Luisa Albert



Nata nel 1969 a Torino, dopo il diploma in illustrazione all’Istituto Europeo di Design a Milano e alcune collaborazioni con importanti case editrici, si avvicina alla pitturae diventa allieva di Ottavio Mazzonis (1921-2010), suo continuo e prezioso punto di riferimento. 

Luisa Albert utilizza la tecnica del chiaroscuro e dei giochi di luce per opere che attingono all’osservazione della quotidianità declinata nella teatralità della composizione. 

Il colore, la luce e il buio dominano nature morte, interni e figure. Pubblico e collezionisti hanno iniziato a conoscerne l’opera nel 1996 in una mostra alla Galleria Dantesca di Torino.

Le sue opere sono state esposte in oltre 50 mostre, nelle principali fiere dell'arte contemporanea italiane e fanno parte di importanti collezioni private e pubbliche, come quelle della Fondazione CRT, della Generali e del Consiglio Regionale del Piemonte per il quale ha realizzato i ritratti degli ultimi presidenti.


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de filippi, cm30x40


Autoritratto 2006, cm18x24


Claudio e Stefi, cm100x90


 
Sulla soglia della pittura
L’affermazione globale dell’arte contemporanea (quella che viene riconosciuta come tale in base ad alcuni stilemi) quale fenomeno di costume capace di garantire a questo prodotto una inedita popolarità ha eroso ulteriori spazi, anche nel gusto collezionistico, a ciò che sino a qualche anno fa veniva definita come «figurazione tradizionale».

In Italia, ne sono stati esponenti artisti oggi più che cinquantenni, alcuni veleggianti verso la sessantina.Sono in via di estinzione anche le sedi che ne accoglievano e sostenevano la produzione. I«pittori figurativi» di oggi, o guardando alla Scuola di Lipsia o sperando nell’accoglienza ricevuta da certa pittura in Gran Bretagna (Jenny Saville), sanno bene che un minimo ma decisivo scarto (prevalentemente di ordine concettuale, o in chiave di più sottile e ammiccante intonazione stilistica) li separa dai loro predecessori, oggi naufraghi come orsi polari abbarbicati ai sempre più esigui spezzoni di una banchisa in disfacimento.
Chi, come questi ultimi, non ha saputo trovare confidenza con l’attualità non può fregiarsi, a ben vedere,neanche dell’accusa di accademismo, essendo oggi l’Accademia altra cosa, ed è quella che trionfa nelle mega-gallerie multinazionali, nelle super fiere, nelle biennali ormai ubique e perenni.
È tale il peso di questa cappa che spesso toglie lucidità all’osservatore, in difficoltà nel saper vedere, anche nel più contemporaneista dei circuiti, opere e ricerche che si distinguano dallo stilish-style dominante; soppressa la babele di linguaggi di un tempo, ne è rimasto uno solo (mascherato in forma di pastiche) ed è difficile sfuggire, sia da parte degli artisti (e non ne mancano, anche nel cuore del sistema, di straordinari, capaci di esprimersi con attualità e poesia) sia da parte di chi ne osserva le opere, all’opacità dell’ortodossia.

Torino, in tal senso, ha una duplice anima: capace di produrre autentici eretici, ha la perversa capacità di disinnescarne rapidamente la portata eversiva, elevandoli ad una casta sacerdotale. Creativa e saturnina, la città paga probabilmente un antico retaggio cortigiano,ponendosi con prona acriticità nei confronti del Vate di turno. Nell’arte moderna e contemporanea, è una storia che va avanti da più di un secolo e fare nomi è troppo scontato.Vi ha anche vissuto un pittore che non possiamo definire eretico in quanto evidentemente catapultato nella nostra epoca da un altro secolo: Ottavio Mazzonis, figurativo neo romantico con turbamenti simbolisti trapiantati in luci tiepolesche, fu la prova inconfutabile dell’esattezza di alcune teorie relativistiche sulla spazio-tempo che la scoperta dei buchi neri ha incoraggiato. Non fu un cortigiano, né ebbe una corte.

Si dice che Sergio Saroni, informale presto pentito, disperatamente alla ricerca di un presente per l’immagine figurativa pittoricamente espressa, intratteneva con lui incontri semi clandestini nei quali, appunto,consolarsi, disperarsi, interrogarsi.
Per Mazzonis, geneticamente (non tendenziosamente) anacronista (poco importa se a un dato punto l’Anacronismo divenne una maldestra corrente post concettuale) la pittura, quella pittura, era cosa connaturata, non certo una scelta né,tantomeno, una croce, al contrario di quanto fu invece, drammaticamente, per il suo interlocutore.Suppongo che, nei confronti di una sua giovane allieva (ignoro se il Maestro, come tutti lo appellavamo, ebbe una vera e propria scuola) l’influsso di Mazzonis esercitò un effetto incoraggiante e rasserenante nei confronti di chi, nella fattispecie Luisa Albert, molto probabilmente già si chiedeva se la sua abilità, educata come illustratrice, potesse essere convertita in pittura e se e quanto spazio ci sarebbe stato verso quella pittura. In tempi non così grami per una figurazione che neppure poteva ornarsi del dolente esistenzialismo di matrice testoriana o ispanica (ci riferiamo ad Antonio López García e non ai suoi innumeri seguaci, succedanei, tristanzuoli epigoni) né di ammiccamenti verso il dibattito naturale-artificiale, tradotto in termini iperrealistici, Luisa Albert ha avuto modo di fare conoscere insedi adeguate il suo lavoro.

Apprezzata ritrattista, ricercata come evocativa pittrice d’interni borghesi, ha ottenuto, e non è poco, un suo riconoscimento collezionistico quando non legato a vere e proprie committenze.
Ora è al bivio. Si direbbe che non le vada a genio il destino, prima citato, dell’orso polare.
Gli spazi si restringono, è vero; intorno sono ormai in molti a considerare cheap avere in casa«certi» quadri e avrà pur visto qualche insospettabile aggirarsi tra gli stand di Artissima. Lanatura morta (in fotografia, in video, nelle installazioni, nella scultura e…sì, anche nella pittura) sta conoscendo un periodo di acclamata riscoperta (a documenta, a Kassel, sei anni fasi è visto persino Morandi).
Eppure in studio, ormai da qualche mese, è ferma una grande tela,finita e verniciata. Contiene oggetti e presenze che non possono non far pensare a un voluto richiamo al messaggio moraleggiante della natura morta seicentesca, anche se l’autrice giura che eventuali associazioni allegoriche sono venute in mente, anche a lei, soltanto a quadro ultimato. Le sgargianti piume di un pappagallo ara sono lontanissime dalle polverose ali del loreto impagliato di gozzaniana memoria.
L’assenza di ironia e una malinconia che non fa presa tra questi oggetti, in questa bene orchestrata composizione, sono forse tra le ragioni dell’ingombrante stallo di quel dipinto.

Intorno, il nudo neosimbolista di un figlio, un bozzetto di avvicinamento (tra i molti eseguiti prima di accingersi alla versione definitiva) per un ritratto; un memento mori. E intorno ancora, le persone, gli oggetti, le luci, i libri, gli spazi reali che animano quei quadri, in cui tutto è messo in posa, perché questa è una pittura che dal confronto e dalla misura del vero (non di quello riquadrato da una fotografia, non di Hasselblad, né di uno smartphone) trae la sua origine.

Mi viene in mente che Chardin aveva sessantaquattro anni quando dipinse le sue più straordinarie nature morte, la sua umile eppure trionfante brioche.
Quando si raggiunge, allora, la maturità? Nel caso di Luisa Abert, quando si rassegnerà ad accettare il fatto che il disegno e la pittura sono atti di conoscenza. Sono dunque un’avventura esperienziale ed esistenziale. Solo in questi limiti ha senso prorompere (Focillon) ancora oggi, in un Elogio della mano.
Checché sene dica, le persone in genere non amano proposizioni dirette del vero; le opere alle biennali raccontano spesso storie strazianti, dolorose, crudeli, realmente esistenti ma opportunamente filtrate da medium e forme rassicuranti (a partire dal contesto). La pittura di Luisa Albert,infatti, non è simpatica perché rinuncia a un altro elemento portante di molta arte oggi definita contemporanea, cioè la narratività e/o la teatralizzazione del narrato.È tutto troppo dipinto (non colorato), troppo dichiarato, troppo evidentemente parte di un’esperienza che non prende le distanze, come oggi conviene fare con manieristica sprezzatura, rispetto alla partecipatività dell’autore nei confronti del medium e della sua tradizione.

Luisa Albert ne è lucidamente cosciente. In un recente colloquio ha apertamente sottolineato come le persone siano ormai disabituate a una pittura che ripone nella franchezza esecutiva uno dei suoi tratti distintivi.
Sa anche quanto poco basterebbe per rendere più trendy il suo lavoro: potrebbe puntare su certe sue esperienze nel mondo del fumetto; giocherellare con il Kitsch; evocare il fermo immagine di un video…Oppure c’è l’altra via, quella della presa di coscienza delle reali finalità della sua pittura,parliamo di quella più «privata», nella quale il tema dell’interno si apre a presenze oggettuali,in tele ancora embrionali e in fase di definizione, nelle quali i protagonisti assoluti sono la luce e lo spazio.

È la via della rinuncia, della non indulgenza, dello sfoltimento del repertorio (uno dei punti di congiunzione tra Chardin e Morandi, probabilmente), dell’analisi più profonda(che non vuol dire accumulo di nozioni) e insieme della sintesi più radicale (che non vuol dire semplificazione).
Un percorso possibile, basato sulla convinzione che una delle nuove funzioni della pittura, in un mondo in cui l’immagine si manifesta in maniera invasiva ma asettica,appiattita dalla digitalizzazione, dall’identica ripetibilità tecnologica, possa consistere nella rivendicazione di una fisicità gestuale, materica, autenticamente tridimensionale, sia pure nel susseguirsi delle velature. Una pittura che riporti a una percezione totale del visibile e del reale, a patto che l’oro dell’amato Klimt sappia convivere con il fango di Rembrandt.

A me pare che Luisa Albert stia su questa soglia: è vero, nessuno ci dà garanzie che oltre non ci sia un altro ghiacciaio in sfaldamento, né l’imminente naufragio; ma è altrettanto vero che, in tempi di emergenza e di evidente declino di un’intera civiltà (anche artistica), conviene alleggerire il bagaglio. Sarà la scelta delle cose da portare con sé e di quelle che, dolorosamente, saranno lasciate da parte, che determinerà il raggiungimento della piena e ormai imminente maturità di un’artista che vuole fare pittura.

a cura di Franco Fanelli

Alvin, cm40x80

Angelo, cm50x140

Maria bambina, cm50x100


 

I cani di casa P., cm 85X50


Incroci, cm100x100


sto tornando, cm 100x100


Sketchhands, cm 40x40


MOSTRE

1996 Galleria Dantesca, Torino
1997 Galleria Davico ( lavori su carta ), Torino
1998 Galleria Dantesca, Torino
1998 Galleria Davico, ( Il Nudo ), Torino
1998 Galleria Del Cenasco, Moncalieri,
1998 Artissima stand Galleria del Cenasco
1999 Galleria Davico (bestiario), Torino
1999 Galleria Dantesca (animalier), Torino
2000 Galleria Amber, Limmen, Olanda
2000 Galleria De Stavelji, Haarlem, Olanda
2000 Galleria Francis Iles, ( Autumn Exhibition ), Rochester, Inghilterra (UK)
2001 Galleria Caffè Vergnano, Chieri
2001 Galleria Losano, con Piera Luisolo, Pinerolo (To)
2001 Castello della Contessa Adelaide, ( Scene da Film ), Susa (To)
2002 Galleria La Capitale, (Regard Poetique), Parigi collettiva a tre
2005 Galleria 44, Torino
2007 Galleria Davico, ( Penne Piemontesi ), Torino
2007 Ristorante Monferrato, ( La Gran Madre ), Torino
2007 Palazzo Antinori, ( Per… Bacco! ), Firenze
2008 Palazzo Marenco, Torino
2008 Galleria 44, Torino
2008 Torre Campanaria di Benevagienna,
2009 Galleria 44, Torino,
2009 Sede Centrale Unicredit, Torino
2009 Galleria Davico
2009 Vancouver Presso “Casa Italia” (Giochi Olimpici Invernali)
2010 Galleria 44
2010 Associazione Argonauti, Collegno
2010 Primo premio “Concorso San Michele Arcangelo” per la realizzazione di una pala d’altare per la
Rocca di Cento
2010 Galleria Davico, ( Davico, 40 anni), Torino
2011 Galleria Francis Iles, Rochester, ( UK )
2011 Atelier Bibi, (Paint & predjudice) , Torino
2012 Galleria Forni, Bologna
2012 Collegio San Giuseppe, (Sotto ‘l Velame de li Versi Strani) , Torino
2012 Galleria Francis Iles, Rochester, (UK)
2012 Galleria Forni, (Verona Art Fair), Verona
2013 Galleria Benappi (contrasti)
2013 Francis Iles Gallery, Rochester (UK)
2013 Galleria Benappi, (Gioielli d’artista)
2014 St’Art, Stand Galleria Forni, Strasburgo
2014 Davico Arte, (Anime Nascoste), Torino
2014 Galerie Friedman-Hahn, Berlino
2014 Viaggio nei Luoghi Dell’Arte, Torino
2015 Davico Arte per Malartrust, Spaziosobrio, Torino
2015 Galleria Francis Iles , Rochester (UK)
2015 Centro Culturale Zerouno, Barletta
2016 Galleria Forni, (12 artiste), Bologna
2016 Verona Art Fair, Stand Galleria Forni, Verona
2016 Works on Paper, Stand Francis Iles Gallery, Londra
2016 Galleria Tre Torchi, Torino
2017 Verona Art Fair, Stand Galleria Forni, Verona
2017 Wopart, Stand Galleria Forni, Lugano
2017 Antologica, Pianezza
2017 Grandart, Stand Galleria Forni, Milano
2017 Liconi Arte, Torino
2017 Galleria Forni, (50 anni), Bologna
2017 St’Art, Stand Galleria Forni, Strasburgo
2018 Liconi Arte, Torino
2018 Galleria Forni (Moonlight)

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