Pinturicchio

Bernardino di Betto Betti, più noto come Pinturicchio o Pintoricchio (Perugia, 1452 circa – Siena, 11 dicembre 1513), è stato un pittore italiano.

Il soprannome di Pinturicchio ("piccolo pintor", cioè "pittore") derivava dalla sua corporatura minuta: egli stesso fece proprio quel soprannome usandolo per firmare alcune opere[1].

Fu un artista completo, capace di padroneggiare sia l'arte della pittura su tavola, che l'affresco e la miniatura, lavorando per alcune delle più importanti personalità del suo tempo[1]. Fu uno dei grandi maestri della scuola umbra del secondo Quattrocento, con Pietro Perugino e il giovane Raffaello.

Giorgio Vasari descrisse la sua biografia in Le Vite del 1568 (Bernardino Pinturicchio) citando nella parte finale anche Nicolò Alunno di Foligno.

Nacque verso il 1452 a Perugia, da Benedetto detto Betto, figlio a sua volta di Biagio detto Betti. Nella sua città si iscrisse, quasi trentenne, all'Arte dei Pittori nel 1481. Generalmente rifiutata dalla critica è la menzione vasariana di un alunnato presso Perugino, anche per la poca differenza dei due in termini di età, solo quattro anni. Può darsi invece che i due lavorassero in un rapporto di associazione con anche altri collaboratori, tra cui il pittore più anziano, Perugino, assumeva anche il ruolo di capofila. Vasari riporta un accordo economico tra i due, che risulta infatti appropriato tra soci d'impresa o di bottega[2].

Il maestro di Pinturicchio va quindi ricercato tra i pittori umbri della generazione precedente, come Fiorenzo di Lorenzo o Bartolomeo Caporali, con influenze esterne di pittori attivi in Umbria quali Beato Angelico, Benozzo Gozzoli, Filippo Lippi, fra' Diamante. Inoltre da Perugino di ritorno da Firenze poté aggiornarsi sulle novità della bottega del Verrocchio, mentre dalle miniature poté conoscere l'attività dei fiorentini Attavante, Gherardo e Monte di Giovanni[3]. Importante fu infine l'influenza della pittura adriatica, in particolare di Piero della Francesca attivo a Urbino, con la sua spazialità monumentale, dominata dalla prospettiva e da un solenne impianto compositivo[2]. Pinturicchio mostra un edonistico gusto per le immagini variopinte, per i forti cromatismi. Egli è il più laico dei pittori del suo tempo, svuotando la prospettiva, le forme, le linee e i colori di tutti i contenuti concettuali a cui erano all'inizio connessi, riducendoli ad essere i termini di un linguaggio corrente.[4]


Gli affreschi con Storie di san Bernardino nella Cappella Bufalini della chiesa romana dell'Aracoeli sono la prima grande prova dell'arte di Pinturicchio. Vengono in genere datati al 1484-1486 e appartengono a quel periodo in cui la carenza di grandi maestri sulla piazza romana favorì l'ascesa di nuovi talenti. Inoltre la comune provenienza umbra sia del committente, Niccolò di Manno (Riccomanno) Bufalini da Città di Castello che a Roma ricopriva la carica di avvocato concistoriale, che dell'artefice fu probabilmente alla base di un già esistente rapporto di fiducia, come dimostra anche una Madonna dipinta per i Bufalini nella Pinacoteca comunale di Città di Castello (1480 circa)[10]. Gli affreschi si dispiegano sulle tre pareti e sulla volta e sono dedicati alla vita e ai miracoli di san Bernardino da Siena, un santo che in quel periodo era oggetto di una vasta opera di promozione devozionale intrapresa dall'ordine Francescano.

Gli schemi usati riecheggiano quelli degli affreschi di Perugino nella Sistina, ma se ne distaccano per una maggiore vivacità e varietas rispetto alla simmetria e alla composta solennità dello stile peruginesco[11]. Ad esempio nei Funerali di san Bernardinol'edificio che domina lo sfondo al termine della fuga prospettica della pavimentazione a scacchiera cita la Consegna delle chiavi, ma i due edifici asimmetrici ad altezze differenti sui lati arricchiscono e variano lo scenario. In primo piano si svolgono i funerali del santo, disteso su un catafalco che, essendo disposto in tralice, aumenta il senso di profondità spaziale e fa meglio interagire i personaggi con lo spazio circostante. In quest'opera sono chiare le molteplici influenze della pittura di Perugino in questa fase: la razionalità prospettica di marca urbinate-perugina, la varietà di tipi e pose nelle folle, ispirata ai fiorentini come Benozzo Gozzoli o Ghirlandaio, la caratterizzazione pungente dei poveri pellegrini e mendicanti, derivata dall'esempio dei fiamminghi[12].