai grandi artisti italiani ed europei.

La decorazione in oro arricchiva il dipinto sia materialmente che artisticamente, donando luminosità all'opera ed esaltando i colori della parte a pittura. Non sono rari i casi di tavole in cui tutto il fondo, ad eccezione del santo rappresentato, è interamente dorato.

Nella doratura a guazzo l'oro viene steso per primo sulla tavola, ed in seguito si passa alla pittura vera e propria. La tavola viene preparata incidendo il bordo dell'area da dorare, dopo di che si applica un composto colloso ed infine la lamina metallica.

Il substrato usato in passato era composto da acqua, bianco d'uovo montato a neve e bolo, un composto di argilla grassa e finissima; oggi la composizione è cambiata, e si usa dare due strati, eventualmente preceduti da un trattamento antitarlo.

Per primo uno strato (Ammanitura o imprimitura) di solfato di calcio idrato, detto anche Gesso di Bologna, bianco di Meudon (non è solfato di calcio ma carbonato, troppo duro per la doratura a bolo) o bianco di Spagna (idem), scaldato a bagnomaria con colla animale. Necessita solitamente di 2-5 mani di stesura, e va levigato con grande cura per lasciare la tavola perfettamente liscia. 

Per la levigatura, in gergo detta scartatura, attualmente si utilizza la carta vetrata, ma in antico si usava lo smeriglio, pelle essiccata di pesce Smeriglio. In seguito si passa il bolo d'argilla: va mescolato con acqua e colla animale (in genere di coniglio) in proporzione rispettivamente di 6:10:1 o 7:8:1. 

In alternativa esiste anche il bolo sintetico acrilico, già pronto. Il bolo influenza il colore finale della doratura, per cui a seconda della necessità può essere giallo (oro brillante), rosso (oro scuro) o nero (oro antico).

Esistono anche tecniche particolari, usate per lavorazioni specialistiche, tra cui l'applicazione del cosiddetto bolo armeno (un'argilla particolare, color terra di siena disponibile in blocchi da sbriciolare) o l'uso di colle di pesce invece che di coniglio, più resistenti e stabili ma difficili da applicare.

Solo con una tavola perfettamente liscia si può procedere alla doratura vera e propria, cioè l'apposizione di lamine sottilissime di oro zecchino, trasferite con grande cura dalla base in carta alla tavola inumidita tramite un coltello sottile (coltello da doratore) o un pennello morbido. Prima di questa operazione è indispensabile stendere una sottilissima passata di guazzo, un composto di alcol, acqua e colla di coniglio in rapporto rispettivamente di 80:200:1. 


Molto spesso viene usata anche una miscela detta tempera, composta da acqua con una piccola parte di colla di pesce. Il guazzo o la tempera vanno stesi immediatamente prima dell'applicazione dell'oro. Una volta posizionata, la foglia può essere sagomata col medesimo coltello.

Le foglie vanno sovrapposte di un paio di millimetri, per evitare inestetismi e distacchi. 

Il foglio usato può essere di diverso tipo e valore, dall'oro a 22 o più carati, alle imitazioni di argento.

Si procede all'asciugatura in aria e alla levigatura dello stesso con uno strumento, detto brunitoio, in pietra dura (agata) o osso.

Una volta applicata la foglia d'oro vi si possono realizzare differenti trattamenti.


 I più comuni sono:


  • Porporina: si distribuisce sulla superficie una polvere finissima che colora e riempie le crepe del materiale (in genere la ceramica). A seconda del colore (oro, argento o bronzo) si può usare per esaltare l'effetto craklè o per uniformare il colore della superficie. Necessita di un substrato detto missione.

  • Brunitura: da farsi una volta asciutta la colla, consiste nello sfregamento della lamina con un attrezzo detto brunitoio (composto da un manico in legno e una testa in agata sagomata). Lo sfregamento serve a levigare la lamina d'oro e a renderla lucida. La brunitura viene omessa per particolari effetti di "anticato". Va effettuata in diversi sensi, per non lasciare tracce di striature.

  • Velatura: la velatura serve per proteggere la doratura dall'invecchiamento e per ridurre la lucentezza dell'oro brunito. Può essere effettuata con una stesura leggerissima di cera, con gommalacca, vernice mecca o con altre sostanze. Non è strettamente necessaria, ma favorisce il mantenimento della lucentezza nel tempo.

  • Invecchiamento: durante il restauro è necessario rendere la lamina nuova omogenea con quella originale rimasta. Si spennella una soluzione di bitume in acquaragia, o una apposita vernice del colore corretto, cercando di non lasciare striature. Una volta data la prima passata a pennello si può procedere con del cotone a uniformare la stesura.

  • Decorazione: sulla foglia in oro possono essere applicati stampi a pressione e sigilli per decorare il pezzo prodotto.

Una variante della doratura a guazzo è la doratura a spolvero, che invece delle foglie d'oro utilizza sottili polveri metalliche applicate a caduta sulla base in bolo e collante.


Doratura a missione

La missione è uno speciale composto usato per applicare la doratura su parti ridotte: era una tecnica usata prevalentemente nel XVIII secolo, per impreziosire piccole parti di dipinti.

È necessario isolare il fondo della tavola con qualche stesura di colore acrilico, da levigare una volta conclusa l'applicazione. La missione è una colla di olio di lino, resina e pigmenti, che va distribuita con cautela con una o due mani di pittura, usando un pennello piccolo e morbido. Oggi esistono anche missioni viniliche, più rapide da applicare dato che non necessitano di pre-asciugatura, ma il cui effetto è meno luminoso.

Una volta applicata si lascia asciugare parzialmente (fino a 12 o 24 ore) e si sovrappone la foglia d'oro. Premendo con del cotone si fa aderire su tutta la superficie, dopo di che si spolvera con un altro pennello morbido per togliere le impurità.

È una tecnica di applicazione più semplice, ma è inadatta a grandi coperture. 

Un altro limite è l'impossibilità di effettuare la brunitura, data la mancanza del bolo sottostante, che impedisce di ottenere un effetto molto brillante.

È detta anche doratura a mordente.