Marco Vitruvio Pollione

Marco Vitruvio Pollione (in latinoMarcus Vitruvius Pollio80 a.C. circa – dopo il 15 a.C. circa) è stato un architetto e scrittore romano, attivo nella seconda metà del I secolo a.C., considerato il più famoso teorico dell'architettura di tutti i tempi.

Incerto è il suo luogo di origine; di volta in volta sono state indicate, tra le altre, le città di RomaFanoFondiVeronaFormia, l'area campana in genere e addirittura la Numidia, senza alcuna certezza[1]. Anche dello svolgersi della sua vita si hanno scarse notizie, tutte dedotte da note autobiografiche inserite nel suo trattato. Dovrebbe essere stato ufficiale sovrintendente alle macchine da guerra per Giulio Cesare e poi architetto-ingegnere per Augusto. L'unica opera che egli stesso scrive di aver progettato e costruito è la basilica di Fano.

Dopo essersi ritirato, avendo ottenuta una pensione, si dedicò alla stesura del trattato De architectura, proprio mentre il princeps Augusto si dedicava a un programma di sviluppo edilizio.

L'importanza di Vitruvio è dovuta al suo trattato De architectura (Sull'architettura), in 10 libri, dedicato ad Augusto (che gli aveva concesso una pensione), scritto probabilmente tra il 29 e il 23 a.C. La stesura dell'opera avvenne negli stessi anni in cui Augusto aveva in mente un rinnovamento generale dell'edilizia pubblica e mirava probabilmente a ingraziarsi l'imperatore, a cui l'autore si rivolge direttamente in ciascuna delle introduzioni preposte ad ogni libro.

Il De architectura è l'unico integro testo latino di architettura e pertanto il più importante, tra i pochi giunti, in modo più o meno frammentario, fino a noi; l'influenza sulla cultura occidentale è dovuta soprattutto a questa sua unicità. Tuttavia l'influenza dell'opera di Vitruvio sui suoi contemporanei sembra sia stata molto limitata[2], anche perché il suo trattato fu scritto in un momento in cui l'architettura romana stava per rinnovarsi profondamente con le grandi costruzioni in laterizio e l'utilizzo di volte e cupole, di cui Vitruvio praticamente non si occupa. D'altro canto, la sua autorità in campo tecnico e architettonico è testimoniata dai riferimenti alla sua opera presenti negli autori successivi come Frontino.

Pare che il trattato non abbia esercitato alcuna influenza sull'architettura per tutto il medioevo, anche se suscitò interesse filologico, per esempio alla corte di Carlo Magno e poi, in seguito, in Petrarca, che annotò di sua mano una copia oggi conservata alla Biblioteca Bodleianadell'Università di Oxford, e in Boccaccio, che ne possedeva una copia. Visto che altre copie sono documentate in Italia a fine Trecento, perde credito il mito della riscoperta fatta nel 1414 a Montecassino da Poggio Bracciolini che comunque deve averne rinvenuta una copia nelle sue ricerche, forse in area tedesca[3], contribuendo così alla sua diffusione[2].