Il furto della Gioconda


Per meglio capire gli aspetti che circondano il furto della Gioconda di Leonardo da Vinci, occorre contestualizzare l'episodio e la vita di quel periodo. La Francia e in particolare Parigi, già dai primi del '900, stà vivendo un grande momento di "risveglio" culturale e questo fermento lo si respira non solo nei salotti buoni, ma anche per le strade, nei cafè, come il famoso Cafè de Paris, oltre che nei centri culturali e nello stile delle opere architettoniche di quel periodo. 

 

1900, dal 14 aprile al 10 novembre

Agli inizi del secolo Parigi organizzò un ambizioso programma di esposizione Universale, L'Exposition de Paris 1900, e fu un grande successo che portò in città oltre 50 milioni di visitatori. 


1900, 19 luglio - la grande metropolitana 

Dopo dieci anni di lavori, viene inaugurata in occasione dell'Esposizione, la prima linea della metropolitana di Parigi tra le stazioni di Vincennes et la Porte Maillot, e da subito risponde alle necessità del grande flusso di viaggiatori e ospiti.


1911, Parigi

In questo periodo Parigi è considerata una delle mete più importanti d'Europa, città che è stata in grado di evolversi e capace di fare da culla ai nuovi mutamenti ideologici, politici e artistici. E' una città di riferimento per l'arte, la cultura e il rinnovamento che sembrano essere le parole d'ordine dell'inizio di questo secolo.

In città non è difficile incontrare al Cafè de Paris, locale storico e meta di intellettuali come gli italiani Giorgio De Chirico e Amedeo Modigliani, ma anche Pablo Picasso, Oleksandr Archypenko, Moïse Kisling, Kees van Dongen, Pierre Bonnard, Henri Matisse, Fernand Léger, André Derain, Ossip Zadkine.

Questi artisti sono in qualche modo i fondatori della nuova "corrente intellettuale e artistica" più conosciuta come École de Paris, letteralmente scuola di Parigi, dove l'incontro tra diverse tecniche e culture artistiche generava nuovi concetti e modelli espressivi nella pittura che sta vivendo un grande momento di rinnovamento. 

Girando per la città, non si può fare a meno di notare cantieri aperti ovunque, palazzi in costruzione, rifacimenti nelle grandi arterie di comunicazione e anche il commercio ha un notevole sviluppo in ogni quartiere dove tutto sembra funzionare a meraviglia. Il grande progetto organizzativo della città e lo sviluppo commerciale assai fiorente crea nuovi insediamenti urbani dove migliaia di persone iniziano a stabilirsi per vivere questo grande e florido periodo; Parigi raggiunse in poco tempo, esattamente proprio nel 1911, quasi 4.500.000 abitanti, collocandosi tra le Capitali Europee con maggior densità abitativa.   

La stampa parigina ha molta eco e i giornali tra i più importanti come Le Temps  e L'illustration  fanno a gara per contendersi i migliori redattori e giornalisti.


Tour Eiffel 

Con il progetto dell'ingegnere Gustave Eiffel, nasce il grande progetto della Torre Eiffel.

I lavori cominciarono il 7 dicembre 1887 e si conclusero il 15 marzo 1889 offrendo ai cittadini l'immagine dell'imponenza e della sua straordinaria altezza per l'epoca, a simboleggiare la grandezza parigina con i suoi 312 mt. 

Ma quest'opera fu contestata proprio dagli artisti e intellettuali francesi sin dall'inizio della sua costruzione, ritenendola "l'avvento del metallo controrto e disarmonico",  in particolare cosi la descrissero in un manifesto culturale:

«Noi scrittori, pittori, scultori e architetti, a nome del buon gusto e di questa minaccia alla storia francese, veniamo a esprimere la nostra profonda indignazione perché nel cuore della nostra capitale si debba innalzare questa superflua e mostruosa Torre Eiffel, che lo spirito ironico dell'anima popolare, ispirata da un sano buon senso e da un principio di giustizia, ha già battezzato la torre di Babele. 

La città di Parigi si assocerà veramente alle esaltate affaristiche fantasticherie di una costruzione meccanica - o di un costruttore - disonorandosi e degradandosi per sempre? 

La Torre Eiffel, che neppure l'America, con la sua anima commerciale, ha l'audacia di immaginare, senz'alcun dubbio è il disonore di Parigi. Tutti lo sentono, tutti lo dicono, tutti ne sono profondamente rattristati, e noi non siamo che la debole eco di un'opinione pubblica profondamente e giustamente costernata.

Quando gli stranieri visiteranno la nostra Esposizione protesteranno energicamente: "È dunque questo l'orrore che hanno creato i francesi per darci un'idea del loro gusto tanto magnificato?".

[...] E per i prossimi vent'anni vedremo stagliarsi sulla città, ancora vibrante dell'ingegno dei secoli passati, vedremo stagliarsi come una macchia d'inchiostro l'odiosa ombra dell'odiosa colonna di metallo imbullonato»

 

Ma oltre alla torre Eiffel Parigi può vantare una grande costruzione frutto di ingegno e simbolo della cultura parigina e internazionale: Il Museo dell'Louvre di Parigi.

Musee du Luvre, Paris 1910


1190

Il museo nasce come fortificazione su volere di Filippo Augusto al momento della sua partenza per la Crociata del 1190, e aveva lo scopo di proteggere la riva destra della Senna.

1300

La fortezza viene maggiormente edificata, allargando i camminamenti interni e i torrioni, questo grazie all'intervento di Carlo V che decise di annoverarla quale residenza estiva.

1515

Francesco I, decide di stabilirsi definitivamente presso il Louvre, facendola diventare la dimora principale dei sovrani di Francia

Fu richiesto l'intervento dell'architetto Pierre Lescot che ebbe il compito di abbellire la dimora e renderla meno rigida nelle forme: parte dunque un grande lavoro di ristrutturazione che vede impegnati oltre 500 operai e artigiani che si occuparono della costruzione del nuovo torrione e opere di pavimentazione interne dei cortili.

Poco più tardi, Caterina de’ Medici fece costruire un nuovo palazzo nella zona antistante il Louvre che era stata precedentemente occupata da fabbriche di tegole (tuiles): il palazzo prese per l’appunto il nome di Tuileries. 

La sovrana pose, inoltre, le basi di un ambizioso progetto, quello di ingrandire ulteriormente il Louvre a spese di edifici privati e di collegarlo alla nuova residenza. 

Il progetto fu realizzato a partire dal 1594 da Enrico IV, che curò il collegamento alle Tuileries attraverso la Grande e la Piccola Galleria. In seguito furono diverse le modifiche o le aggiunte all’edificio, come la costruzione nel XVII secolo della gran colonnato sulla facciata verso Saint-Germain-l’Auxerrois, ma l’evento che caratterizzò maggiormente la trasformazione dell’area fu la distruzione del palazzo di Caterina de’ Medici, seguito agli eventi della Comune, e la realizzazione al suo posto dei giardini omonimi. 

Il Louvre perse la sua funzione di residenza reale all’epoca di Luigi XIV che spostò la corte nel nuovo palazzo di Versailles e nell’edificio, a partire dal 1793, fu realizzato il Muséum Central des Arts.


1910
In questo momento storico presso il Museo dell'Louvre sono esposte oltre 3.000 opere di pittori. 

 

Furto della Gioconda-Monnalisa


Quando si parla di furti nel mondo dell'arte l'elenco delle opere trafugate e spesso mai recuperate è piuttosto lungo.

L’Italia è il primo Paese al mondo per numero di furti d’arte, infatti secondo i dati recenti del Nucleo tutela del patrimonio dell'Arma dei Carabinieri, vengono sottratti oltre 55 opere al giorno, poco più di 20 mila all’anno, che vanno ad alimentare  un traffico illecito  per più di 9 miliardi di Euro. 

Tra i più celebri furti della storia vi è senza ombra di dubbio quello della Gioconda. Ma cosa è successo davvero?

 

1911, Lunedi 21 agosto

Tutto cominciò presso il museo dell'Louvre di Parigi, luogo deputato all'esposizione e alla catalogazione delle opere d'arte. 


Chi era Vincenzo Peruggia?

Nasce l'8 ottobre del 1881 Vincenzo Pietro Peruggia nel comune di Dumenza, più precisamente a Trezzino, piccolo borgo di 300 abitanti in provincia di Varese.

La sua è una famiglia assai modesta, di grandi lavoratori. Il padre Giacomo, era un operaio muratore molto abile nel suo lavoro, mentre la madre Celeste si occupava di piccoli lavori di sartoria e accudiva i suoi cinque figli: quattro maschi e una femmina.

Il giovane Vincenzo già dalla tenera età inizia a seguire il padre sui piccoli cantieri nel Varesotto e apprende le prime tecniche di imbiancatura delle pareti e impara la verniciatura dei metalli e sembra appassionarsi al lavoro tanto che i lavori di rifinitura vengono dal padre affidati a lui. 

E' un giovane dal carattere piuttosto affabile e fa amicizia facilmente, il suo sogno è quello di lasciare il piccolo paese, iniziare a viaggiare per vedere le grandi città del mondo.

Foto segnaletica,1909 - il giorno dell'arresto


1897

Il padre si trova a Lione facente parte di una ditta che prese l'appalto per alcuni piccoli edifici e decise di portare con se il giovane figlio Vincenzo che tanto desiderava conoscere le grandi città.

1901

Secondo testimonianze dell'attendenza militare del comprensorio di Varese, Vincenzo Peruggia fu riformato dal servizio militare obbligatorio in quanto di costituzione fragile e di poca capacità polmonare. 


1907

Vincenzo ha compiuto 27 anni e non vuole seguire le orme del padre. Viene a conoscenza che dalla Val Veddasca e dalla Val Dumentina, luoghi del suo paese, partirono per la Francia diversi emigranti che sembrerebbe abbiano trovato fortuna e lui, che già andò a Lione qualche anno prima col padre, conosce bene cosa significa la grande città. Decide di affrontare il padre e la madre dicendo che sarebbe partito per Parigi e cosi fu. 

Provò i primi mesi a cercare un lavoro e, visto che sapeva imbiancare e verniciare e aveva appreso i primi rudimenti della decorazione, la fortuna non gli voltò le spalle.
Si trovò a Parigi e riuscì ad inserirsi in fabbrica grazie all'appoggio di alcuni suoi connazionali emigrati già da tempo in città, e mantenne i rapporti quasi ogni mese con la famiglia attraverso lettere dove inseriva soldi per aiutarli nel loro sostentamento.

Tutto sembrava procedere al meglio, quando dopo pochi mesi di lavoro, fu colpito da quella che ai tempi era conosciuta come saturnismo, una grave malattia dovuta all'esposizione professionale accidentale al piombo. Il nome deriva da "Saturno", dio romano (Crono per i greci) associato dagli alchimisti a questo elemento: si trattava di una malattia dovuta all'intossicazione da piombo, metallo contenuto nelle vernici utilizzate dagli imbianchini.

Nascose alla famiglia questa malattia che lo costrinse dopo poco tempo ad abbandonare il reparto di verniciatura e riuscì attraverso il "passaparola" a farsi assumere dalla ditta del signor Gobier, una azienda di prestazioni d'opera che appaltava grandi lavori cittadini. E cosi venne inserito nella squadra di pulizie con il compito di occuparsi della pulitura delle cornici e dei cristalli presso un grande cliente: il museo dell'Louvre di Parigi. 

Poiché la stanza nella quale viveva era molto umida, temendo che l'opera potesse danneggiarsi, Peruggia la affidò al compatriota Vincenzo Lancellotti, che abitava nello stesso stabile. Trascorso un mese, dopo aver realizzato una cassa in legno nella quale custodire il dipinto, lo riprese e lo tenne con sé.

 

La sua abitazione

Si trattava di una dimora molto spoglia, con piccolo fornello e qualche sedia, un tavolo, un letto e un armadio, posta al secondo piano di una vecchia palazzina in rue de l'Hopital Saint-Louis dove aveva una stanza in affitto in una pensione sulla strada che porta all'ospedale di Saint-Louis.  

La zona dove abitava il Peruggia  era contornata da zone agricole coltivate, piuttosto lontane dal centro della città, e il quartiere era abitato da molti immigrati, non solo italiani, in cerca di fortuna. Poche comodità e molti disagi erano parte della comunità, dove tra l'altro, vi era un cimitero comune dove venivano messi i cadaveri delle persone che non potevano permettersi un funerale e una sepoltura dignitosa. Scarsi i servizi di trasporto pubblico che garantivano il collegamento col centro e l'illuminazione scarsa e le condizioni igieniche delle fogne, facevano proliferare la criminalità e le malattie. 

Proprio sotto il letto decise di nascondere la Gioconda, che nascose per quasi due anni, tra una valigia e un baule, avvolta in due coperte, convinto fosse il luogo più ideale. 

La prima notte del furto, cosi come affermò dalle deposizioni successive in tribunale, la passò praticamente sveglio a causa dell'agitazione e al ripensamento del suo gesto, senza riuscire a prendere sonno, sonno che arrivò solo verso l'alba.

 

1911, Lunedi 21 agosto

Vincenzo Peruggia, è un addetto alle pulizie e dipendente del museo, e proprio da questo giorno comincia quella che diventò la storia che legherà la Gioconda al suo nome.


Cronaca del furto

Secondo alcune testimonianze il Peruggia si nascose in una cameretta buia del Louvre e alla chiusura tolse la Gioconda dalla cornice e poi scappò da una porta sul retro che aprì con un coltellino svizzero.

Peruggia tolse la Gioconda dalla cornice nel Salon Carré e poi la arrotolò e la nascose sotto la parte sinistra della giacca e percorse il corridoio passando al fianco delle grandi finestre per poi giungere la scala che lo portò dritto nella sala dei Sept Mètres lasciando in uno stanzino il resto della cornice e del vetro e si diresse verso una delle porte sul retro che aprì con un coltellino.

Una volta guadagnata l'uscita, il Peruggia prese l'autobus ma dopo una sola fermata, accortosi di aver preso l'autobus in direzione opposta alla sua abitazione, decise di scendere e chiedere un passaggio alla prima macchina che lo portò in località rue de l'Hopital Saint-Louis dove abitava.


22, agosto: Il giorno dopo il furto

Vincenzo Peruggia si recò al lavoro in ritardo, causa il fatto di essersi svegliato di soprassalto. Accortosi del ritardo, si vesti velocemente e arrivò, malgrado tutto, in forte ritardo sul posto di lavoro. Si giustificò con i superiori dicendo di aver trascorso la serata con amici e di aver bevuto qualche birra di troppo. 
All'apertura del museo gli impiegati videro che all'interno della teca non vi era la Gioconda, ma questo non destò subito allarme, in quanto era abbastanza consueto da parte degli addetti ai lavori, intervenire sulle opere e spostarle.

Infatti, su ordine della direzione museale, vi era un fotografo incaricato di creare un catalogo delle opere e il fatto che la Gioconda non fosse al proprio posto, fece supporre a tutti che si trattasse di un semplice spostamento per creare la fotografia senza cornice.  

Passarono poche ore e alcuni degli impiegati si rivolsero al direttore circa lo "spostamento" del quadro, direttore che sobbalzò alla notizia: lui non aveva dato nessun incarico di rimozione!

Fu chiamata velocemente la polizia che accorse in breve tempo ordinando di chiudere tutti gli accessi al museo, compresi quelli per riservati al personale: furono controllati tutti i piani, le stanze chiuse dove giacevano altre opere, le cantine, gli sgabuzzini, insomma... Ogni anfratto del museo venne controllato nei minimi dettaglia, ma.. Nulla, la Gioconda non si trova!

Dopo un consulto tra i vertici della polizia e il direttore, si decise di mantenere ancora per qualche ora, giusto il tempo di capire se si trattasse di un furto o di un semplice spostamento, ma la notizia sfuggi di mano agli inquirenti che, nel giro di poche ore, si trovarono i giornalisti davanti agli accessi del museo.

 

Ore 09:00 martedì 22 agosto 1911

Risulta che il Peruggia uscì di casa, passando dalla portineria scambiando due parola con la portinaia (più tardi si capì che il Peruggia stava costruendosi un alibi). Prese il suo autobus e arrivò, con qualche minuto di ritardo, sul posto di lavoro, cioè al museo dell'Louvre.

Fece di tutto per farsi notare dal custode del museo, facendo finta di inciampare urlando ad un distratto ciclista che gli era passato troppo vicino, proprio davanti al portone del museo, destando cosi il portinaio di guardia che gli chiese cosa stesse succedendo (anche questa fu una mossa che servì a giustificare l'orario di ingresso nel museo, quando cioè la Gioconda era già sparita, creandosi di fatto un alibi). 

Dopo questo episodio, il Peruggia salutò il custode e si giustificò per questo leggero ritardo dovuto alla sera precedente avendo fatto i balordi fino a notte tarda con gli amici.

 

Ore 10:30, martedì 22 agosto 1911 

Venne registrato l'ingresso di due artisti presso il museo: si trattava di Louis Béroud e Frederic Languillerme. Chi erano costoro?

Louis Béroud pittore che lavora nell'atelier di Léon Bonnat per studiare pittura e  Frederic Languillerme anch'egli pittore e piccolo mercante d'arte che amava il ritrattismo, decise di seguire Louis Béroud. 

Entrambi si diressero al Louvre e giunti nel salone Carré dove era normalmente esposta la Gioconda di Leonardo da Vinci, si accorsero che vi era solo la parete vuota: il quadro non c'era più. 

Loro erano li per quello, per provare a dipingerla e l'idea che non fosse al suo posto, li lasciò interdetti.

Per qualche minuto provarono ad ipotizzare che fosse stata spostata e che quindi il direttore del museo ne fosse a conoscenza e pensarono bene di chiedere a lui il luogo di collocamento della Gioconda. 

Proprio nel grande corridoio, sentono i passi del direttore che cammina verso di loro e dopo averlo cordialmente salutato, gli chiedono dove avessero ricollocato il quadro e se potevano iniziare a dipingere la copia. Il direttore si stupì in quanto non era stato avvisato di eventuali "spostamenti" e chiese subito conto agli attrezzisti addetti alla manutenzione delle sale: nessuno sapeva nulla. Il direttore si rivolse subito a Monsieur Poupardin, il responsabile della sicurezza interna del museo che, anche lui, cadde dalle nuvole. Cosa diavolo era successo?

 

Ore 13:30, martedì 22 agosto 1911

Passarono solo pochi minuti, sono circa le 13:30, quando il direttore del museo monsieur Homolle, il sottosegretario di Stato alle Belle Arti, il capo della polizia ed il prefetto di Parigi, Louis Lépine, si riunissero in tutta fretta presso gli uffici interni del museo per cercare di capire la questione.


Le ipotesi del collocamento di Vincenzo Peruggia


Secondo documentazione risultata controversa, non esistono versioni ufficiali circa le ore precedenti al furto e si fa riferimento a quanto ricostruito nel primo processo d'Appello presso il tribunale di Firenze.

Il Peruggia infatti davanti ai Giudici indicò e ritrattò le due versioni:

                                                                 
1^versione:
Peruggia, per dotarsi di un alibi, la domenica notte, organizzò una serata in un caffè con i suoi amici, fece molto tardi, si finse ubriaco e addirittura si fece multare per schiamazzi notturni.

Andò a dormire in attesa che arrivassero le sette del mattino, uscì di casa senza farsi notare da nessuno, entrò nel Louvre e, sapendo di trovare il custode addormentato, si diresse verso il Salon Carrè, staccò dalla parete il quadro di Leonardo, tolse la cornice e infilò la tela dentro il suo giubbotto.

L’imbianchino conosceva molto bene le abitudini del personale del museo, tutte le possibili vie di fuga che però non usò. Infatti, con tutta calma si diresse verso l’uscita e chiese persino aiuto a un idraulico perché gli aprisse il portone. In un baleno fu così su Rue de Rivoli e poco dopo nel suo appartamento, dove nascose la Monna Lisa sotto il tavolo della cucina.


2^ versione:

Si nascose presso un piccolo stanzino utilizzato per il deposito delle scope e degli strumenti di pulizia posto al secondo piano nell'ala est del Museo. Fu nascosto tutta la notte fino al mattino, il giorno del furto, dove una volta impossessatosi della Gioconda e aver lasciato il vetro e la cornice in un altro stanzino, posto questa volta al primo piano, forzando con un coltellino svizzero al serratura della porta di servizio esterna del Museo, riuscì a dileguarsi senza farsi notare. 

 

Le indagini hanno inizio

La prefettura francese iniziò immediatamente le indagini e lo fece in modo serrato creando una squadra investigativa composta da 300 uomini che ebbero il compito di controllare tutte le botteghe degli artisti, i loro luoghi di frequentazione, interrogare falsari, rigattieri e rivenditori di oggetti d'arte.. Insomma, si mise in moto una macchina tale che nulla consentiva di essere lasciato al caso.

Vennero portati in Gendarmeria oltre 1300 persone per essere interrogate e tutto procedette come si trattasse di una catena di montaggio: tutti in fila, uno dopo l'altro, entrarono nella stanza per un lungo interrogatorio e tra questi, con maggior discrezione, vennero sentiti anche il direttore Théophile Homolle responsabile del museo dal 1904-1911 e Eugène Pujalet che prenderà servizio come sostituto già nel 1911. 

Nel mirino dei gendarmi vi furono anche artisti assai noti dell'epoca, come ad esempio Pablo Picasso che aveva il suo atelier proprio in città. 

Fu anche accusato il poeta Guillaume indicato dal suo ex amante dal quale era stato da poco abbandonato, un certo Honoré Géri Pieret, che lo accusò, insieme a Pablo Picasso, grande amico di Guillaume, di aver ricettato alcune statuette rubate dal museo tempo prima. Fu lo stesso Picasso che coniò la famosa battuta “Amici vado al Louvre, serve qualcosa?”

Guillaume fu preventivamente messo agli arresti per quattro notti in quanto sospettato proprio insieme a Picasso, di sapere qualcosa circa il furto della Gioconda.

Passarono i giorni e in tutta Parigi ma anche in tutta la Francia si cercò di fare terra bruciata intorno agli artisti, perché secondo la polizia, proprio gli artisti non poterono non sapere e quindi furono i primi sospettati di furto e di possibile ricettazione.  

La Gendarmeria non tralasciò, come consuetudine in questi casi, anche di controllare gli orari di ingresso e di uscita di tutti i dipendenti del museo e, tra questi, anche l'abitazione di Vincenzo Peruggia, ma nulla venne trovato.


1913, 11 dicembre

Nell'autunno del 1913 il collezionista d'arte fiorentino Alfredo Geri decise di organizzare una mostra nella sua galleria chiedendo ai privati, tramite un annuncio sui giornali, di prestargli alcune opere. 

Il collezionista ricevette una lettera proveniente da Parigi, lettera che portò in calce la firma di un fantomatico Monsieur Léonard V.  Nella lettera vi fu una particolare richiesta: quella di vendere la Gioconda a patto che il compratore garantisse che restasse su territorio italiano senza mai più farla uscire dell'italia.   

Alfredo Geri decise di parlarne con Giovanni Poggi, allora direttore della Regia Galleria di Firenze, decidendo di dar seguito alla richiesta di Monsieur Lèonard V.

Nella lettera vi erano gli estremi per il contatto e si procedette affinchè Firenze fosse il luogo di incontro per vedere realmente il quadro.

Venne fissato l'appuntamento presso l'albergo Tripoli in via Panzani, luogo scelto Monsieur Lèonard V, probabilmente temendo di essere fermato in città con un opera di quel calibro.

Alfredo Geri e Giovanni Poggi si presentarono all'appuntamento puntuali e, finalmente si palesò il misterioso Monsieur Lèonard V. 

Apparve ben vestito con capelli curati e baffetti all'insù e chiese subito di accomodarsi mentre da un armadio, con attenzione, tirò fuori un cilindro avvolto da alcune coperte e le poggiò sul tavolo: con delicatezza stese il cilindro di cartone e apparve il dipinto: si trattava della Gioconda. 
Geri e Poggi, alla vista della tela, rimasero senza parole: si chinarono verso la tela per osservarla meglio e il Poggi dalla borsa che aveva con sè, tirò fuori una lente di ingrandimento e chiese il permesso di esaminarla nel dettaglio, permesso che gli fu concesso.

Sia Geri che Poggi ebbero la sensazione che monsieur Lèonard V. non fosse in realtà davvero francese, in quanto il suo accento tradiva una lieve declinazione italiana ma fecero finta di nulla, concentrandosi sulla provenienza e autenticità della tela.
Molte furono le domande a monsieur Leonard V, ma le risposte furono piuttosto fumose circa la provenienza.
Giovanni Poggi una volta osservata la tela con la sua lente, ritenne di dover approfondire l'esame e chiese di poter avere la tela a disposizione sino all'indomani mattina, giorno nel quale avrebbe riconsegnato la tela a monsieur Lèonard V, con la promessa di riconsegnarla nelle stesse condizioni. Secondo Poggi questo esame che avrebbe dovuto fare presso il suo studio con alcuni esami più approfonditi, avrebbe consentito di verificare in modo assoluto l'autenticità dell'opera e quindi, procedere ad ogni tipo di accordo tra loro.
Monsieur Lèonard V, non oppose resistenza e concesse di consegnare la tela solo dopo averla adeguatamente protetta con un paio di teli in cotone e stoffa. Si salutarono cordialmente con la promessa di incontrarsi il mattino successivo presso l'albergo. 

 

Il ritrovamento della Gioconda

Durante la notte i gendarmi dei carabinieri avvisati poco prima da Geri e da Poggi che indicarono l'Albergo, fecero irruzione nella stanza di monsieur Lèonard V e, senza troppi complimenti, lo trasferirono nei locali dell'attendenza per essere subito interrogato.
I gendarmi si trovarono innanzi un uomo minuto che sembrava spaesato e vollero conoscere il motivo per il quale si trovava in possesso dell'opera di Leonardo ad Vinci!

Non ci volle molto tempo per capire la vera identità che si celava sotto il pseudonimo di monsieur Lèonard V, e grazie a quel parlar francese in modo zoppicante e alla paura di finire nelle patrie galere, finalmente ammise il suo vero nome: " Sono italiano come voi e il mio nome e Vincenzo, Peruggia Vincenzo e sono un decoratore". 
A questo punto cominciarono a diradarsi le incertezze e i gendarmi convinsero il Peruggia a raccontare tutta la storia che lo portò in Firenze insieme all'opera, oramai ricercata in tutto il mondo.
Lui spiegò di essere entrato in contatto con la Gioconda avendola ricevuta da una persona che conosceva in quanto lavorava con lui al museo dell'Louvre di Parigi, ma non venne creduto e messo alle strette lo convinsero a liberarsi di quell'enorme fardello e a dire tutta la verità:

" la Gioconda non è dei francesi che l'hanno rubata a noi italiani e quindi mi sembrava giusto che torni in Italia" 


Il Peruggia fece riferimento al fatto che Napoleone Buonaparte durante la sua discesa in Italia per la campagna di guerra nel 1796, si impossessò di centinaia di opere d'arte di artisti come il Tintoretto, Gonzaga, Botticellie della Gioconda dello stesso Leonardo e in effetti andò proprio cosi.   

Bisogna aggiungere, però, che la presenza della Gioconda nelle collezioni reali francesi è attestata fin dal ’600, probabilmente portata a Parigi dallo stesso Leonardo.  Infatti nel testamento di Leonardo che fece poche settimane prima di morire il 2 maggio del 1502, lasciò la sua eredità composta da molte opere e scritti personali al suo allievo e amico Francesco Melzi che dapprima le conservò presso la residenza della casa di famiglia a Vaprio d'Adda, per poi essere disperse e vendute, come molti dei suoi scritti, a parenti e a compratori. 

 

La verità nel testamento di Leonardo

Prima di morire il 2 maggio 1519 Leonardo si trovava in Francia, alla corte di Re Francesco I, che lo volle in qualità di Ingegnere e architetto di corte per rilanciare i fasti di una nuova Francia.


1^ teoria:

Alcuni studiosi affermano che il Peruggia non si fece persuaso che la Gioconda fu donata dallo stesso Melzi a Francesco I, proprio per volontà di Leonardo da Vinci, che la regalò ringraziandolo per la sua accoglienza nell'ultimo periodo francese e probabilmente questo fu il gesto di ringraziamento per i servigi ricevuti.


2^ teoria:

Altre fonti storiche indicano che sia stato l’allievo ed erede di Leonardo, Gian Giacomo Caprotti, detto il Salaino, e non Francesco Melzi, a cedere a re Francesco I alcune opere di Leonardo, tra le quali appunto la Gioconda.

Vincenzo Peruggia non conosceva molto Leonardo da Vinci se non per i discorsi sentiti quando si trovava a lavorare al museo, ma ne ammirava le gesta di uomo poliedrico e rappresentante dell'Italia nell'arte e nella cultura, quell'Italia nella quale non si era più ritrovato, ma che in fondo, amava come il primo giorno di vita.

Ma il Peruggia tutto questo non lo sapeva e credeva fermamente che la Gioconda fosse stata trafugata e portata su suolo francese e per questo la Francia avrebbe dovuto restituire l'opera agli italiani.

testamento originale di Leonardo da Vinci

stilato davanti al notaio

XXV.
[28 Aprile 1519].

Sia manifesto ad ciaschaduna persona presente et advenire, che nella corte del Re nostro signore in Amboysia avanti de noy personalmente constituito Messer Leonardo de Vince pictore del Re, al presente comorante nello locho dìcto du Cloux appresso de Amboysia, el qual considerando la certezza dela morte e l’incertezza del hora di quella, ha cognosciuto et confessato nela dicta corte nanzi de noy nela quale se somesso e somette circa ciò havere facto et ordinato per tenore dela presente il suo testamento et ordinanza de ultima volontà nel modo qual se seguita.
Primeramente el racomanda l’anima sua ad nostro Signore Messer Domine Dio, alla gloriosa Virgine Maria, a Monsignore Sancto Michele, e a tutti li beati Angeli Santi e Sante del Paradiso.

Item el dicto Testatore vole essere seppelito drento la giesia de sancto Fiorentino de Amboysia et suo corpo essere portato lì per li capellani di quella.
Item che il suo corpo sia accompagnato dal dicto locho fin nela dicta giesia de sancto Fiorentino per il colegio de dicta giesia cioè dal Rectore et Priore, o vero dali Vicarii soy et Capellani della giesia di sancto Dionisio d’Amboysia, etiam li Fratri Minori del dicto locho, et avante de essere portato il suo corpo nela dicta chiesia, esso Testatore, vole siano celebrate ne la dicta chiesia di sancto Fiorentino tre grande messe con diacono et sottodiacono, et il di che se diranno dicte tre grande messe che se dicano anchora trenta messe basse de Sancto Gregorio.

Item nella dicta chiesia de Sancto Dionisio simil servitio sia celebrato como di sopra.
Item nella chiesia de dicti Fratri et religiosi minori simile servitio.
Item el prefato Testatore dona et concede ad Messer Francesco da Melzo Gentilomo da Milano, per remuneratione de’ servitù ad epso grati a lui facti per il passato, tutti et ciaschaduno li libri, che il dicto Testatore ha de presente et altri Instrumenti et Portracti circa l’arte sua et industria de Pictori.
Item epso Testatore dona et concede a sempre mai perpetuamente a Battista de Vilanis suo servitore la metà zoè medietà de uno iardino, che ha fora a le mura de Milano et l’altra metà de epso iardino ad Salay suo servitore nel qual iardino il prefato Salay ha edificata et constructa una casa, la qual sarà e resterà similmente a sempremai perpetudine al dicto Salai, soi heredi, et successori, et ciò in remuneratione di boni et grati servitii, che dicti de Vilanis et Salay dicti suoi servitori lui hano facto de qui inanzi.

Item epso Testatore dona a Maturina sua fantescha una veste de bon pan negro foderata de pelle, una socha de panno et doy ducati per una volta solamente pagati: et ciò in remuneratone similmente de boni servitii ha lui facta epsa Maturina de qui inanzi.
Item vole che ale sue exequie siano sexanta torchie le quale seranno portate per sexanta poveri ali quali seranno dati danari per portarle a discretione del dicto Melzo le quali torzi seranno divise nelle quattro chiesie sopradicte.
Item el dicto Testatore dona ad ciascheduna de dicte chiesie sopradicte diece libre cera in candele grosse che seranno messe nelle diete chiesie per servire al dì che se celebreranno dicti servitii.

Item che sia dato ali poveri del ospedale di Dio alli poveri de Sancto Lazaro de Amboysia, et per ciò fare sia dato et pagato alli Tesorieri depsa confraternita la summa et quantità de soysante dece soldi tornesi.

Item epso Testatore dona et concede al dicto Messer Francesco Melce presente et acceptante il resto della sua pensione et summa de’ danari qual a lui sono debiti del passato fino al dì della sua morte per il recevoir, ovvero Tesaurario general M. Johan Sapin, et tutte et ciaschaduna summe de danari che ha receputo dal p.° Sapin de la dicta sua pensione, e in caxo chel decede inanzi al prefato Melzo, e non altramente li quali danari sono al presente nella possessione del dicto Testatore nel dicto loco de Cloux como el dice.

Et similmente el dona et concede al dicto de Melze tucti et ciaschaduni suoi vestimenti quali ha al presente ne lo dicto loco de Cloux tam per remuneratione de boni et grati servitii, a lui facti da qui inanzi, che per li suoi salarii vacationi et fatiche chel potrà avere circa la executione del presente Testamento, il tutto però ale spese del dicto Testatore.

Ordina et vole, che ia summa de quattrocento scudi del sole che ha in deposito in man del Camarlingo de Sancta Maria de Nove nela città de Fiorenza siano dati ali soy fratelli carnali residenti in Fiorenza con el profitto et emolumento che ne po essere debito fino al presente da prefati Camarlinghi al prefato Testatore per casone de dicti scudi quattrocento da poi el dì che furono per el prefato Testatore dati et consignati alli dicti Camarlinghi.

Item vole et ordina dicto Testatore che dicto Messer Francisco de Melzo sia et remana solo et in sol per il tutto executore del Testamento del prefato Testatore, et che questo dicto Testamento sortisca suo pieno et integro eteffecto, et circa ciò che è narrato et decto havere tenere guardare et observare epso Messer Leonardo de Vince Testatore constituto ha obbligato et obbliga per le presente epsi soy heredi et successori con ogni soy beni mobili et immobili presenti et advenire et ha renunciato et renuncia per le presente expressamente ad tucte et ciaschaduna le cose ad ciò contrarie.

Datum ne lo dicto loco de Cloux ne le presencie de magistro Spirito Fieri Vicario nela chiesia de Sancto Dionisio de Amboysia, M. Gulielmo Croysant prete et capellani, Magistro Cipriano Fulchin, Fratre Francesco de Corton et Francesco da Milano religioso del convento de fratri minori de Amboysia, testimonii ad ciò ciamati et vocati ad tenire per il iudicio de la dicta Corte, in presentia del prefato M. Francesco de Melze acceptante et consentiente il quale ha promesso per fede et sacramento del corpo suo per lui dati corporalmente ne le mane nostre di non mai fare venire, dire, ne andare in contrario. Et sigillato a sua requesta dal sigillo regale statuito a li contracti legali d’Amboysia, et in segno de verità. Dat. A dì XXIII de Aprile MDXVIII avanti la Pasqua.

Et a dì XXIII depso mese de Aprile MDXVIII ne la presentia di M. Gulielmo Borian notorio regio ne la corte de Baliagio d’Amboysia il prefato M. Leonardo de Vince ha donato et concesso per il suo testamento et ordinanza de ultima voluntà supradicta al dicto M. Baptista de Vilanis presente et acceptante il dritto de laqua che qdam bone memorie Re Ludovico XII ultimo defuncto ha alias dato a epso de Milano per gauderlo per epso De Vilanis a sempre mai in tal modo et orma che el dicto Signore ne ha facto dono in presentia di M. Francesco da Melzo Gentilhomo de Milano et io.

Et a dì prefato nel dicto mese de Aprile ne lo dicto anno MDXVIII epso M. Leonardo de Vinci per il suo testamento et ordinanza de ultima volunta sopradecta ha donato al prefato M. Baptista de Vilanis presente et acceptante tutti et ciaschaduni mobili et utensili de caxa soy de presente ne lo dicto loco du Cloux. In caxo però che el dicto de Vilanis surviva al prefato M. Leonardo de Vince, in presentia del prefato M. M. Francesco da Melzo et io Notario etc. Borean.


NB. Nel testamento non appare la citazione della Gioconda, ma si parla più in generale delle opere che Leonardo lascia in eredità e custodia a Gian Giacomo Caprotti (Salaì) e Francesco Melzi (Francesco da Melzo).

 

1913, 12 dicembre
Mentre il Ministro della Pubblica Istruzione Luigi Credaro, già deputato del Partito Radicale e Ministro della Pubblica Istruzione del Regno d'Italia nei governi Luzzatti e Giolitti IV, ne dava l’annuncio ufficiale all’ambasciatore francese, giunse a Firenze il direttore generale alle Belle Arti Corrado Ricci, archeologo e storico dell'arte italiano e senatore del Regno d'Italia per assicurarsi dell’autenticità del dipinto e gli esami successivi, confutarono l'autenticità dell'opera.


I giornali dell'epoca
Il ritrovamento della Gioconda fu un evento straordinario, forse il più importante degli ultimi cento anni.
Tutti i giornali francesi riservarono grande importanza all'evento non mancando di pubblicare in prima pagina la notizia del ritrovamento. Ma per settimane l'episodio del furto riempi i rotocalchi senza mai smettere di essere presente. 

Tra la popolazione nessuno non poteva non sapere del furto della Gioconda e alcuni artisti decisero di scrivere, forse in omaggio all'italiano Vincenzo Peruggia, addirittura delle canzoni dedicate al furto; vi furono anche delle stampe con la fotografia segnaletica del Peruggia e la Gioconda che vennero vendute nelle edicole e nei bar. 

I giornali tedeschi prima e dopo il ritrovamento della Gioconda riempirono i propri giornali di ipotetiche organizzazioni antisemite che avrebbero nascosto la Gioconda e poi fatta riapparire e Firenze seguendo un fantomatico disegno politico-religioso mai del tutto chiarito.

Alcuni giornali inglesi pubblicarono la notizia indicando il Peruggia come a capo di una organizzazione criminale individuata dai servizi segreti inglesi che informarono le autorità italiane che procedettero all'arresto del Peruggia stesso.

In America i giornali dedicarono molto spazio alla storia della Gioconda, tanto che su alcuni giornali illustrati, venne creata la storia a fumetti. Il Peruggia era disegnato come un supereroe  che riportava il quadro, dopo mille vicissitudini anche queste, però, non vicine alla realtà dei fatti, finalmente in Italia.



1916, la Gioconda di Duchamp

Molti affermano che a seguito di questo episodio del furto della Gioconda, qualche anno dopo molti colsero l'occasione come Marcel Duchamp, abile pittore, scultore francese, padre del Dadaismo per dare vita al Dadaismo.

Il movimento Dadaista nasce a  Zurigo, nella Svizzera neutrale della prima guerra mondiale, movimento, che ha interessato soprattutto le arti visive, il teatro e la grafica, attraverso un rifiuto degli standard artistici, come affermavano gli stessi dadaisti:

«un fenomeno che scoppia nella metà della crisi morale ed economica del dopoguerra, un salvatore, un mostro che avrebbe sparso spazzatura sul suo cammino. Un sistematico lavoro di distruzione e demoralizzazione... che alla fine non è diventato che un atto sacrilego.»



Gli artisti dada erano volutamente irrispettosi, stravaganti, provavano disgusto nei confronti delle usanze del passato; ricercavano la libertà di creatività per la quale utilizzavano tutti i materiali e le forme disponibili.  

L.H.O.O.Q., che pronunciato in francese può suonare anche come "Elle a chaud au cul" che tradotto significa "Lei ha caldo al culo", ovvero "è eccitata". 

Il loro scopo era quello di denigrare i valori di queste istituzioni e infrangere le loro regole. I dadaisti volevano portare avanti una rivoluzione pacifica e concettuale per sostituire ai linguaggi ufficiali una poetica che legittimasse la completa libertà creativa.  

Marcel Duchamp proprio con "la Gioconda coi Baffi" scatena l'opinione pubblica dando forte spinta al movimento dadaista che probabilmente necessitava di autorevolezza.

 

Le dimissioni e le conseguenze

Il furto suscitò inevitabilmente ampio clamore e polemiche nell’opinione pubblica francese e non solo. 

Vi fu un grande movimento popolare, supportato da molti artisti e intellettuali dell'epoca che sottolinearono la completa inadeguatezza di tutto l'apparato di sorveglianza del Louvre. 

L'allora direttore Théophile Homolle, travolto dalle critiche e dalla responsabilità per quanto accaduto, fu costretto a rassegnare le proprie dimissione, gesto ritenuto necessario, in quanto si doveva dare un segnale di discontinuità con il recente passato. 

La Stampa d’oltralpe fomentarono pulsioni xenofobe addensando sospetti su ambienti dell’immigrazione o sulla longa manus tedesca. 


Il processo

Tutto il mondo ha i riflettori puntati sull'aula d'Assise del Tribunale di Firenze dove si dovrà celebrare il processo al Peruggia.

La popolazione è divisa tra innocentisti e colpevolisti, ma lo spirito patriottico sembra prevalere a favore di Vincenzo Peruggia, cosi esile e minuto che sembra quasi far tenerezza. "In fondo l'ha fatto per amor di Patria" dice qualcuno nei bar e che se fosse stato al posto del povero Vincenzo, avrebbe fatto la stessa cosa!

Si sa che il Peruggia ha confessato il furto e sicuramente verrà condannato, ma la gente sembra averlo già assolto.

Il processo di Assise - 1914, 5 giugno

Il giorno del processo, il Peruggia si presenta accompagnato da un avvocato d'ufficio, in quanto non poteva permettersi di pagarlo, e si accomoda mestamente davanti ai giudici che gli chiedono di spiegare alla corte come sono andate le cose, senza tralasciare nessun dettaglio.

Comincia quindi a ripercorrere tutti i passaggi di questa vicenda e dalla sua deposizione sembra non emergano forme di pentimento, anzi, conferma la sua volontà di essere l'artefice del furto stesso che minimizza, dicendo che si trattò solamente di "un atto dovuto" alla memoria del grande maestro toscano e che riportare, secondo lui,  la Gioconda nel suo Paese di origine, in Italia, sarebbe stata la giusta ricompensa al suo popolo. 

E' convinto infatti che la Gioconda sia stata rubata durante la campagna d'Italia da Napoleone Bonaparte che fece razzia di centinaia di opere di altri illustri pittori Italiani e che portò in Francia come bottino di guerra, aggiungendo il suo avvocato che lo stesso Napoleone, cosi sembra dire la storia, amasse a tal punto l’opera di Leonardo e che per qualche periodo tra il 1800 e il 1804 se la fosse fatta appendere in camera da letto alle Tuileries.

L'interrogatorio prosegue e emerge che il giorno del suo arresto avvenuto a Londra, il Peruggia, fu trovato in possesso di un taccuino dove vi erano scritti tre numeri di telefono che riportavano nomi di galleristi europei e americani e il giudice si convinse che il Peruggia volle vendere la Gioconda e trarne profitto, e la corte dimostrò che il Peruggia non fece questo furto per motivi patriottici, ma che nella visione dell'imputato vi era la ferma volontà di lucrare sull'opera, rivendendola alla Galleria degli Uffizi per 3 milione di lire  e incassare le somme per farne un uso personale.

Dopo aver raccolto la sua versione e confrontato tutte le accuse a suo carico, i giudici del tribunale di Firenze, si riunirono in camera di consiglio e la sentenza fu rapida:  Vincenzo Peruggia è colpevole.

La sentenza è netta anche se gli vengono riconosciute le attenuanti di un vizio parziale di mente e le motivazioni patriottiche, che alla fine vennero prese in considerazione, e  condannato a un anno e quindici giorni di prigione per furto aggravato. 


Il processo di Appello -1914, 29 luglio

Gli avvocati del Peruggia ricorrono in Appello non soddisfatti della sentenza precedente e ottengono una riduzione di pena a sette mesi e otto giorni di reclusione. A questo punto l'imputato venne tradotto in carcere. 

Scontata la detenzione, venne chiamato dal distretto militare per essere arruolato (facendo decadere la sua inabilità alla leva obbligatoria) tra i fanti che parteciparono alla prima guerra mondiale, e fu mandato a combattere a Caporetto dove fu catturato dai soldati austriaci. 


1921, 26 ottobre

La guerra è finita e oramai Vincenzo Peruggia a 40 anni e decise di convogliare a nozze con la giovane Annunciata di 25 anni. 


1922

Lascia definitivamente l'Italia insieme alla giovane moglie, per stabilirsi Saint-Maur-des-Fossés, un piccolo paesino della periferia di Parigi. Da questo momento sul suo documento di identità Francese non vi è scritto Vincenzo come primo nome, ma il secondo nome, quello di Pietro.


1924, 22 marzo  

Nacque la sua unica figlia, Celestina, che ricordava come in paese Saint-Maur-des-Fossés da piccola la chiamassero "Giocondina". Tornò in Francia utilizzando un espediente: sui documenti per l'espatrio sostituì Vincenzo con Pietro, suo secondo nome. Si stabilì a Saint-Maur-des-Fossés, periferia di Parigi dove il 22 marzo 1924. Peruggia morì l'8 ottobre del 1925 a Saint-Maur-des-Fossés a causa di un infarto.                              



La Gioconda rientra in Italia

Al termine di un’indagine durata due anni e grazie agli accordi con l'Ambasciata di Francia in Firenze, le autorità italiane ricevono l'autorizzazione di esporre la Gioconda nei musei più grandi d’Italia. Inizia quindi l'esposizione presso gli Uffizi a Firenze, dove migliaia di persone provenienti da tutta Italia, hanno modo di vedere per la prima volta dal vero l'opera di Leonardo da Vinci. 

Dopo pochi mesi viene trasferita ed esposta a Roma, presso il prestigioso Palazzo Farnese a Roma e successivamente esposta alla Galleria Borghese .

Ambascitori, Capi di Stato, esperti di tutto il mondo rendono omaggio alla Gioconda si trovano in Italia per ammirare l'opera, una straordinaria e vengono organizzati incontri e dibattiti dedicati all'opera più discussa della storia dell'umanità.



Esposizione della Gioconda                                 


Il dipinto a questo punto è in possesso delle autorità italiane e viene esposto subito presso gli Uffizi di Firenze, destando grande interesse. 

In quel periodo l'esposizione al pubblico della Gioconda porta a Firenze migliaia di curiosi, attratti anche dal fascino della storia del furto, che hanno la possibilità di rivederla dopo circa due anni e mezzo di mistero.

I giornali del periodo danno grande risalto all'iniziativa e all'autore del furto, il Peruggia appunto, del quale viene scritto tutto il possibile, spesso anche informazioni false e non provate, pur di vendere migliaia di copie.

La Gioconda, semmai ce ne fosse stato bisogno, assume ancora di più un valore misterioso e quello sguardo e quel sorriso beffardo, sembra conoscere davvero la vera storia del furto, ma nulla fa pensare che proprio la gioconda abbia il desiderio di raccontarla.

La Gioconda in mostra nella Galleria degli Uffizi di Firenze, anno 1913. Il direttore del Museo Giovanni Poggi (a destra) controlla il dipinto.

Resta il fatto che l’opera fu messa in mostra agli Uffizi a Firenze, a Palazzo Borghese a Roma e alla Pinacoteca di Brera a Milano; l’esposizione itinerante dette luogo ad affollatissimi eventi pubblici, presenziati da autorità, studiosi e da migliaia di visitatori comuni. 

Il viaggio verso Parigi si tramutò dunque in una cerimonia solenne, che intendeva celebrare i tradizionali vincoli di amicizia fra i due paesi. Del resto, dopo l’iniziale imbarazzo, era necessario per il governo italiano dare prova di efficienza nella presa in carico e restituzione del dipinto e di stretta collaborazione con le autorità d’Oltralpe.

 

1914, il ritorno definitivo in Francia
Dopo l'esposizione in Italia, in accordo con l'ambasciata francese, ci si prepara al suo definitivo rientro in territorio francese: la Gioconda deve tornare a casa.  

Viene organizzato il rientro in Francia e i giornali francesi chiamano La Monna Lisa  e non Gioconda l'opera di Leonardo, quasi a sottolinearne la paternità. Dapprima viene diffusa la notizia che il trasferimento avverrà in treno, poi si afferma che avverrà con un convoglio della polizia di Stato Italiana e poi ancora in aereo: molta confusione.    

Le ferrovie di stato italiane decidono di mettere a disposizione un interno convoglio con un vagone speciale, dove all'interno viaggia l'opera all'interno di una cassa di legno, chiusa all'interno di una gabbia, sorvegliata da agenti armati che hanno l'ordine perentorio di non far accedere nessuno sul vagone. 

All'interno del treno viaggiano alcuni passeggeri (ambasciatori, segretari di stato e giornalisti) oltre che 100 uomini in borghese che hanno il compito di controllare ogni singolo movimento sospetto. Vengono allertate anche tutte le stazioni dove è previsto il passaggio del convoglio che non si ferma, ma è sempre costretto a rallentare, per poi riprendere velocità passata la stazione. Proprio alle stazioni sono di servizio agenti della polizia di stato e militari dell'Arma dei Carabinieri che hanno il compito di sorvegliare e verificare il passaggio del treno.  

La mattina preso il convoglio arrivò in Francia a Modane, piccolo comune francese di 2.000 abitanti situato nel dipartimento della Savoia della regione dell'Alvernia-Rodano-Alpi. Il treno viene fatto fermare in Stazione per gli ultimi controlli da parte della Gendarmèrie e vengono firmati gli ultimi documenti di frontiera.

Poche ore dopo, si aggiunge la scorta di sicurezza del Governo francese che mette a disposizione circa 70 uomini, sia in divisa che in borghese, per aumentarne i controlli e garantire la sicurezza verso l'ultima destinazione: Parigi, museo dell'Louvre.  

Qui la  Gioconda venne accolta in pompa magna dalle autorità francesi che gli riservarono grandi celebrazioni e festeggiamenti, e un lungo corteo di auto ministeriali, motociclisti e grandi ali di folla, accompagnarono l'opera verso la sua ultima destinazione.

Davanti al Museo dell'Louvre, centinaia di giornalisti di tutto il mondo, pronti a fotografare la cassa contenente l'opera, che venne scaricata con grande attenzione e con l'aiuto di mezzi meccanici, prima sollevata e poi appoggiata su alcuni muletti al fine di essere inserita all'interno del museo. 

La folla spinse per entrare e la gendarmerìe ha molta difficoltà a trattenere il cordone oltre il quale è vietato l'accesso e viene chiesto l'aumento immediato di uomini per garantirne la sicurezza. 

All'interno del Museo, e più precisamente nel Salon Carré,  venne poggiata la cassa ed aperta alla presenza del presidente della repubblica francese e tutto il governo. 

Da questo momento la Gioconda con il suo sguardo malinconico, dopo anni di inquietudini, riposa nella tranquillità di questo salone, vista da questo momento in poi da oltre mezzo miliardo di visitatori provenienti da ogni angolo del mondo.


  • L'uomo che rubò la Gioconda, sceneggiato per Canale 5, diretto da Fabrizio Costa, trasmesso nel 2006, 
  • Lovers, Liars and Thieves, con Dustin Hoffman ed Antonio Banderas, di Jeremy Leven, in produzione nel 2009.
  • The Art of the Steal, con Kurt Russel e Matt Dillon, 2013.
  • Il ratto di Monna Lisa (Der Raub der Mona Lisa), film tedesco diretto da Géza von Bolváry nel 1931.
  • Il ladro della Gioconda, film italo-francese diretto da Michel Deville nel 1966.
  • Il furto della Gioconda, sceneggiato Rai interpretato da Enzo Cerusico e diretto da Renato Castellani, trasmesso nel 1978.