Leonardo da Vinci: gli scacchi

 

Leonardo Scacchista

Ricorrono quest’anno i 500 anni della morte di Leonardo da Vinci.

Su di lui è stato scritto quasi tutto. Diciamo 'quasi'  perché sembra che nessuno studioso si sia interessato a Leonardo giocatore di scacchi: eppure Leonardo potrebbe essere stato uno degli artefici della modifica nel movimento dei pezzi che si verificò tra la fine del Quattrocento e l’inizio del Cinquecento.

Leonardo nacque il 15 aprile 1452 e morì il 2 maggio 1519.

Va detto subito che non si sa quando abbia appreso il gioco degli scacchi: forse già da ragazzino nella casa in campagna dei nonni, probabilmente a Firenze quando intorno al 1475 cominciò a frequentare la corte di Lorenzo il Magnifico, dove – come risulta da numerose testimonianze - il gioco degli scacchi era molto praticato.

Rebus Leonardo 1


Rebus Leonardo 2


Ricordiamo per inciso che proprio nel 1475 nacque Giovanni secondo figlio di Lorenzo il Magnifico e Clarice Orsini. Diventerà papa nel 1513 con il nome di Leone X e sarà uno dei papi più importanti per la storia degli scacchi. 

Era infatti un grande appassionato del nostro gioco: negli otto anni del suo pontificato ne favorì la diffusione, e, così come protesse letterati e poeti, fu un importante mecenate per i giocatori di scacchi dell'epoca.

Anzi, la passione per il gioco degli scacchi di Leone X fu tale da essere segnalata perfino nell'opera "Storia dei Papi" del Pastor (!). Inoltre in un volume della fine del 1500 si trova questa citazione: 

"Papa Leone era solito abbandonare la partita quando era inferiore; ciò mostra la sua abilità, poiché egli vedeva molto tempo prima ciò che doveva accadere; e quando si accorgeva che la sua situazione era disperata, seguendo il responso di Ippocrate che diceva non esservi rimedio per i disperati, si arrendeva e confessava vinto."


Torniamo a Leonardo. Se non imparò a giocare da ragazzino e se proprio non imparò neppure alla corte del Magnifico, di certo al più tardi apprese il gioco quando nel 1482 si presentò a Ludovico il Moro e rimase alla sua corte a Milano.

Che il gioco degli scacchi fosse molto diffuso specie tra i nobili, il clero ed i ceti più ricchi è storicamente documentato; una delle ragioni principali era che gli scacchi permettevano di passare il tempo (oggi diremmo ‘il tempo libero’) anche perché va ricordato che all'epoca non c’era la radio, non c’era la televisione (e non c’era neppure il campionato di calcio…)

Un’altra ragione era che la partita a scacchi permetteva a uomini e donne di stare insieme senza creare ‘pettegolezzi’ ed era quindi una buona occasione di corteggiamento: e questo accadeva anche alla corte dei Visconti e degli Sforza, dove gli scacchi erano molto diffusi e giocati dallo stesso Ludovico il Moro.

Da documenti conservati nell'Archivio Storico Lombardo si sa infatti che nel 1472 Ludovico, allora ventenne, perse ben 30 ducati con Galeazzo Maria Sforza; questi successivamente, nel 1475, trovò un ben più ostico avversario nel conte Galeotto Belgioioso, tanto che seccato per le continue sconfitte decise di allontanarlo da Milano. In una lettera (10 settembre 1475, pure conservata nell'Archivio Storico Lombardo) Galeazzo Maria scrive da Villanova al visconte Ascanio Maria Sforza: 


“El conte Galeoto a Belzoioso ne ha richiesto licenza de venire a casa et non sapemo pensare la ragione se non è perché el voglia portare ad casa li dinari chel ha vinto ad zocare a scachi …. Et guardatevi bene dal zocare a scachi con lui perché è fatto così bon magistro che vincerà ad ogni partito”

.

E ancora c’è un altro scritto di Galeazzo del novembre 1475: una missiva ad un artigiano con cui ordina una nuova scacchiera avvertendo che la voleva  “intarsiata e non dipinta” perché la pittura se ne andava troppo presto.

Possiamo dire pertanto che se Leonardo ancora non sapeva giocare a scacchi sicuramente imparò a Milano; del resto, come ha scritto Marco Malvaldi nel suo libro ‘La misura dell’uomo’ (Giunti Editore) “Leonardo non smette mai di imparare, non c’è un momento della sua vita in cui si accontenta di quello che sa.”

E a proposito del suo soggiorno milanese, in un documento di fine XV secolo si legge che “Leonardo giocò a scacchi con l’Ambasciatore francese adottando una nuova tattica, il sacrificio del Pedone d’Alfiere di Donna” (dopo aver iniziato la partita con la spinta di due passi del Pedone di fronte alla Donna): in pratica un esempio, forse il primo, della apertura che sarà poi conosciuta come “Gambetto di Donna (accettato)”; purtroppo non ci sono altri dettagli, né sul nome dell’Ambasciatore né su quando venne giocata la partita.

Leonardo, come si sa, era anche un innovatore: probabilmente aveva già avuto notizia delle novità apportate nel gioco, soprattutto relative al movimento della Regina e dell’Alfiere che sarebbero state adottate definitivamente da lì a pochi anni.

Così possiamo ritenere che abbia pensato a sua volta ad una modifica migliorativa ed abbia ‘ideato’ il movimento dell’arrocco (che allora non si chiamava ancora così).

Lo possiamo dedurre dal fatto che nei Fogli di Windsor datati tra il 1484 e il 1487 c’è il disegno di un suo “rebus” scacchistico (foglio 12692r). E come scrive ancora Malvaldi “Il disegno per Leonardo è pura espressione intellettuale, una astrazione in grado di rappresentare una teoria. /…/ i suoi disegni servono a far vedere come le cose funzionano, non che aspetto abbiano.”

La soluzione del “rebus” scacchistico di Leonardo è “io arroccherò”, con l’idea di effettuare il particolare movimento di Re e Torre in una mossa sola e non in due come avveniva all’epoca, quando per togliere il Re dal centro della scacchiera e portare in gioco la Torre c’era la possibilità di una combinazione di due mosse successive, come riportato dallo spagnolo Lucena nel suo testo del 1496 o 1497: prima si muoveva la Torre, poi alla mossa immediatamente seguente il Re aveva la facoltà di scavalcarla muovendo di due caselle. Ma si trattava di due mosse e non di una sola come avviene oggi con quello che possiamo definire l’arrocco ‘moderno’.

Probabilmente però l’idea di Leonardo anticipava troppo i tempi per la corte milanese, abituata al gioco classico dell’epoca, e così non trovò riscontro.

Ma sicuramente le cose cambiarono quando, dopo la fuga da Milano, Leonardo si rifugiò insieme a fra’ Luca Pacioli presso la corte di Isabella d’Este a Mantova.

Pacioli era giunto alla corte del Moro da non molto tempo e aveva subito legato con Leonardo: tra i due era nata collaborazione e amicizia; Pacioli, noto matematico, era anche uno scacchista e aveva raccolto molti ‘partiti’, come si chiamavano allora: oggi li definiremmo problemi, finali, combinazioni di centro partita. Di certo non aveva in mente di farne un libro, ma presto cambierà idea e in altri suoi testi accennerà alla realizzazione del volumetto scacchistico.

Abbandonata Milano, Pacioli si aggregò a Leonardo ed entrambi vennero accolti presso la corte di Isabella d’Este a Mantova dove soggiornarono tra il 1499 e il 1503.

Leonardo fu accolto poiché Isabella sperava le facesse il ritratto, Pacioli probabilmente come suo amico, ma ovviamente si riteneva obbligato a trovare un modo per sdebitarsi.

Diciamo subito che la corte di Isabella era all'epoca il fulcro europeo degli scacchi. Isabella era grande appassionata: accoglieva e ospitava i giocatori, faceva venire i migliori “professionisti” dalla Spagna per giocarci e prendere lezioni e si faceva intagliare i pezzi dai Maestri Campionesi (a volte “tirando sul prezzo”, come mostrano alcune lettere pervenuteci). Tutto questo è storicamente documentato.

Qui Leonardo e Pacioli trovarono una “atmosfera scacchistica” molto intensa e ricca.

Luca Pacioli, che aveva con sé la sua raccolta di ‘partiti’, pensò che un modo per sdebitarsi con Isabella potesse essere farne un libretto da realizzare con il preciso scopo di farne omaggio alla stessa Isabella: così la raccolta presto si trasformò nel celeberrimo De Ludo Scachorum.

Era necessario però rifare i diagrammi ed ecco il primo intervento per la realizzazione del libro da parte di Leonardo, che disegnò anche dei pezzi di nuova concezione, molto più leggeri e artistici di quelli allora in voga. Possiamo notare che per la realizzazione dei pezzi del gioco di nuova concezione sarebbe stato necessario l’uso del tornio, macchina pure di nuova concezione (i primi esemplari risalivano ad una quarantina di anni prima) e che anche Leonardo aveva disegnato, ma che non era ancora pronta allo scopo. Ancora una volta Leonardo anticipava (troppo) i tempi …

I pezzi erano proporzionati in base al rapporto aureo; essi si rifanno, per il Pedone, a forme note, per la Regina, ad una forma precisa già utilizzata da Leonardo, nel disegno di una fonte (in studi e disegni di fontane, Codice Atlantico, foll. 293r-b e 212r-a. E c. 1497-1500, Ms. I di Madrid), per le figure di Alfiere, Cavallo, Torre e Re, e per la loro complessiva raffinata snellezza, ai decori della Domus Aurea, Candelabra e Grottesche, scoperte sul finire del 1400 e note al Maestro.

Del libro però presto non ci fu più traccia e si pensò fosse andato perduto, fino a che, come noto, è stato casualmente ritrovato pochi giorni prima del Natale del 2006 presso la Biblioteca della Fondazione Palazzo Coronini Cronberg di Gorizia. Praticamente quasi mezzo millennio dopo che era stato realizzato!

Le analisi sul manoscritto ritrovato hanno dimostrato che Leonardo non solo disegnò i pezzi di nuova concezione, ma realizzò anche molti dei “diagrammi” con le varie posizioni (lo si evince dal fatto che sono disegnati con la mano sinistra e che le scacchiere sono realizzate senza utilizzo del righello).

Per quanto riguarda l’aspetto del gioco ‘vivo’, dobbiamo tornare al rebus nei Fogli di Windsor. Dato che alla corte di Isabella già si giocava con le nuove regole portate dai “professionisti” che la frequentavano, regole tese a velocizzare il gioco (Donna e Alfiere avevano esteso infatti il proprio movimento, l’Alfiere potendo muovere lungo tutta la diagonale, la Donna lungo tutte le traverse, colonne e diagonali) e dato che, come abbiamo detto, fino a quel momento quello che oggi chiamiamo arrocco veniva effettuato con due mosse consecutive successive, si può pensare che Leonardo abbia proposto l’innovazione, ovvero la nuova mossa, definita arrocco, effettuata in un colpo solo, da lui ipotizzata già una quindicina di anni prima. Possiamo ritenere che l’idea piacque e venne subito accettata, sia perché come abbiamo detto rispondeva allo scopo di velocizzare il gioco, sia soprattutto perché costituiva una specie di ‘antidoto’ al nuovo potere assunto dalla Donna o, per adeguarci all'epoca, dalla Regina.

Ovvio che una volta accettata l’idea presso la corte di Isabella, poi la diffusione dell’arrocco (in una mossa) in tutta Europa da parte dei “professionisti” avvenne di conseguenza.

 

Maggiori dettagli sul libro di Pacioli e sugli interventi realizzati da Leonardo sul sito dell’architetto milanese Franco Rocco che ha effettuato approfonditi studi sull'argomento .

disegno di Luca Pacioli e Leonardo Da Vinci


Le origini

Le origini del gioco degli scacchi sono ancora incerte: giochi che potremmo definire precursori degli scacchi risalgono agli albori della civiltà. 

Per esempio una spedizione archeologica italiana ha trovato in Persia nel deserto di Shahr-i-So-khta pezzi e tavolieri per un gioco forse simile agli scacchi, che sono stati fatti risalire al 2300-2200 a.C.

Molte e diverse sono inoltre le leggende sorte attorno a questo bellissimo gioco e ciò rende ancora più difficile il tentativo di inquadrarne con precisione le origini da un punto di vista storico. Sicuramente il gioco ha origine orientale: è infatti ormai universalmente accettato che gli scacchi siano nati in India e all’inizio prevedessero quattro giocatori; in seguito con il passaggio alla Persia si trasformarono in gioco a due, assumendo una forma molto simile a quella che oggi noi conosciamo. Questo avveniva intorno al 650 d.C. all’epoca di Re Cosroe “dall’anima immortale”, che era riuscito a pacificare il suo regno e a portarvi benessere (il periodo di pace durò – incredibilmente per quei tempi e quelle terre – oltre un quarto di secolo).

E la leggenda più famosa attorno alla nascita degli scacchi è proprio riferita a Re Cosroe, che pur essendo ricchissimo e possedendo ogni cosa, non riusciva più a trovare interessi nelle sue giornate e si annoiava terribilmente. Un giorno allora promise di donare qualsiasi cosa a chi fosse riuscito ad escogitare un modo per rendere di nuovo piacevole la sua vita. Dopo qualche tempo, Sissa, il più giovane tra i saggi della sua corte, gli portò gli scacchi, un gioco che appassionò tanto il re che da quel momento passò tutto il suo tempo a giocarlo. Poi il Re, memore della sua promessa, chiese a Sissa quale ricompensa desiderasse, immaginando che avrebbe chiesto oro, gioielli e così via. Invece Sissa chiese tutto il grano che si sarebbe ottenuto ponendo un chicco sulla prima casella, due sulla seconda, quattro sulla terza, otto sulla quarta, e così via sempre raddoppiando, fino alla sessantaquattresima casella. A Re Cosroe la richiesta sembrò assai modesta e ordinò quindi al Gran Ciambellano che fosse dato a Sissa il grano richiesto. E rimase incredulo quando gli dissero che i granai del regno erano ormai vuoti e non si era ancora giunti neppure alla metà delle caselle della scacchiera!

Infatti il numero di chicchi di grano necessari per soddisfare la richiesta del saggio era enorme, 18446744073551615!, una quantità, cioè che si potrebbe ottenere solo coltivando più volte tutta la superficie della Terra!

Ma tralasciamo le leggende e vediamo di scoprire la realtà storica del gioco degli scacchi.

Per prima cosa dobbiamo dire che non è logico pensare che il gioco sia stato ideato all'improvviso e da una sola persona; è più probabile che sia nato dalla evoluzione di al-tri giochi più semplici, fino a concretizzarsi nella definitiva idea di una battaglia in miniatura, ispirandosi a quella che era la formazione dell’esercito indiano. Gli eserciti indiani anticamente prendevano quattro sezioni base: truppe veloci montate su elefanti, guerrieri a cavallo, salmerie su carri per il trasporto di armi, viveri, ecc., e infine la fanteria, ovvero i soldati a piedi; inoltre logicamente nella battaglia era presente il Re con i suoi generali.

Sulla base di questo schema dell’esercito indiano si sono poi configurati i pezzi per il gioco degli scacchi: ovviamente saranno ne-cessari vari decenni ed a volte secoli perché i pezzi del gioco assumessero la definitiva sistemazione attuale e perché venissero codificate le regole oggi universalmente accettate.

Possiamo comunque dire che i nomi dei pezzi non derivano né dall'indiano né dal persiano, ma dall'arabo - vedremo più avanti che furono gli Arabi a diffondere capillarmente il gioco.

Le truppe su elefante corrispondono agli Alfieri (per assonanza con il nome arabo dell’elefante, ovvero ‘al-fin’), quelle a cavallo ai Cavalli, quelle su carro (in arabo ‘ruck’) alle Torri (per assonanza con ‘rocca’, ‘rocco’), quelle a piedi ai Pedoni.

Quanto al Re rimase ovviamente tale, mentre quella che oggi è la Regina (o Donna) inizialmente non esisteva (impensabile per quelle popolazioni una figura femminile in un esercito) ed era invece il Generale. La trasformazione in Regina avverrà solamente dopo l’Anno Mille quando gli scacchi arrivarono in Europa.

Torniamo alla storia. Dall'India, tramite i consueti canali degli scambi e dei commerci, il gioco passò in Persia; qui, come abbiamo detto, da gioco a quattro si trasformò in gioco a due e venne chiamato il “Gioco del Re”: in Persia il Re era chiamato Shah e da questo nome si ebbero le varie dizioni, da ‘scacco’ e ‘scacchi’ in italiano, a ‘schach’ in tedesco, ‘chess’ in inglese, ‘echecs’ in francese, ecc. E poiché quando si vinceva, ovvero si uccideva il Re avversario, si diceva “Shah mat!” (ovvero il Re è morto) ecco lo “scacco matto!”.

Dalla Persia gli scacchi passarono poi agli arabi, conoscendo un periodo di grande splendore e diffusione.

Nonostante il favore incontrato presso tutta la popolazione, non si deve credere che il gioco degli scacchi avesse vita facile. Infatti poiché non vi erano regole ben precise, assai spesso per rendere più incerte le partite e soprattutto per evitare che durassero troppo a lungo, si ricorreva all’ausilio dei dadi, lanciando i quali veniva indicato il pezzo da muovere. Ma i dadi erano considerati gioco d’azzardo e quindi proibiti; perciò gli scacchi rischiarono ben presto di fare la medesima fine.

Così gli arabi abolirono definitivamente l’uso dei dadi nel gioco e ne esaltarono gli aspetti matematici, materia di cui erano grandi appassionati: per esempio toccare una sola volta tutte le caselle della scacchiera con il movimento ‘a salto’ del Cavallo.

Molto noto per i suoi studi matematici applicati agli scacchi, fu per esempio Al-Khuwarizmi, vissuto nel IX secolo d.C., e rimasto negli annali storici perché dal suo nome è derivato il termine “algoritmo”, mentre da una sua opera è derivato quello di “algebra”.

Gli arabi trovarono così negli scacchi un nuovo campo di studio e ben presto elaborarono le prime sistemazioni “teoriche” del gioco: e nell’892 apparve il primo trattato scacchistico di cui si è a conoscenza, opera di un medico arabo, Abul-Abbas di Bagdad.

Il fiorire della cultura araba facilitò la diffusione del gioco, che, in particolare grazie ai Crociati, alla fine del millennio giunse anche nel mondo occidentale. Gli scacchi si affermarono subito in tutto il continente europeo, Italia compresa, come è dimostrato dai vari e numerosi documenti giunti fino a noi e che risalgono proprio circa all’anno 1000.

Il “boom” del gioco in Europa trovò poi la sua definitiva consacrazione verso il 1050, quando il medico di corte di Alfonso VI di Castiglia lo incluse tra le discipline cavalleresche, considerandolo essenziale per la formazione culturale e morale.


Il Medioevo e l’ostilità della Chiesa

Una delle prime testimonianze sul gioco degli scacchi in Italia risale al 1061 ed è una lettera del monaco Pier Damiani, futuro cardinale di Ostia e futuro santo, ricordato anche da Dante nel ‘Paradiso’. Nell'ottobre di quell'anno Pier Damiani era a Firenze: si recò in chiesa per la messa celebrata dal vescovo e poiché questi tardava andò a cercarlo in sacrestia dove lo trovò intento a giocare a scacchi, del tutto dimentico dei suoi doveri.

Così Pier Damiani scrisse al papa, Alessandro II, una violenta lettera di accusa contro il vescovo e contro gli scacchi, chiedendo la condanna del gioco: il papa non poté fare altro che proibirlo ufficialmente. La condanna fu poi ribadita in due successivi Concili nei secoli seguenti, ma in realtà non ebbe particolari conseguenze, perché bene o male si continuò a giocare, specie tra i nobili. Infatti, se alcuni si adeguarono alle indicazioni della Chiesa (per esempio in Francia Luigi IX - futuro san Luigi - proibì il gioco nel 1254) molti altri furono di più ampie vedute e ne favorirono la diffusione.

Non va dimenticato, tra l’altro, che nonostante la condanna, ai primi del 1300 ebbe grande fortuna il trattatello di frate Jacopo da Cessole, morto verso il 1325. In questo libretto, chiamato “De ludo”, il frate prendeva spunto proprio dagli scacchi per insegnare massime ed ammaestramenti morali. Ma non mancava anche una parte tecnica, con le regole del movimento dei pezzi di allora, spesso assai diverse da quelle in uso al giorno d’oggi. Il trattato di fra Jacopo ebbe una grande diffusione nel Medioevo ed è una delle maggiori testimonianze dell’epoca giunte fino a noi.

E che gli scacchi nonostante la condanna della Chiesa fossero diffusi tra tutti i ceti sociali lo dimostra un ‘bruciamento di vanità” del Savonarola nel Quattrocento in cui le cronache ricordano che furono bruciati “oltre duomila scacchieri” (!).

Bisognerà comunque attendere fino al Cinquecento perché la condanna della Chiesa venga revocata. Molto del merito fu di papa Leone X, al secolo Giovanni de’ Medici, figlio di Lorenzo il Magnifico, che era un grande appassionato del gioco. In seguito a dichiarare definitivamente leciti gli scacchi furono prima Santa Teresa d’Avila e poi San Francesco di Sales e a quel punto la condanna fu in pratica dimenticata.

disegno di Luca Pacioli e Leonardo Da Vinci


Lo sviluppo degli scacchi nel Rinascimento

Per Rinascimento si intende come è noto il periodo che va dall'inizio del XIV secolo alla fine del XVI. Rappresenta soprattutto un vasto movimento di pensiero che coinvolge tutta l’Europa, valorizzando la forza intellettiva dello spirito umano.

Gli scacchi, sintesi di intelligenza, astrazione e creatività, trovarono in questo contesto il loro periodo aureo e si può dire che non vi fosse signore che non avesse tra i protetti della propria corte qualche giocatore di scacchi.

Celebre per esempio la corte di Isabella d’Este duchessa di Mantova, che per migliorarsi nel gioco ospitava Maestri dalla Spagna e che all’inizio del Cinquecento per un paio di anni ebbe a corte anche Leonardo da Vinci e fra’ Luca Pacioli (noto in particolare ai ragionieri per la codifica della ‘partita doppia’) autore del “De ludo scachorum”, raccolta di 114 schemi di gioco descritti con un’accurata raffigurazione, finemente realizzata con pochi tratti in punta di pennello, di pezzi reali.

E oggi è praticamente certo che l’ideatore di queste figure sia stato proprio Leonardo Da Vinci, al quale inoltre sembra sia possibile attribuire l’ideazione di una delle mosse ‘particolari’ del gioco, ovvero l’arrocco.

Nel Rinascimento nacquero i primi giocatori professionisti, la partita viva ebbe il periodo di massimo sviluppo, le regole del gioco subirono le prime modifiche che portarono a quella che è praticamente la regolamentazione attuale.

Numerosi anche i libri ed i trattati teorici, che non solo aiutarono ad ufficializzare le regole, ma proposero partite, posizioni e a volte anche una vera e propria teoria delle aperture. Nel 1497 veniva per esempio stampato a Salamanca un libro dello spagnolo Lucena, ambasciatore e consigliere del re; il volume si intitolava L’Arte de! Axedrez e tra l’altro introduceva la regola del “pezzo toccato, pezzo giocato”. Il libro riporta inoltre varie aperture con note e commenti e ben 150 tra posizioni e problemi. Se l’opera di Lucena è la più antica opera a carattere tecnico, la più importante pubblicazione dell’epoca resta comunque il Libro de invention liberal y arte del juego del Axedrez, pubblicato per la prima volta nel 1561. Autore il prete spagnolo Ruy Lopez, originario della cittadina di Segura. Ruy Lopez, considerato nei suoi anni d’oro “il primo giocatore di scacchi in Europa”, nel suo trattato oltre ad una sistemazione teorica di alcune aperture si sforzò di spiegare anche il perché delle mosse, dando al suo libro carattere prettamente scientifico. Ideò anche una apertura che in molti paesi porta ancor oggi il suo nome, mentre in Italia è nota come “Apertura Spagnola”: ne parleremo ampiamente in seguito.

Verso il 1580 la stella di Ruy Lopez venne però oscurata da un giocatore italiano, Leonardo di Bona, nativo di Cutro in provincia di Catanzaro. Leonardo, soprannominato il Puttino per la sua corporatura minuta, riuscì a sconfiggere lo spagnolo in un incontro svoltosi alla presenza del re di Spagna Filippo II, figlio di Carlo V, che regnò dal 1556 al 1598.

Un altro valente giocatore italiano dell’epoca fu Paolo Boi detto il Siracusano (1528-1598), vero e proprio professionista degli scacchi: secondo una stima quasi ufficiale, in 70 anni di vita guadagnò oltre 30.000 scudi d’oro! Un terzo italiano, contemporaneo dei due sopracitati, è rimasto noto nella storia degli scacchi: si tratta di Giulio Cesare Polerio di Lanciano, importante non tanto per le partite da lui giocate, quanto per le preziose raccolte manoscritte di incontri dell’epoca, documenti assai importanti per una conoscenza del gioco nel XVI secolo.


Il distacco dell’Italia dalle correnti europee nel Seicento

Il Seicento segna il distacco del gioco italiano da quello europeo. Infatti mentre nel resto d’Europa le regole si unificano e assumono un carattere ufficiale e internazionale, in Italia sia per un rifiuto di ogni regola, dovuto al periodo di dominazione straniera, sia per il desiderio di imporre la genialità italiana su tutto e tutti, si continuò a giocare secondo regole del tutto particolari, rifiutando. le unificazioni d’oltralpe. Tipico fu ad esempio il cosiddetto “arrocco all’italiana” che prevedeva ben 16 possibilità contro le solo 2, ancor oggi valide, ammesse nel resto d’Europa. Così in Italia il gioco vivo perse di importanza, mentre ne assunse sempre di più il “problema”, ovvero una posizione artificiale, cioè non derivata da una partita giocata, in cui una delle due parti deve giocare e dare lo scacco matto in un predeterminato numero di mosse.

Grossi problemisti dell’epoca, precursori di una tradizione che ancora oggi continua, furono gli italiani Del Rio, Lolli e Ponziani, di cui nel corso della nostra trattazione tecnica avremo occasione di incontrare diversi lavori. Accanto ad essi va ricordato anche Gioacchino Greco detto il Calabrese, perché nato in provincia di Cosenza verso il 1600. Il Greco divenne presto un professionista e cominciò a girare le varie corti europee imponendosi come uno dei migliori giocatori dell’epoca. Al suo attivo un libro che fu molto letto in tutta Europa, ma non in Italia, nel quale analizza approfonditamente le partite riportate nei manoscritti di Polerio.

Disegno di Luca Pacioli e Leonardo Da Vinci


Il passaggio dell’egemonia scacchistica dall’Italia alla Francia

La decadenza italiana nel Seicento segnò tra l’altro la perdita dell’egemonia scacchistica, che presto passò alla nazione più in auge, cioè la Francia, ed in seguito all’Inghilterra.

Questo cambio di consegne si concretizzò con il sorgere dei “Caffè”, un fenomeno tipicamente francese che si diffuse però rapidamente in tutta Europa. E nel Caffè gli scacchi assunsero il ruolo di principale passatempo della nuova borghesia. I Caffè più rinomati per i loro incontri scacchistici furono quello “de la Régence” a Parigi, che vide tra i più accaniti giocatori anche Rousseau e Voltaire, e quello di John Slaughter a Londra, frequentato, tra gli altri da Isacco Newton.

L’aspetto negativo fu che, essendo i Caffè luoghi di ritrovo soprattutto per uomini, le signore si allontanarono via via dalla pratica del gioco.

Il più grande giocatore del Settecento, unanimemente riconosciuto come “campione mondiale” del secolo fu François André Danican Philidor. Il suo vero cognome era Danican, ma Philidor era il soprannome di tutta la famiglia, un’illustre famiglia di musicisti. François nacque nel 1726 e morì nel 1795. Fin da piccolo si distinse per la sua abilità negli scacchi, ma non minore fu la sua importanza in campo musicale, specie nel genere, allora nuovo, dell’opera comica.

In campo scacchistico il suo trattato Analyse de jeu des Echecs, pubblicato nel 1748, resta una pietra militare nella storia del gioco e può venire considerata il primo tentativo a carattere veramente scientifico di sistemare tutto il sapere scacchistico dell’epoca. Non solo infatti il libro comprende uno studio approfondito della teoria delle aperture, ma anche di quella del centro di partita ed inoltre un fondamentale studio dei finali, stabilendo per molti di questi dei principi fondamentali validi anche oggi.

Un’altra importante caratteristica del volume è quella di essere stato il primo scritto con la notazione “algebrica” modernamente usata. L’inventore di tale notazione fu Filippo Stamma, un siriano nativo di Aleppo, che la introdusse nel 1737. 


I grandi dell’Ottocento

L’ondata di rinnovamento che nella prima metà dell’Ottocento coinvolse l’Europa, più nota come periodo del Romanticismo, non poteva non contagiare anche gli scacchi. Il gioco assurge a nuovi fasti e il 9 luglio 1813 sul quotidiano inglese “Liverpool Mercury” apparve per la prima volta una rubrica di scacchi. Numerosi furono i giocatori importanti di questo periodo, tra i quali vanno ricordati l’inglese Lord Cochrane, autore di molte partite contro i Bramini di Calcutta dalle quali doveva svilupparsi uno dei sistemi di gioco più in voga modernamente, quello delle Difese Indiane.

E poi i francesi Deschapelles, Saint-Amant e La Bourdonnais, quest’ultimo reso celebre da un match-maratona di ben 85 partite giocato tra il 1834 e il 1835 contro l’irlandese MacDonnell.

Da ricordare anche il capitano della marina inglese David Evans, ideatore di un celebre “gambetto” (ovvero l’offerta di un Pedone in apertura per ottenere un forte attacco) ancora oggi in voga e che grande successo ebbe in quegli anni; ne riparleremo trattando della teoria delle aperture.

Ma accanto a questi e a molti altri giocatori, una figura si erge su tutte: è quella dell’inglese Howard Staunton (1810-1874), uno dei più rappresentativi giocatori della prima metà dell’Ottocento. Ideatore di vari “gambetti” contemplati dalla teoria delle aperture, fondò anche una fortunata rivista scacchistica “The Chess Player’s Chronicle”. Staunton dominò il mondo scacchistico fino al 1851 quando, nel primo grande torneo internazionale della storia degli scacchi, disputato a Londra e da lui organizzato per ottenere la definitiva consacrazione, non vinse. Si ritirò allora praticamente dalla attività scacchistica, dedicandosi agli studi su Shakespeare, la seconda grande passione della sua vita.

E veniamo al torneo di Londra, svoltosi in occasione della grande esposizione mondiale del 1851. Fu giocato presso il Circolo San Giorgio, nonostante la netta opposizione del Circolo scacchistico di Londra, e fu voluto dallo stesso Staunton, che ne dettò anche il regolamento: Staunton era sicuro di vincere e di poter così sugellare ufficialmente la sua superiorità. Invece si classificò solo quarto: il torneo segnò il sorgere di un nuovo astro nel firmamento scacchistico, quello del tedesco Adolph Anderssen.

Vanno ricordati alcuni altri momenti salienti della storia scacchistica:’ il primo nel 1870, quando nel torneo di Baden-Baden vennero ammesse per la prima volta le partite “patte”, cioè pari, che prima venivano invece ripetute fino alla vittoria di uno dei due giocatori. Il secondo nel 1883, quando in un altro torneo disputato a Londra apparve per la prima volta in torneo l’orologio segna-tempo. Il terzo nel 1875, quando in Italia si disputò il primo torneo nazionale, che fu giocato a Roma.


Fonte: Dr. Adolivio Capece

Disegno di Luca Pacioli e Leonardo Da Vinci


Gli scacchi oggi

La Federazione Scacchistica Italiana (FSI) sito ufficiale  www.federscacchi.it

  • 1920 - Varese, costituita la Federazione Scacchistica Italiana (FSI)
  • (1925) 1927 - la FSI entra nel CONI e riprende di nuovo il nome ASI

Con la sigla ASI (che verrà mantenuta fino alla fine della seconda guerra mondiale) il 24 febbraio 1928 la federscacchi entrò a pieno titolo nel neonato C.O.N.I.

Il riconoscimento come Federazione sportiva fu dovuto all’inserimento degli scacchi tra le discipline in programma nell’Ottava Olimpiade moderna, disputata a Parigi nel 1924. 

Il “torneo di scacchi per dilettanti” venne organizzato considerando che all’epoca gli scacchi erano universalmente considerati “lo sport della mente” ed erano diffusi tra tutte le classi sociali.

Questo inserimento costituì in pratica il riconoscimento ufficiale degli scacchi come sport.

Gli scacchi furono inseriti nel programma dei Giochi Olimpici anche nel 1928, poi il CIO fece una ‘revisione’ del programma e molti sport (per esempio tennis e calcio) vennero cancellati dalle Olimpiadi poiché i campioni più rappresentativi erano considerati ‘professionisti’; e il CIO decise che anche i giocatori di scacchi dovevano essere considerati ‘professionisti’ e quindi non potevano partecipare ai Giochi. Per cui nei Giochi Olimpici del 1932 gli scacchi non furono più inseriti.

Approfittando di questa decisione e dato che in base ai criteri del periodo mussoliniano, gli scacchisti non potevano essere considerati dei ‘veri sportivi’, nel 1934 la Associazione Scacchistica Italiana fu trasferita  dal CONI all'OND - Opera Nazionale Dopolavoro.

Nel frattempo, però, nel maggio 1930 l’ Associazione Scacchistica Italiana era stata eretta a Ente Morale: per gli scacchi fu un importante, utile e prestigioso riconoscimento.

  • 1930 - è eretta Ente Morale
  • 1934 - passa dal CONI all' OND (Opera Nazionale Dopolavoro, chiusa nel 1945: diventa Enal))
  • 1945 (?) - è inserita nell'ambito del Ministero della Pubblica Istruzione (sottosegretariato Beni Culturali)
  • 12 aprile 1947 - si ritorna alla dizione Federazione, qiuindi FSI.
  • 1948 (?) – convenzione organizzativa con l’ENAL
  • 1960 – inserimento ufficiale nell'ENAL
  • 16.7.1976 – dal Ministero Beni Culturali la FSI passa sotto il diretto controllo della Presidenza del Consiglio (registrato corte dei conti il 18.1.1977)
  • (1978 - chiude l'ENAL)
  • 1988 – La FSI (ri)entra nel CONI come disciplina sportiva associata: decreto 242/99

Nel 1924 la FSI fu tra le federazioni fondanti della FIDE (Federation Internationale Des Echecs) la federscacchi mondiale. Oggi la FIDE è riconosciuta come federazione sportiva dal CIO e gli scacchi sono ufficialmente considerati sport in circa 150 nazioni del mondo.


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