- Rinascimento: prostituzione


Per capire il fenomeno della prostituzione, è necessario fare un grande passo indietro nella storia ed arrivare almeno al pensiero di Gesù Cristo. La sua considerazione infatti verso le donne e verso gli uomini che svolgono questo esercizio, è del tutto accettato e considerato un esempio: Possibile?

Secondo gli scritti del vangelo di Matteo 21,31, viene affermato il pensiero di Cristo: 

" In verità vi dico, i pubblicani e le prostitute vi precederanno nel regno dei cieli". 


La chiesa Cattolica Romana afferma con chiarezza verso la fine del tardo medioevo, che ogni forma di attività sessuale esterna al lecito congiungimento (matrimonio religioso), era bandita e perseguita. Bisogna anche pensare che proprio la chiesa ha ben appreso che la prostituzione è un fenomeno di massa e che arginarlo può portare una serie di problemi non di piccola entità, come ad esempio il rischio di un forte aumento delle violenze sessuali verso le donne, la pratica della masturbazione e rischi di reati di sodomia. 

Ovviamente queste cose sono conosciute dai religiosi che cercano di arginarle avendo un atteggiamento di sopportazione, in quanto è l'unico modo di evitare reati maggiori. Molte sono le campagna di informazione circa la cattiva moralità sia delle donne che si prostituivano, sia di coloro che ricevono i loro servizi.

Il diritto canonico in vigore nel Rinascimento, definisce una prostituta "una donna lasciva e promiscua, dedita al meretricio indipendentemente dalla sua capacità finanziaria di badare a se stessa". In altri termini, che la donna fosse benestante o meno e che si prostituisse per piacere o per necessità, la condanna severa della chiesa cadeva sulla sua testa.

La ricca Firenze nel Rinascimento. I luoghi ”proibiti”. Dobbiamo pensare che nel rinascimento italiano è un momento di grandi cambiamenti culturali e sociali. Lo sviluppo del commercio porta a Firenze molti mercanti che vengono da nuovi paesi europei. Firenze è il centro di tutto questo con la sua ricca città. 


1403, Vicolo dell'onesta a Firenze

Siamo nel massimo del potere della famiglia degli Albizzi, noti banchieri fiorentini che con altre famiglie alleate governano la città. Con un sottile gioco di potere, si alleano ai potenti della città, come notai, grandi mercanti, banchieri e uomini del magistero e così facendo, iniziano una vera azione di annullamento dei rivali, anche con la cruda violenza, che vogliono prendere il possesso del governo.

Sono in grado di controllare capillarmente i territori della città, e lo fanno oltre che con l'organo della giustizia, anche attraverso delle vere e proprie liste di candidati create da loro, indicanti i cittadini da eleggere, riescono facilmente a posizionare nei ruoli chiave del governo persone a loro vicine, nella "cerchia Albizziana".

Cominciano le azioni contro la famiglia dè i Ricci, poi contro gli altri rivali, gli Alberti, per poi continuare nella loro strategia di rendere vano ogni forma di opposizione.  

Ma a Firenze gli Albizzi non si rendono conto che vi è un tessuto sociale fatto di nuovi rampolli, mercanti che stanno emergendo, famiglie meno importanti e meno conosciute di loro, che stanno organizzando una vera e propria controparte e tra queste, vi è la famiglia dè Medici, apprezzata e ben voluta dalle corporazioni delle arti e dei mestieri, in particolare dagli esponenti facenti parte delle Arti "mediane" e Arti "minori".

Gli Albizzi nel contempo, per dar modo di alimentare lo sviluppo cittadino attraverso il circolo del danaro che deve provenire anche da altre città, decidono ed istituiscono un "Ufficio dell’Onestà", con gli Uffizi adiacenti a Piazza della Signoria, con lo scopo di vigilare sulla moralità pubblica. In realtà il vero scopo è quello di diffondere notizie che scoraggino i rapporti omosessuali, alludendo a malattie mortali per i fruitori di questa pratica e, addirittura, eczemi ben visibili sul volto tali da essere riconosciuti dalla gente e additati in quanto omosessuali. Tutto questo "marchingegno propagandistico"nasce per ostacolare i rapporti omosessuali in favore della prostituzione femminile, in quanto essa porta danari alle casse degli organizzatori che possiedono i bordelli autorizzati.

Per ottenere il permesso di aprire un bordello autorizzato, occorre dimostrare presso il comune di possedere i requisiti previsti che sono, per esempio, l'acquisto di diversi locali attigui con la specifica delle stanze destinate alle pratiche sessuali, un elenco completo di ragazze, possibilmente non fiorentine o delle zone limitrofe, garantire loro una adeguata protezione da clienti irascibili o pericolosi. Insomma, basta organizzarsi e aprire il proprio bordello autorizzato, pagando le tasse dovute al comune di appartenenza, e si ottiene la sperata licenza.    


1427, novembre 

Secondo testimonianze dell'epoca, risulta che i cittadini di Firenze rimangono sorpresi nel vedere un tabernacolo con una piccola Madonna posto di fronte all'ingresso di un bordello, che improvvisamente chiude gli occhi. Le persone che assistono al fenomeno, asseriscono che si tratti di un gesto della Madonna che prova vergogna dinnanzi ai comportamenti dissoluti di uomini e donne. 


La voce dello sguardo chiuso della Madonna, fa ben presto il giro della città e le genti accorrono davanti al suo tabernacolo, inginocchiandosi a pregare. Oramai la convinzione comune è che la Madonna sia triste e i suoi occhi chiusi proprio per non vedere e osservare ciò che avviene innanzi a lei, dove un via vai di clienti entra e esce dal locale indicato come bordello. 


Nel giro di pochi mesi il luogo diventa meta di pellegrinaggio e fonte di ispirazione religiosa a tal punto che i popolani decidono di edificare una piccola cappella votiva (oggi interna alla Chiesa di San Gaetano). 

Si arriva ad affermare che la madonna ha smesso di guardare proprio perchè di fronte al suo tabernacolo esiste un bordello. Questa convinzione popolare porta ad una vera e propria convinzione che esista una relazione tra le due cose a tal punto che su pressioni della gente, il bordello antistante viene definitivamente chiuso.

1450, Le cortigiane

 

Questa parola appare per la prima volta in quest'anno e viene descritta cosi:" 

molto minor fatica mi saria formar una signora che meritasse esser regina del mondo, che una perfetta cortegiana.

(B. Castiglione) 

La cortigiana è definita una donna dai liberi costumi e comportamenti che spesso è chiamata alle corti dei signori per allietar gli invitati e gli ospiti. Sono donne davvero molto belle, spesso giovanissime e di cultura e di sapienza, sovente raffinate e conoscitrici della politica cittadina e dei potentati.   

La frequentazione delle prostitute non portava alcun disonore, soprattutto se erano erudite. In questo periodo si può identificare un giovane rampollo sconosciuto, non tanto per il suo elegante modo di vestire, quanto che al suo fianco vi cammini una cortigiana.


I giovani aristocratici fanno a gara nel contendersi la cortigiana più bella, acculturata e di buone maniere in grado di presenziare alle feste e alle cerimonie di palazzo, ma anche per avere una dama al proprio fianco da esibire nelle lunghe camminate nel centro della cittadina, al fine di rendersi visibili e invidiati dal popolo che non poteva permettersi di pagarle cosi tanto. 


Spesso le cortigiane sono destinatarie di omaggi e regali da parte dei loro avventori e corteggiatori che bramano della loro frequentazione. Essere molto facoltosi o potenti non bastava per potersi garantire le grazie di una cortigiana, in quanto avendo molti aspiranti "corteggiatori", si può permettere il lusso di scegliere chi frequentare. Il loro parere sulle cose e sulla vita politica della città è importante e chi le frequenta sa anche che sono deposito di segreti confidati nell'intimità, segreti che certamente non verranno resi pubblici e rimangono nel più silenzioso pensiero. 

Ricevono spesso elogi e poemi, questi ultimi scritti dai corteggiatori rigidamente in latino, lingua conosciuta e parlata da una strettissima percentuale di persone, e quindi consente di poter descrivere i pensieri più erotici e spinti, le volontà e i desideri più arditi, certi che non possano cadere nelle mani di altri che possano capirne la lingua e il suo significato.  


La giustizia

Prostituirsi in modo consenziente e consapevole, per le leggi che regolamentano la maggior parte delle cittadine italiane, non è considerato un reato ne tanto meno un crimine. 

Chi la esercita in modo esplicito, magari per il proprio sostentamento economico in quanto abbandonata dal marito morto in battaglia o perché non in grado di sostenere economicamente la propria prole, prostituirsi significa essere "additate" al proprio passaggio, come donna di malaffare, magari sottolineato da un sogghigno, ma nulla di più, soprattutto nei piccoli centri fuori le mura delle grandi città. Spesso le prostitute sono solite "inventarsi" un nome che richiami la natura e l'armonia, come ad esempio" soleggiata", "Rosamaria", "Fiorenza", "Margherita", "Azzurra", oppure come Cesare Borgia, noto frequentatore di "Fiammetta", giovane prostituta con la quale amava intrattenersi e per la quale ha una vera e propria ammirazione. 

Questi soprannomi sono per le donne che svolgono la professione, delle forme di garanzia, in quanto non svelano la loro vera identità cosi da poter essere in qualche modo perseguitate o prese in giro, minacciate o chissà cos'altro, ma lasciano quell'alone di mistero sulla loro vero nome, sull'origine della famiglia e la provenienza della città.


Gli alloggi 

La prostituzione si svolge sia in città o nei territori fuori le mura e a cambiare è solo la prostituta stessa: se di alto borgo o di basso borgo.

1) Di alto borgo è definita colei che esercita in città, spesso presso i locali chiamati " bordelli autorizzati". Questi locali sono delle vere e proprie organizzazioni in grado do garantire lo svolgimento del meretricio secondo delle regole ben precise che tutte le prostitute devono attenersi.


2) Di basso borgo invece è più facile trovarle fuori dai centri cittadini, magari sulle strade che portano fuori città, in piccole case che hanno attorno un aia dove razzolano animali da cortile, verri neri e papere, in ambienti decisamente diversi dai bordelli, dove la pulizia è la regola principale. Queste donne non hanno la protezione di organizzazioni o di Matrone, ma si occupano loro stesse di garantirsi la sicurezza e spesso entrando nelle loro camere, può succedere di vedere ben in vista un coltello poggiato sul tavolino e, in certi casi, lo portano addosso nascosto dalle vesti. 


1465 

Firenze in questo momento vive una grande fase di prosperità economica, dovuta essenzialmente allo sviluppo del commercio e delle arti voluto da i dè Medici che hanno da sempre supportato lo sviluppo della città. 

Le famiglie benestanti qui a Firenze ve ne sono molte e la maggior parte, "organizza" in modo sistemico la gestione della prostituzione e lo fa attraverso la selezione e l'assunzione alle proprie dipendenze, di giovani e piacenti ragazze, possibilmente acculturate e dal carattere dolce, in grado di intrattenersi o con la loro simpatia con i possibili clienti. 

Le ragazze lavoravano quindi assoggettate alle volontà dei benestanti e il loro luogo di lavoro sono degli appartamenti decorosi, spesso adiacenti a locande dove gli avventori potevano fermarsi, o prima o dopo la loro prestazione, dalle ragazze. Le ragazze molto belle, venivano avviate per i più disparati servizi, poi alla prostituzione nei propri postriboli, ricavandone ingenti guadagni.


Le famiglie Fiorentine e la prostituzione

A Firenze l'attività è florida e viene organizzata in scala industriale senza tralasciare alcun dettaglio.  

"L'osteria dei Medici" è una locanda ordinata che si trova in Via dei Cardinali (attualmente Via dei Medici), spesso frequentata da mercanti e da avventori che abitualmente, non solo in periodo di mercato, sono soliti frequentarla per godere della cucina e del buon vino, ma anche meta di uomini d'affari e "figliocci" di benestanti. 

Naturalmente, le malattie prolificavano e le ”baldracche” - termine fiorentino per le prostitute che frequentavano l'Osteria della Baldracca nell'omonimo rione situato in San Piero a Scheraggio, dove ora si trovano gli Uffizi - erano le prime a subirne le conseguenze che spesso risultavano mortali.

Una citazione a margine: nella vasta terminologia per definire le prostitute, citiamo uno dei più conosciuti, "mignotta", termine nato a Roma e derivato dal latino m. ignota, cioè di madre ignota.

L'ubicazione dei bordelli come si è detto era concentrata nel centro della città.

Sopra la locanda, dopo aver dedicato il tempo alla tavola, è possibile intrattenersi con le giovani prostitute. Consumare prodotti nei colli del Mugello e della bassa fiorentina direttamente dalle cantine medicee. “L'osteria dei Medici”, oltre a mescere vino delle loro proprietà, allietavano i clienti con le loro “donnine”.


  • I Tosinghi (via de' Tosinghi);
  • I Tosi, vicedomini della sede Vescovile; 
  • IBrunelleschi.

 

I Pecori (nelle rispettive vie) 
Si trovavano:

  • nel “Chiasso di Malacucina”, ora via de'Tosinghi;
  • nel “Chiasso dei buoi”, ora via Teatina; 
  • nel “Via della Macciana”, ora via dei Pecori.

Ed altri ancora sparsi anche oltre, fino ad avvicinarsi alla cinta muraria cittadina. Traevano profitto dagli affitti delle loro case, concesse a protettori o lenoni. 


Mercato vecchio 

(ora piazza della Repubblica e zone limitrofe).

Nella zona più inurbata e popolare, formata da strade strette, vicoli e chiassi, si trovavano bordelli di ogni genere sotto forma di ostelli, osterie e bettole. 

Le prostitute che vi esercitavano contavano sulla protezione dei loro lenoni, mentre le meretrici essendo autonome, dovevano non solo provvedere a se stesse, ma anche a difendersi dalla delinquenza comune, stupri, ecc... che veniva largamente esercitata in un simile contesto urbano.

Spesso si verificavano episodi curiosi. Su uno di essi vale la pena di soffermarsi.


1467, Piazza della Padella

In piazza” della Padella”, si trovano una serie di locali dedicati allo svago. Oggi non vi sono più, ma le testimonianze dell'epoca li indicano nelle adiacenze dell'attuale Chiesa di San Gaetano. 

Questi locali sono il punto di riferimento dei cittadini, più o meno abbienti, che hanno la possibilità di ritagliarsi momenti di relax, come ad esempio presso uno di questi, chiamato "il giostraio". 

E' un posto dove si gioca a carte, a dadi, dove l'ambiente è fumoso e chiassoso; vi sono i giocatori che bevono vino e spesso si azzuffano tra di loro. Si scommettono soldi e bestiame. 

Nel 1450 si svolge il mercato vecchio. Oggi è Piazza della Repubblica 

Nel locale attiguo vi è la "Stufa", dove al suo interno si trovano grandi vasconi, spesso grandi botti del vino, che facevano la funzione di vasche per il bagno. L'ingresso è consentito solo agli uomini che ricevono degli "asciugamani" di stoffa e canapa e possono godere , immersi nelle botti, dei vapori che caldi che "gli stufini", giovani ragazzi addetti a riempire con acqua calda le botti, aggiungono di volta in volta.

A fianco delle stufe di solito si trovano anche i locali dediti alla prostituzione. Sono segnalati dall'attendere all'esterno di donne in piedi che sorridono agli avventori, ma anche, in taluni casi, da immagini votive di Madonne poste su piccoli altarini, illuminati da cere e candele sempre accese.


1469, Venezia

Molti bordelli, che solo dal 1700 si chiameranno case di tolleranza, sono gestite direttamente dalle "Matrone", donne spesso abili imprenditrici che hanno la gestione della loro organizzazione fatta da decine di giovani ragazze dedite alla prostituzione. In tutta la città la prostituzione è gestita in toto dalle singole "matrone" e non dalle grandi famiglie come ad esempio Firenze. 

Qui le matrone hanno il potere assoluto sulla prostituzione e nessun uomo, ha il compito di gestirle e non vi sono nemmeno i protettori. Uno dei bordelli per eccellenza più famosi del rinascimento, si trova a calle delle Carampane. 

Sono calle chiamate "case aperte" dove è possibile, passeggiando nei vicoli e navigando dal canale, poter vedere alle finestre delle giovani ragazze affacciate mentre si specchiavano e incipriavano, oppure semplicemente appoggiate ammiccando ai sottostanti passanti. 

Ovviamente a lavorare per le Matrone vi sono solo le ragazze chiamate " le cortigiane di lume", certamente donne molto carine, ma di modeste origini che spesso non conoscono il latino e non hanno studiato, ma capaci di intrattenere i clienti, spesso pescatori, piccoli bottegai e anziani, anche con la loro simpatia.  


C'erano le cortigiane oneste, certamente donne molto colte e curate nei vestiti, spesso profumate con spezie come la cannella, il rosmarino e lo zenzero. Sono donne giovani, ma che hanno capito da subito l'importanza di acculturarsi e, tra un cliente e l'altro, non disdegnano letture e neppure lezioni di musica.

Capita che qualche nobile cliente affascinato dalla sensualità e dalla capacità di discorrere della ragazza, proponga a lei di lasciare l'ambiente e spostarsi in alloggi di sua proprietà dove, nella maggior parte dei casi, le sue prestazioni sessuali sono rivolte a lui stesso e non più ad altri clienti, garantendogli un tenore di vita adeguato e l'inserimento in alta società, come ad esempio Lorena Dalle Calle o o di Veronica Franco, donne che grazie alle loro abilità amatorie e intelligenza e cultura, sono riuscite a diventare tra le più ricercate e desiderate prostitute dell'epoca.


1494 

A Napoli si ha certezza della nascita di un focolaio di sifilide che si diffonde molto rapidamente a tal punto che vi sono casi registrati nel sud della Francia e in molti territori Italiani, portando disagio e morti.  


1502 

Siamo agli inizi del nuovo secolo e nei regni Italiani e nelle signorie, sono oramai diffusi sia i bordelli che le cortigiane e tutti sanno cosa siano. 

Roma, Lucca, Venezia, Milano e molte altre città, sono conosciute per le loro organizzazioni e il passaparola di mercanti e viaggiatori, alimenta il fenomeno non solo per la curiosità, ma anche la frequentazione. Iniziano gli attriti interni alla chiesa per cercare di frenare in qualche modo questo fenomeno che prevede atti sessuale al di fuori del matrimonio e a pagamento. 


1517, La riforma di Martin Lutero

Il monaco agostiniano Martin Lutero da il via a quella che sarà riconosciuta come la Riforma luterana. Pubblica 95 regole, indicate come le tesi teoriche, secondo le quali occorre una nuova e decisa riconversione della chiesa verso le nuove esigenze dell'uomo. Ecco i punti da lui indicati:


1) Il libero esame: ogni Cristiano credente ha il diritto inviolabile di conoscere, attraverso la lettura, la Bibbia secondo il proprio pensiero e la propria cultura, senza imposizioni della chiesa e senza ritualità. Questo consente al fedele di crearsi una propria idea sulla vita di cristo e degli apostoli, idea libera dai condizionamenti ecclesiastici. La Bibbia, essendo un testo sacro come lo sono i vangeli, raccontano la storia di cristo e la storia, secondo quanto da lui indicato, appartiene agli uomini e non alle loro organizzazioni di pensiero.

Martin Lutero

2) Il sacerdozio universale: secondo il principio dell'Universitalità, ogni individuo è responsabile della propria fede verso cristo e non può demandare ad altri il proprio credo.


3) Salvezza che dipende solo dalla fede: ritiene che solo la preghiera e il buon comportamento sono alla base del buon cristiano e che tutto ciò che si esime da ciò diventa solo pericoloso per la parola di Cristo. Contesta infatti che un buon fedele debba elargire danaro alla sua chiesa, denari che dovrebbero essere impiegati per opere di carità e che invece, fino a questo momento storico, vengono utilizzati dai papi e dalle sue corti per vivere nel lusso, quasi alla pari dei Re.


1500, La presa di coscienza della chiesa

I contagi e la proliferazione delle malattie, una tra queste la sifilide e la peste, e lo sviluppo della prostituzione fa si che queste due cose siano messe a confronto e si capisce che esiste una relazione stretta tra il diffondersi delle malattie e il meretricio.

In questo periodo le promulghe ecclesiastiche riferite alla prostituzione fanno emergere un principio di rassegnazione alla quale, inevitabilmente, ci si doveva inchinare. I tre punti nei quali si basa il principio di "presa di coscienza" ecclesiastica sono:

1. L'accettazione

La chiesa giunge alla riflessione e si rende conto che l'esercizio della prostituzione oramai ha una diffusione trasversale in ogni fascia sociale e che il fenomeno è diffuso in larga scala e quindi è penetrato profondamente nel tessuto sociale e culturale degli uomini. Scatta quindi da parte della comunità ecclesiastica, un tacito consenso al fenomeno, ritenendolo alla fine un male minore e parte di un processo di crescita e di evoluzione, certamente non gradita, ma oramai divenuto inarrestabile.  


2. La condanna

Se la chiesa è costretta all'accettazione della prostituzione, cosi non è per coloro che alimentano in modo diretto o indiretto questo pericoloso mercato. I tribunali ecclesiastici quindi sono molto rigidi nei confronti di coloro che si arricchiscono e sviluppano il fenomeno e le condanne papali prevedono pene rigide e spesso la morte per fame e isolamento.


Papa Giulio II

3. Il ravvedimento

Se da una parte il fenomeno non lo si può sconfiggere e se la condanna della chiesa è solenne, viene riconosciuto il provvedimento del ravvedimento. Consiste nel dichiarare la propria condizione di donna dedita alla mercificazione del proprio corpo e ravvedersi nell'anima, rigettando cosi la vecchia strada percorrendo quella della purificazione dello spirito verso l'elevazione al Dio unico e supremo.


1526, Le prime licenze per l'esercizio

Il Papa decide un grande censimento delle popolazione per capire il fenomeno della prostituzione. Inviati dalla segreteria pontificia, hanno il compito di recarsi in ogni angolo della città e verificare i locali che esercitano l'attività di meretricio e indicarli su appositi registri. Parlano con gli abitanti delle vie e si fanno descrivere nel dettaglio le varie figure e il numero delle ragazze dedite all'attività. Dopo mesi di meticoloso lavoro emerge il dato: a Roma vi sono 4.900 prostitute, su una popolazione di 50.000 abitanti.


1560 

Nasce l'esigenza di creare una forma di tutela verso il popolo che abita sia nelle grandi cittadine che nei territori meno accentrati, in quanto si sviluppano in modo esponenziale, molte malattie veneree derivanti da una scarsa igiene personale. Inizia quindi a diffondersi l'idea che tutto ciò sia legato essenzialmente all'uso promiscuo della sessualità e  la causa si ritiene proprio la prostituzione. Molte repubbliche, come quelle di Venezia e molte signorie, decidono quindi di promulgare i dettami di comportamento e di buon costume relativi al meretricio. Si inizia con cambiare il nome ai locali dediti a questa attività, iniziando a chiamarli in modi meno diretti, come ad esempio "bagni pubblici" oppure"tavernaroli" o "Taverne". Si cerca di affermare quindi un modo più riservato per identificare i bordelli, evitando cosi assembramenti fuori le porte e nei vicoli dove spesso essi si trovano.