Introduzione alla Meccanica



Introduzione alla meccanica

La meccanica è quella parte della scienza teorica che studia le dinamiche del movimento dei corpi. Parlando di meccanica classica, cioè la base della meccanica, occorre tenere presente che la stessa identifica l'insieme delle teorie e dei principi meccanici fino alla data dei primi del novecento. 

La meccanica nel rinascimento

Nell'immagine convenzionale del Rinascimento poco spazio viene solitamente riservato ai protagonisti di quello che può essere definito il 'rinascimento delle macchine', sovrastato e oscurato da quello delle lettere e delle arti. L'unica eccezione è costituita da Leonardo da Vinci, del quale, a partire dalla riscoperta dei suoi manoscritti alla fine del XVIII sec., si sono ossessivamente esaltati i meriti di eccezionale inventore.

L'insistenza su Leonardo e, soprattutto, l'attribuzione al vinciano del merito di avere per primo avviato una riflessione di straordinaria modernità su macchine e meccanismi hanno contribuito a lasciare nell'ombra il complesso e non breve processo, segnato da tappe e da protagonisti particolarmente significativi, che durante il secolo che precede l'entrata in scena di Leonardo produsse una vera e propria rivoluzione nella cultura e nella pratica delle macchine.

Una delle conseguenze dello sforzo di riportare in piena luce questo processo è la necessità di riconsiderare il ruolo tradizionalmente assegnato a Leonardo. Da precoce iniziatore di una concezione dell'attività macchinale nuova per metodo e per ardimento degli obiettivi, egli viene infatti trasformandosi nel punto di arrivo, nell'esito più maturo e originale di un'elaborazione corale protrattasi per molti decenni. Osservato da questo angolo visuale, Leonardo non appare più come un profeta visionario e inascoltato, ma viceversa come l'uomo che più eloquentemente ha saputo dar voce e visibilità grafica alle utopiche aspettative circa le possibilità delle tecniche entusiasticamente condivise da molti artisti-ingegneri del Quattrocento.

«La sperienza fa bona regola», questo è quello che scriveva Leonardo da Vinci circa il sapere dell'uomo. 

Poco si fidava di coloro che affermavano principi senza averne conoscenza e sperimentazione e che ritenevano di sapere senza conoscere.  

Leonardo ancora una volta dimostra di essere un profondo conoscitore degli aspetti del ragionamento, al quael affida la sorgente dell'analisi, la fonte delle soluzioni.si dimostra osservatore attentissimo, sia che si tratti di descrivere il moto delle acque correnti, sia che debba seguire il volo degli uccelli. Eppure è proprio nella meccanica applicata che il maestro toscano si eleva sopra tutti i predecessori e i contemporanei. E non solo per le sue invenzioni, spesso autenticamente geniali, ma anche per il modo assolutamente innovativo con cui egli analizza la macchina nei suoi particolari, cercando di conoscerne i meccanismi e gli elementi e, quindi, l’effettiva funzione.

Con Leonardo, insomma, la rappresentazione grafica dello strumento meccanico assume una fisionomia che davvero prelude ai procedimenti moderni del disegno di macchine. Al punto che le carte del Codice Atlantico, spesso, sembrano proprio fogli di officina, destinati cioè a essere passati nelle mani di artigiani da lui stesso incaricati di dare esecuzione pratica ai suoi progetti. E anche quando riproduce macchine già note o riprende applicazioni già impiegate, Leonardo riesce comunque a imprimere nei suoi studi il segno possente e unico della sua personalità d’artista.

Fra i fogli più interessanti presentati nelle due consuete sedi milanesi (nella Sala Federiciana dell’Ambrosiana, cioè, e presso la Sacrestia del Bramante in Santa Maria alle Grazie), si segnala il “compasso parabolico”, ideato da Leonardo esattamente cinque secoli or sono, cioè attorno al 1513, anno in cui il nostro maestro assunse un macchinista tedesco per la produzione di specchi ustori, su richiesta di papa Leone X. Un disegno per il quale il Da Vinci riprese e adattò, quasi certamente, un suo vecchio progetto, forse ancora precedente il suo primo soggiorno milanese.

Legato a quest’ambito è anche lo studio di una macchina per produrre specchi concavi. Un’esperienza che gli arrivava da lontano, se consideriamo che già mentre era a bottega dal Verrocchio, fra il 1467 e il 1475, Leonardo poté osservare l’impiego di specchi ustori, ad esempio per saldare le sezioni della sfera in rame di quattro braccia di diametro sulla lanterna della cattedrale di Firenze.

L’intento di Leonardo, in queste ricerche della maturità, è quello di sviluppare uno specchio ustorio in grado di produrre energia per le manifatture tessili. Il suo interesse in questo campo è dimostrato anche da altri disegni tecnici presenti in mostra, come quello di una macchina garzatrice per fabbricare tessuti felpati, o quello di un filatoio a manovella che consentiva una filatura notevolmente più veloce e omogenea rispetto ai macchinari del tempo.

Il genio, si sa, emerge anche nei dettagli più concreti…


estratto originale dal Trattato della Pittura- Parte prima /29
Leonardo da Vinci


Dicono quella cognizione esser meccanica la quale è partorita dall'esperienza, e quella esser scientifica che nasce e finisce nella mente, e quella essere semimeccanica che nasce dalla scienza e finisce nella operazione manuale.

Ma a me pare che quelle scienze sieno vane e piene di errori le quali non sono nate dall'esperienza, madre di ogni certezza, e che non terminano in nota esperienza, cioè che la loro origine, o mezzo, o fine, non passa per nessuno de' cinque sensi.

E se noi dubitiamo della certezza di ciascuna cosa che passa per i sensi, quanto maggiormente dobbiamo noi dubitare delle cose ribelli ad essi sensi, come dell'assenza di Dio e dell'anima e simili, per le quali sempre si disputa e contende. E veramente accade che sempre dove manca la ragione suppliscono le grida, la qual cosa non accade nelle cose certe.
Per questo diremo che dove si grida non è vera scienza, perché la verità ha un sol termine, il quale essendo pubblicato, il litigio resta in eterno distrutto, e s'esso litigio resurge, ella è bugiarda e confusa scienza, e non certezza rinata. 

Ma le vere scienze son quelle che la speranza ha fatto penetrare per i sensi, e posto silenzio alla lingua de' litiganti, e che non pasce di sogni i suoi investigatori, ma sempre sopra i primi veri e noti principî procede successivamente e con vere seguenze insino al fine, come si dinota nelle prime matematiche, cioè numero e misura, dette aritmetica e geometria, che trattano con somma verità della quantità discontinua e continua.

Qui non si arguirà che due tre facciano piú o men che sei, né che un triangolo abbia i suoi angoli minori di due angoli retti, ma con eterno silenzio resta distrutta ogni arguizione, e con pace sono fruite dai loro devoti, il che far non possono le bugiarde scienze mentali. 

E se tu dirai tali scienze vere e note essere di specie di meccaniche, imperocché non si possono finire se non manualmente, io dirò il medesimo di tutte le arti che passano per le mani degli scrittori, le quali sono di specie di disegno, membro della pittura; e l'astrologia e le altre passano per le manuali operazioni, ma prima sono mentali com'è la pittura, la quale è prima nella mente del suo speculatore, e non può pervenire alla sua perfezione senza la manuale operazione; della qual pittura i suoi scientifici e veri principî prima ponendo che cosa è corpo ombroso, e che cosa è ombra primitiva ed ombra derivativa, e che cosa è lume, cioè tenebre, luce, colore, corpo, figura, sito, remozione, propinquità, moto e quiete, le quali solo colla mente si comprendono senza opera manuale; e questa sarà la scienza della pittura, che resta nella mente de' suoi contemplanti, dalla quale nasce poi l'operazione, assai piú degna della predetta contemplazione o scienza. 


Dopo questa viene la scultura, arte degnissima, ma non di tanta eccellenza d'ingegno operata, conciossiaché in due casi principali sia difficilissima, co' quali il pittore procede nella sua. Questa è aiutata dalla natura, cioè prospettiva, ombra e lumi. Questa ancora non è imitatrice de' colori, per i quali il pittore si affatica a trovare che le ombre sieno compagne de' lumi.