Filippo Maria Visconti


Filippo Maria Visconti 

  • data di nascita: Milano, 3 settembre 1392 
  • data di morte: Milano, 13 agosto 1447 

Uomo di grande diplomazia e carattere,amante dell'arte e del mecenatismo, fu  l'ultimo Duca di Milano della dinastia viscontea


1402

morì Gian Galeazzo, che sette anni prima, nel 1395, aveva ottenuto l'elevazione al rango di Duca di Milano. Il titolo e la signoria sui vasti possedimenti viscontei passò al primogenito Giovanni Maria: essendo appena tredicenne, questi fu affidato alle tutela della madre Caterina, nominata Reggente. Il piccolo Filippo Maria, invece, fu inviato a Pavia, nel territorio che il testamento del padre gli aveva assegnato come Contea.

Il governo di Giovanni Maria fu pesantemente segnato dagli scontri tra le opposte fazioni politiche che allora cercavano il predominio nell'ex Ducato di Gian Galeazzo. Durante le lotte prese il sopravvento il condottiero Facino Cane, che riuscì a fomentare la rivalità fra il giovane Duca e la Reggente. Determinato a raggiungere l'obiettivo, egli vide l'esito della propria opera concretizzarsi nel 

1404, quando Giovanni Maria fece arrestare e confinare la madre nel Castello di Monza. Davvero un'ironia della sorte, perché quello stesso Castello le era stato donato il giorno delle nozze dal marito Gian Galeazzo ventiquattro anni prima.

1404 

Dopo circa due mesi di prigionia Caterina morì, nell'indifferenza dei grandi tumulti politici. Solo Filippo Maria s'era preoccupato di lei, ma senza poter fare granché: trincerato dietro le mura del Castello di Pavia, assisteva impotente allo sgretolamento dello Stato creato dal padre e dai suoi antenati, mentre il fratello maggiore si inimicava sempre più l'aristocrazia ed il popolo milanese. A differenza della madre, Giovanni Maria non riservò al giovane fratello lo stesso trattamento della genitrice: il dodicenne Visconti era un avversario - almeno per il momento - di poco conto, considerata la sua fragile salute e la mancanza di mezzi con cui trascorreva la sua esistenza pavese. Esistenza che dal 1410 fu messa ancór più "in forse", poiché in quell'anno Facino Cane riuscì ad occupare la stessa Pavia.

Per Filippo Maria pian piano il grande cambiamento arrivò nel 1412, quando nell'arco di pochi giorni Facino Cane morì e Giovanni Maria fu assassinato. Da entrambi Filippo Maria ricevette importanti eredità: da Facino la moglie del condottiero - la quarantenne Beatrice Cane - che lo stesso Facino aveva affidato a Filippo Maria insieme ad una cospicua dote, in cambio della promessa di portarla all'altare e farne la propria consorte; dal fratello Giovanni Maria, invece, il titolo ducale e la signoria sui territori soggetti a Milano.

Eredità, quest'ultima, sicuramente più difficile da gestire della prima, poiché lo Stato visconteo si trovava in una situazione di profonda crisi politica ed economica. Estorre Visconti, figlio naturale di Bernabò, gli contese il Ducato e fu necessario fargli guerra e chiuderlo in un assedio a Monza(1413).

Filippo Maria - personalità paranoica, superstiziosa, ma anche spregiudicata e cinica - diede dimostrazione di notevole abilità politica. Sposò Beatrice, matrimonio caldeggiato dall'arcivescovo di Milano Bartolomeo Capra, e con le risorse economiche e militari apportate in dote dalla moglie riuscì a riassestare parzialmente lo stato. Quando la moglie si dimostrò troppo interessata agli eventi politici la fece decapitare nel 1418 presso il Castello di Binasco insieme ad un uomo con il quale era stata pretestuosamente accusata di adulterio.

Filippo Maria fu sospettato di atteggiamenti lussuriosi, nella sua corte si era infatti circondato di paggi che lo seguivano ovunque, intratteneva inoltre un rapporto stabile con Agnese del Maino, figlia del conte palatino Ambrogio e probabilmente dama di compagnia della moglie. Nel 1425dalla relazione nacque Bianca Maria, unica figlia naturale di Filippo Maria.

Alla morte di Giorgio Ordelaffi, signore di Forlì, quando il figlio di costui, Tebaldo Ordelaffi, era ancora piccolo, Filippo Maria Visconti, come tutore di Tebaldo nominato da Giorgio, colse l'occasione per tentare la conquista della Romagna (1423). Scoppiò allora una guerra con Firenze, fermamente decisa a contrastarne le ambizioni.

Venezia, dopo alcuni rovesci dei fiorentini e persuasa dal Conte di Carmagnola, decise di intervenire (1425) a loro favore. La guerra si spostò in Lombardia, nel marzo del 1426 il Carmagnola fomentò la rivolta di Brescia che lui stesso aveva conquistato per il Visconti cinque anni prima. Dopo un lungo assedio e la distruzione della flotta ducale che portava cibo alla città assediata, Venezia conquistò Brescia e la sponda orientale del Garda. Filippo Maria chiese inutilmente aiuto all'imperatore Sigismondo e nel 1426 fu costretto ad accettare la pace alle condizione proposte da Papa Martino V, la cessione di Brescia e la restituzione al Carmagnola di tutti i suoi averi rimasti a Milano.

La pace fu mal accettata sia dalla popolazione milanese sia dall'imperatore e, proprio le rampogne di quest'ultimo, diedero a Filippo Maria il pretesto per ricominciare le ostilità che portarono però alla disfatta di Maclodio (12 ottobre 1427) citata anche da Alessandro Manzoni. Alla sconfitta seguì una nuova pace conclusa a Ferrara con la mediazione di Niccolò d'Este che comportò per il Ducato di Milano la definitiva perdita di Bergamo e Brescia.

Nel 1431 divenne papa Eugenio IV, veneziano e quindi ostile al Visconti. Filippo Maria Visconti cedeva al Papa Forlì e Imola, anche perché si schierarono contro di lui pure Ferrara, Mantova, il Monferrato e i Savoia. Nel 1428, trovandosi in un'impasse politica, fece di tutto per allearsi con il Duca di Savoia e perciò sposò Maria di Savoia: nell'urgenza degli eventi si disinteressò della dote e, nel tempo che seguì, ribaltò sulla giovane moglie l'astio per la situazione in cui si era venuto a trovare.

Negli anni '30 del XV secolo, Filippo Maria Visconti rimase coinvolto nella lotta di successione nel Regno di Napoli tra Angioini ed Aragonesi: nel 1433 Alfonso V d'Aragona e Sicilia, era riuscito a farsi reintegrare dalla regina Giovanna II di Napoli come erede del regno, ma successivamente, quando il duca di Calabria, il primo erede di Giovanna II, Luigi III d'Angiò, morì, Giovanna II nominò suo successore il fratello di Luigi, Renato d'Angiò, e quando la regina stessa, nel febbraio del 1435, morì, lasciò effettivamente il regno a Renato. Anche perché papa Eugenio IV, signore feudale del Regno di Napoli, non aveva dato il suo gradimento al re Alfonso.

Alfonso d'Aragona perciò, accompagnato dai fratelli Giovanni ed Enrico, a cui si unì anche Pietro, tornò nel Napoletano, occupò Capua e pose l'assedio a Gaeta; quindi la flotta aragonese affrontò la flotta genovese che, per conto del Visconti, andava a portare vettovaglie agli assediati di Gaeta, ma Alfonso e i suoi fratelli, alla battaglia di Ponza, furono sconfitti e fatti prigionieri dai Genovesi (solo Pietro riuscì a fuggire con due galee. La loro madre Eleonora morì per il dolore, poco dopo aver ricevuto la notizia della cattura di tre dei suoi figli).

Catturato dal genovese Biagio Assereto, Alfonso fu consegnato al duca di Milano, Filippo Maria Visconti, per conto del quale la flotta genovese si era recata a Gaeta, e venne imprigionato. Quando ottenne di essere ricevuto dal duca, nell'ottobre di quello stesso anno, Alfonso riuscì a persuadere il suo carceriere a lasciare andare liberi lui e i suoi fratelli senza il pagamento di alcun riscatto e convincendolo che era interesse di Milano non impedire la vittoria della parte aragonese a Napoli, riconoscendolo già re di Napoli. Questa mossa costò molto cara a Filippo Maria, perché Genova si sentì tradita, gli si ribellò e si proclamò nuovamente repubblica indipendente.

Nella tarda primavera del 1446, a fronte dell'aggravarsi delle sue condizioni di salute, Filippo Maria si preoccupò della salvezza della sua anima incaricando un gruppo di teologi di dirimere il dubbio se un "signore temporale si possa salvare appresso Iddio". Rassicurato dal responso del collegio degli studiosi che lo invitavano, per la tranquillità dello stato, a pensare alla successione, Filippo Maria tentò un riavvicinamento con Francesco Sforza e la figlia Bianca Maria. I sostenitori dello Sforza presso la corte di Filippo vedevano in Bianca Maria (e quindi in suo marito) il successore naturale e soprattutto colei che (con il marito) li avrebbe difesi dall'avidità veneziana.

Francesco, a cui gli altalenanti umori del suocero erano ormai noti, tentennò e rinviò il rientro a Milano, chiedendo delle garanzie in cambio delle promesse del suocero e preferendo aspettare. Le trattative si prolungarono e subirono un arresto a causa dell'eccessivo entusiasmo con cui lo Sforza era atteso a Milano. Il 5 maggio 1447 l'oratore sforzesco a Milano scrisse "il duca [Filippo Maria] è entrato in grande gelosia e la mente sua non è sincera".

L'agonia di Filippo Maria scatenò la corsa alla successione. Tra i pretendenti, oltre a Francesco Sforza, vi erano anche alcuni sovrani stranieri:

  • Carlo d'Orléans, figlio di Valentina Visconti
  • Alfonso V, re d'Aragona
  • Ludovico di Savoia, fratello di Maria di Savoia

La pretesa di Carlo d'Orléans si fondava sul testamento di Gian Galeazzo Visconti, il quale disponeva che, in mancanza di discendenza maschile, la linea di successione dovesse essere quella della figlia Valentina. Però alcuni valenti giuristi, fra i quali il Piccolomini, sostenevano che il titolo andasse rimesso all'Imperatore.

L'unico che avrebbe potuto fare chiarezza era Filippo Maria stesso che però aveva perduto ogni interesse per il governo del Ducato e, alle ansiose domande sulla successione, rispondeva che "dopo di lui tutto avesse a rovinare" anticipando il più celebre "Après moi le déluge" di Luigi XV.

Il 6 agosto rinunciò alle cure e l'11 subì un forte peggioramento. Nella notte fra il 12 e il 13 agosto chiese di essere voltato con il viso rivolto al muro e poco dopo morì, isolato e sdegnato così come era vissuto.