Gino Baratta



Gino Baratta

  • data di nascita: Revere, 10 agosto 1932 
  • data di morte: Mantova, 23 ottobre 1984
è stato un critico d'arte e critico letterario italiano.Si è occupato di poesia, teatro, pittura, architettura e manierismo.
I suoi studi lo hanno condotto anche verso il mondo esoterico di Leonardo da Vinci. 

1965
Gino Baratta con i fondatori della rivista letteraria Il Portico: Ferdinando Trebbi, Vladimiro Bertazzoni, Giuliano Parenti, Umberto Artioli, Renzo Margonari, Mario Artioli




1952 

consegue la maturità classica al Liceo Virgilio di Mantova. È suo insegnante di lettere Emilio Faccioli, che lo incoraggia a coltivare il gusto per la letteratura e per ogni altra forma d'arte. 


1963
Dopo la laurea si dedicherà all'insegnamento e nel 1963 otterrà la nomina in ruolo come insegnante di lettere, prima alle Scuole Medie, poi, nel 1965, alle Superiori.


1965

insieme a lui, tradurrà dal francese, per la Casa Editrice Einaudi, il volume di Henri Focillon, L'arte dell'Occidente, e a lui dedicherà, alla presentazione mantovana della sua traduzione della Moscheide folenghiana, una serie di considerazioni sul tradurre, pubblicate postume nel 2008 dall'editore G. Arcari. L'orientamento di Faccioli e la frequentazione dei pittori conterranei Rino Luppi e Lanfranco (Frigeri) - con la cerchia di amici che ruotava intorno a loro - lo appassionano alla pittura e lo conducono ad approfondire le tematiche legate all'analisi dell'opera d'arte. Nella biblioteca dello zio materno, Pietro Pavesi, trova abbondanza di libri. 

Di quegli anni di letture disordinate e appassionate è la 'scoperta' di Baudelaire e dei poeti maledetti, di Nietzsche, di Jung, di Kerenyi, di Kierkegaard... Legge moltissimo, con una curiosità onnivora, come sarà per tutta la sua vita, spaziando dalla letteratura - con particolare attenzione alla poesia - alla critica letteraria e d'arte, alla filosofia, alla psicanalisi, alla sociologia, all'antropologia. Legge e ascolta musica.

Concluso il Liceo, frequenta la Facoltà di Lettere e Filosofia presso l'Università Cattolica del "Sacro Cuore" di Milano e si laurea in Lettere Moderne, nel febbraio 1958, con una tesi su La poesia cosmografica del '400, relatore il professor Mario Apollonio. 


1960 

si sposa con Annarosa Enzi e si trasferisce a Mantova. Hanno una figlia, Valeria.

La sua formazione culturale si arricchisce e si approfondisce attraverso la lezione degli esponenti delle tendenze critiche che si intersecano e si combinano fin dagli anni '50 del Novecento, soprattutto nell'ambito del pensiero fenomenologico (Edmund Husserl, Maurice Merleau-Ponty, Emmanuel Lévinas...) e della "Nouvelle critique littéraire" ( Roland Barthes, Jean Starobinski...): a partire dalla critica di area marxista (Antonio Gramsci, György Lukács...) e della Scuola di Francoforte (Max Horkheimer, Theodor Adorno, Walter Benjamin...), al Formalismo russo (Viktor Šklovskij, Vladimir Propp, Jurij Tynjanov,...), allo Strutturalismo (Ferdinand de Saussure, Roman Jakobson, Claude Lévi-Strauss...) e al Poststrutturalismo (Jacques Derrida, Gilles Deleuze, Félix Guattari...), alla critica semiotica (Julia Kristeva, Algirdas Julien Greimas, Umberto Eco, Maria Corti...), psicanalitica (Charles Mauron, Giacomo Debenedetti) e filosofica (Jacques Lacan, Michel Foucault, Louis Althusser...), a quella stilistica (Ernst Curtius, Leo Spitzer, Erich Auerbach, Gianfranco Contini...) e, soprattutto dalla fine degli anni Settanta, a quella ermeneutica (Hans Georg Gadamer, Hans Blumenberg, Jürgen Habermas...). 

Per quanto riguarda la critica italiana, particolare interesse riserverà alla Neofenomenologia critica di Luciano Anceschi e al Gruppo 63.

I suoi interessi spaziano in tutti i campi: poesia, teatro, pittura, architettura, cinema e musica; si ancorano profondamente nella contemporaneità e si rivolgono in particolare alle cosiddette "aree marginali", ai "territori di frontiera", dove "fermenta e matura il futuro dell'arte". Le sue predilezioni vanno alle poetiche del Barocco e del Manierismo, alle grandi ermeneutiche del passato e contemporanee, al tema dell'immaginario, che " è accessibile solo nei travestimenti in cui esso si disloca, cioè nei segni" invariata nel tempo rimane "la chiave formale, lo smontaggio retorico e linguistico dell'evento letterario", di cui testimonia il saggio su Giorgio Manganelli del 1982, raccolto nei Miraggi della Biblioteca. Così come temi ricorrenti sono i motivi del Labirinto - con la sua dimensione disorientante - e della Biblioteca "sotterranea".

Scrive sul quotidiano locale Gazzetta di Mantova, su riviste letterarie come Che fare, Marcatré, Quindici, Il Verri, Anterem, Il Caffè, Il Cobold, Quinta Generazione, Spirali, Testuale, Squero, Studi teatrali, Letteratura.


1973 

collabora con l'Università di Verona. Intenso è il suo impegno nella realtà sociale e locale; partecipa all'organizzazione di eventi culturali e presenta mostre d'arte. 


1974 

cura con Francesco Bartoli e Zeno Birolli Osvaldo Licini, Errante, eretico, erotico - Gli scritti letterari e tutte le lettere, Feltrinelli, Milano. 


1983 

scrive un saggio introduttivo su La doppia dimenticanza - Poeti della sesta generazione, per l'Editrice Forum di Forlì. A partire dagli anni Settanta si appassionerà al teatro di sperimentazione e porterà a Mantova, con il Circolo Ottobre, i gruppi di punta della Neoavanguardia e della Postavanguardia teatrale, impegnandoli anche in laboratori per la scuola. Conclusi gli anni Settanta e il periodo dell'utopia collettiva - scrivono gli amici Umberto Artioli e Francesco Bartoli, ambedue docenti universitari di Storia del Teatro - diventano centrali per lui i temi della soggettività e della memoria, del viaggio come "questche porta al centro, all'origine, al fondo, al desiderio".E ancora Umberto Artioli sottolinea, per altro verso, come fosse "... sempre alla ricerca del nesso che stringe in un'unica costellazione l'avventura letteraria e la passione civile. [...]"; e come "Il dialogo, l'intervento, la militanza [fossero] per Baratta una sorta di necessità: di qui i tratti inconfondibili del magistero, praticato con assoluto dispendio di sé in una difficile osmosi tra l'aristocratica raffinatezza dei presupposti culturali e la necessità di diffondere e divulgare" (Umberto Artioli, Prefazione al libro di Luigi Lonardo, Dedalo e il labirinto, pp. 9–10).