Leonardo da Vinci: profumo


Nel Rinascimento italiano si inizia a respirare una nuova aria di cambiamento dovuta anche al nuovo concetto di praticità sempre più affermato nella società. 

Il lento ma inarrestabile passaggio da una mentalità spirituale dove al centro da sempre era posto il dogma religioso, si passa ad una nuova visione del mondo e delle cose che ha una prerogativa comune, l'uomo e la sua centralità. Il culto della bellezza tornò in auge così come altri valori del periodo classico. 

Le acconciature rinascimentali, impreziosite da ornamenti, si ispiravano a quelle dipinte dai pittori italiani di quel tempo: Botticelli, Giotto, Mantegna, Tintoretto, Michelangelo, Raffaello e Leonardo da Vinci. 

In auge non tornò solo il culto della bellezza, ma anche il mito della donna bionda, come già era stato in epoca greca e nell'Antica Roma.

E' un periodo storico nel quale la società ricorre sempre più spesso al profumo per coprire gli effluvi poco graditi dei corpi mal lavati (vedi igiene nel rinascimento), ove  si preferiscono quindi i profumi forti e inebrianti, sufficientemente tenaci per compiere la loro missione di dissimulazione: ambra, muschio, gelsomino, tuberosa...

È senza dubbio un'intenzione simile che si trova all'origine della passione venuta dalla Toscana, patria della regina Caterina de' Medici, per i guanti profumati. I profumi permettono così di mascherare gli odori spiacevoli delle pelli mal conciate.


La cognizione delle cose sembra apparire quindi sotto una nuova forma dal rinnovato aspetto: l'estetica.

Cambiano gli stili delle costruzioni e l'abbigliamento, cambia il modo di presentare un piatto ai commensali, ma cambia anche il modo di vestire e di presentarsi alle cerimonie di corte piuttosto che alle frequentazioni conviviali che la società suggerisce.

La donna tende sempre di più a valorizzare la sua persona e lo fa prestando attenzione al dettaglio estetico della capigliatura, creando nuovi disegni di acconciature che offrono maggior visibilità e lucentezza.

Il viso diventa quindi "lo specchio dell'anima", curato nei particolari così come il decolletè che si offre generoso ma austero, senza troppo celare, lasciando alla visione  delicati ricami e gioielli in bella mostra.

Le trecce dei capelli sono spesso elemento di decoro, finemente lavorate, si lasciano cadere sulle spalle nella loro interezza, ma anche il saper raccogliere i capelli, disegnando nuovi contorni e forme, che contraddistinguono certamente la donna rinascimentale. 

Capire se una donna fosse sposata o meno, quindi vergine, era piuttosto semplice in quanto le maritate erano solite portare i capelli e le trecce legate sul capo a differenza delle nubili che portavano i capelli sciolti senza particolari intrecci. 


Il viso

Era normalmente curato con ciprie chiare, con tonalità più lucenti del normale colore della pelle e questo perchè rappresentava la purezza e l'armonia. Non veniva data grande importanza alla tintura delle labbra, anzi, più il loro colore tendeva a nasconderle meglio era. Nessuna dama o solo raramente infatti, esaltava con colori o terre le labbra in quanto "la moda del periodo" prevedeva una celata osservazione e ostentazione. Anche per le sopracciglia veniva usato lo stesso parametro: sottili e non pronunciate quasi a nascondere il loro ingombrante disegno ad ali di gabbiano a favore degli occhi. La fronte doveva essere ampia e sgombra da eccessi (a differenza del gioiello riprodotto da Leonardo sulla fronte della belle Ferronnìere).

Le guance erano leggermente accentuate da una terra rosa che creava l'effetto roseo, dando all'aspetto una maggior sensazione di innocenza, di quel rossore tenue simbolo di pelle bianca, labbra piccole e sottili come le sopracciglia, fronte alta e spaziosa.

Se il viso sino al bacino sembrano essere "ben disposti" allo sguardo, la stessa cosa non si può dire per la parte del copro rimanente: infatti i grandi abiti tendono sempre a celare le forme e hanno lo scopo di coprire rigidamente le gambe non dando adito a qualsivoglia forma di immaginazione. 

Le gonne, più propriamente chiamati anche "gonnoni" erano finemente ricamati e composti da tessuti pregiati (almeno per le nobildonne) e riportavano ricercate elaborazioni tra disegni armonici e ricami, frutto dei più abili sarti che venivano chiamati per dare il loro meglio.

Il busto e le gambe quindi non assumevano caratteristiche esplorative alla vista, piuttosto sembravano essere creati quasi a rafforzare il busto della dama ove all'apice, la testa, regalava le emozioni e i cromatismi naturali del sapersi curare di se. 

Lo stile di Lucrezia Borgia

Ma chi era costèi? Lucrezia nasce nella rocca di Subiacco, nelle vicinanze di  Roma, nel 1480. È figlia illegittima del cardinale Rodrigo Borgia, nipote di papa Callisto III  e di Vannozza Catanei, lombarda trasferita a Roma dove gestisce con grande profitto alcune locande frequentate da prostitute e, pur essendo sposata, frequenta assiduamente gli appartamenti di Rodrigo. 

Lucrezia  è l'unica  figlia femmina con tre fratelli: Cesare, Juan, Lucrezia e Joffré.   Il cardinale Rodrigo potente prelato aveva avuto in precedenza altri figli da altre donne, ma i figli con Vannozza furono per lui destinati ad un trattamento speciale, in particolare proprio Lucrezia. Sin dalla sua tenera età era ammirabile la sua bellezza, con lunghi capelli chiari, occhi  azzurro-verdi, fu proprio per Rodrigo motivo di vanto e di orgoglio nel aver messo al mondo cotanta bellezza. 

Lucrezia trascorse la sua infanzia, almeno sino ai dieci anni, con la madre Lucrezia, poi venne affidata alle cure di Adriana Mila Orsini, cugina del padre, che ebbe il compito di educarla insegnandole la lingua spagnola, lingua della terra di origine della famiglia Borgia. 
Nell'adolescenza Lucrezia amava indossare gioielli vistosi e abiti finemente lavorati, sempre molto attenta ai modi e alle forme e probabilmente a causa della sua bellezza cosi luminosa, era sempre al centro di commenti.

La ciocca di capelli di Lucrezia

I capelli di Lucrezia sono sempre stati circondati da un alone di fascinazione e sembrerebbe dalla documentazione che oramai ha confermato questo dato, che parte di una ciocca sia custodita presso la Biblioteca Ambrosiana di Milano. 

1816

La storia ci racconta che proprio Lord Byron, vero nome George Gordon Noel Byron, VI° barone di Byron, (Londra, 22 gennaio 1788 – Missolungi, 19 aprile 1824), noto politico Inglese e poeta, si trova a Milano, probabilmente ospite del circolo della cultura e durante in suo breve soggiorno meneghino, ha modo di visitare  la  Biblioteca Ambrosiana di Milano. Qui gli viene fatta vedere "la reliquia", una piccola ciocca dei capelli chiari appartenuti proprio a Lucrezia Borgia.

1930

Fu costruito un apposito reliquario fatto di ebano, cristallo di rocca, perle, agata, rubini e smeraldi, per custodire la ciocca bionda. La ciocca fece sognare Byron, dopo di lui accese la fantasia di Gustave Flaubert, autore di un'altra storia d'amore proibita e scandalosa (Madame Bovary) e si dice che il principe Giorgio di Prussia avesse inviato a Milano due ufficiali per ammirarla e farne un resoconto.

Dopo questa tempesta accesa dal Romanticismo, i pellegrinaggi alla reliquia che tanto mettevano in imbarazzo i dottori dell'Ambrosiana, andarono scemando. A riaccenderli fu Gabriele d'Annunzio in visita a Milano.

Alfredo Ravasco, scultore e gioielliere degli anni 30, realizzò su questa scia la teca attuale, sorretta da quattro arpie in argento dorato con perle nei seni e, appesi a una catenella di perle, due scudi con l'insegna araldica dei Borgia, un toro e l'aquila con le ali spiegate degli Este, la casata dell'ultimo marito della bionda che ha continuato a far sognare gli uomini nei secoli.


Tinture per capelli
Malgrado il colore naturale dei capelli delle donne fosse il nero e il castano, i capelli chiari suscitavano anche nel Rinascimento, un particolare interesse da parte non solo delle donne. Nelle "buone famiglie" era usanza utilizzare delle tinture  per personalizzare il colore dei propri capelli e schiarirli, dandogli una luminosità e lucentezza maggiore. 

In questo periodo si diffonde quindi soprattutto nelle corti del nord Italia, l'usanza e la consuetudine di decolorare i propri capelli, cercando nuove colorazioni tendenti a schiarire, quanto possibile. 

Nasce quindi uno stile del tutto geografico che rispecchia il modo e il tipo di colorazione utilizzato: il biondo fiorentino, il biondo veneziano, il biondo  alla napoletana. 
I poeti del 16° secolo descrivevano la donna ideale come un angelo biondo. E così le donne iniziarono a schiarirsi i capelli con le ceneri, il carbone, la calce, la liquirizia e il foglio di legno, oppure mettendosi al sole.

Troviamo scritto sui fogli di Leonardo: 

 “Per li capelli di neri gialli” ....... “A fare capelli di tané” 

Leonardo parla espressamente di Tanè, cioè  una tonalità di colore  che vira tra il colore castano, fra il rosso e il nero, molto simile al cuoio lavorato.


Le dame del Rinascimento

Tra il 1400 e il 1580 le corti rinascimentali erano spesso considerate "l'avanguardia" dei tempi, in quanto le dame e le consorti di palazzo avevano la consuetudine di creare momenti di incontro con altre dame per scambiarsi le creme e le impressioni sulla loro efficacia, nonchè utili consigli per l'utilizzo. 

Insomma, si genera una forma di catena referenziale che attraversa Firenze, Siena, Mantova, Venezia, Milano, sino ad arrivare in Piemonte, Umbria e nel regno Aragonese. Vi era quindi uno scambio oltre che di prodotti anche di coinvolgimenti di maestri alchemici e speziali che, durante questi incontri, suggerivano possibili miscellanee da sperimentare.



Isabella d'Este, Lucrezia Borgia, le dame della famiglia Visconti e degli Sforza e Lisa Gherardini, sono solo alcune delle donne che facevano largo uso di profumazioni e proprio Lisa Gherardini, moglie del Giocondo, fu la donna che Leonardo da Vinci dipinse, giunta a noi come il famoso ritratto della Gioconda. Proprio lei, sembrerebbe utilizzasse una specie di distillato che veniva estratto dalla chiocciola, distillato che faceva un gran bene sia alla pelle che alla lucentezza dei suoi capelli... Ma di cosa si trattava? E' assai probabile che si trattasse della oramai nota bava di lumaca.


La bava di lumaca 

La bava  è una sostanza utilizzata da sempre in medicina e cosmetica per le sue proprietà idratanti e lenitive, utilizzata come  rimedio che affonda le proprie origini nel medio Oriente.  

Nell'antica Grecia, Ippocrate ne consigliava il suo utilizzo per  lenire le irritazioni e le infiammazioni della pelle. Dalla Grecia al Medioevo, la bava di lumaca ha conosciuto un largo impiego nel campo della medicina tradizionale, che la usava principalmente per curare problemi di stomaco, quali gastriti e ulcere peptiche, cicatrizzare le ferite e arrestare le emorragie.


La bava di lumaca viene impiegata per i benefici offerti a capelli e pelle e per le sue potenti proprietà antiossidanti, garantite dall'elevata concentrazione di vitamina E, che costituisce l'arma principale contro l'azione dannosa dei radicali liberi e l'invecchiamento cellulare. 

I prodotti dedicati ai capelli, invece, si basano su soluzioni create per migliorare l'elasticità, l'idratazione e lo spessore dei capelli secchi e sfibrati. In commercio sono presenti numerosi balsami e trattamenti rigeneranti che annoverano la bava di lumaca tra gli ingredienti.

Per quanto riguarda i capelli, molto probabilmente veniva utilizzata in soluzione acquosa.

Studio testa di Leda, Leonardo da Vinci


Sappiamo che Leonardo "lavorara" su alcune tonalità di luce legata ai capelli, non solo per le donne ma anche per gli uomini.

Non è un caso che molte delle sue donne siano ritratte, anche nei disegni preparatori, dando una particolare "verve" al movimento dei capelli e allo stile di acconciarli: severi dietro la nuca piuttosto che lasciati cadere in modo ondulato sulle spalle. 

Leonardo riteneva probabilmente, che la lucentezza del viso di una donna fosse possibile aumentarlo e renderlo più misterioso anche cambiando il colore dei capelli della dama. 

Viene spontanea una domanda: come sarebbe stata la bella Ferronnière se fosse stata bionda? la Gioconda rossa è immaginabile? questo non possiamo certo saperlo in quanto non sappiamo se i capelli delle donne dipinte fossero davvero quelli reali delle sue dame, piuttosto che abbia in modo arbitrario voluto  conferire anche ai capelli scuri una maggior lucentezza.

Certo, lui parlava nel Codice Atlantico di «li capelli di neri gialli» ai procedimenti per creare «odori soavi». Condusse molti studi, per lo più contenuti nel Codice Atlantico, che riguardano il mondo della bellezza e della cura di sé.  

I suoi studi di botanica con quelli sulla distillazione per lambicchi — che condussero alla nascita della chimica — passando per quelli sul vapore acqueo e persino di un prototipo di motore a vapore che indaga gli usi e i rimedi dell’epoca.

Per capire meglio, dobbiamo passare a vedere  il progetto di Leonardo da Vinci:

Ricostruzione presente presso  il Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia Leonardo da Vinci di Milano.  Contenuti sviluppati con il contributo di Regione Lombardia e inseriti nel catalogo regionale Lombardia Beni Culturali.


Il modello è composto da un alambicco a becco ricurvo in ceramica bianca, posto su una struttura di rame. Sopra la struttura è collocata una vasca di plexiglass.

La testa dell'alambicco è raffreddata con uniformità e continuità grazie al suo posizionamento in una vasca in cui fluisce acqua corrente. 

Leonardo sottolinea la necessità di utilizzare acqua corrente per il raffreddamento della testa dell'alambiccco: 


"..Questo fornello ha a avere continuamente un'acqua la quale continuamente si muta, acciò che il cappello del lambicco stia sempre freddo, il quale sta sotto detta acqua..."


Alambicchi per la distillazione

Abbiamo osservato che sul Codice Atlantico, composto da 1.119 fogli, scritto al folio 989 1485-90), risulta una sua descrizione che riguarda un suo pensiero: dotare una doppia camicia in cui far scorrere l’acqua attorno al distillatore.

Qui Leonardo scrive:

“Modo di fare una stillazione chiara. Fa che l’acqua corra circundando tutto il limbicco”.

Il suo disegno presenta un’ampia superficie di condensazione e così si creava un riflusso che faceva ricadere
nella cucurbita i vapori che, portati su per trascinamento, non erano alla temperatura giusta per superare il collo di cigno dell’uscita.
Eravamo nel 1500, due secoli prima di Della Porta e quasi tre secoli prima del Baglioni. Leonardo non ha mai
divulgato il Codice Atlantico e nei secoli successivi questo subì varie vicissitudini, fino alla sua restituzione alla Biblioteca Ambrosiana, dove si trova ancora adesso, come ritorno dei beni trafugati da Napoleone. Nel frattempo, erano passati i secoli e questa invenzione di Leonardo non ebbe seguito.


Come estrarre il profumo dai fiori: distillazione

Per capire il funzionamento della distillazione che Leonardo pensò, è inevitabile ragionare sul suo progetto.

Se si vuole procedere con l'estrazione del profumo dai fiori attraverso il metodo della distillazione, dovrete
procedere passo per passo, seguendo nell’ordine i seguenti passaggi:
  • Procurarsi la materia prima: parti odorose di fiori o piante;
  • Versare la materia prima in un’ampolla con beccuccio (possibilmente a spirale);
  • Versare dell’acqua insieme ai fiori, nella quantità pari a cinque volte la quantità dei fiori;
  • Mettere l’ampolla sul fuoco e portare ad ebollizione l’acqua.


Ricetta del profumo di rose

E’ una ricetta scritta dallo stesso Leonardo che è ben celata  tra le righe del Codice Atlantico, e tratta di un  profumo di rose e lavanda, che secondo lui dovevano essere sciolte insieme in un solo gesto, l’esplorazione olfattiva di una mano sapiente.


“A ffare odore: tò buona acqua rosa e mòllatene le mani, di poi togli del fior di spigo e fregatelo 

fra l’una mano e l’altra, ed è buono”. 

Codice Atlantico, foglio 807r, vol.III 


Sappiamo che Leonardo utilizzava molto i petali dei fiori ma anche macinare tra loro i gambi delle piccole
piante che riteneva potessero dare la profumazione e etra queste troviamo i  fiori di arancio amaro, il gelsomino bianco e la lavanda.
Per quanto riguarda il gelsomino bianco, sappiamo che era particolarmente caro a Leonardo da rappresentarlo anche nell' "Annunciazione di Cristo", ma lo amava anche per ciò che esso rappresentava: la purezza.

La Gioconda di Leonardo da Vinci

Solo da pochi anni, diciamo da qualche decina, le colorazioni per capelli hanno iniziato a tenere conto della differenza di fusto e del diverso grado di melanina presente negli infiniti gruppi etnici che formano l’umanità, facendosi dunque “inclusive” per usare un termine di moda, ma soprattutto dedicate, cioè rispettose delle differenze. Il tema del prodotto per tutti, che per tutti i primi due secoli dalla Rivoluzione Industriale esprimeva in realtà la logica e i desideri di un solo gruppo di riferimento, l’occidente bianco, è l’anti-tendenza più forte del momento.

E’ dunque un segno storico molto significativo che nei suoi studi di cosmetologia, non ovvio ma abbastanza naturale derivato per chi aveva l’abitudine di macinare sostanze vegetali e minerali per ricavarne colori e pigmenti a fini pittorici, Leonardo da Vinci facesse riferimento non solo alle tinture e ai preparati schiarenti, ma anche alle diverse gradazioni di biondo ottenibile come il “veneziano”, il “fiorentino” o il biondo “alla napoletana”. 

Ancora più rilevante è che ne scrivesse certo di essere non solo compreso, ma di fare riferimento a un campo semantico e coloristico condiviso e comprensibile da un vasto pubblico. Pur nell'ottica limitata del mondo conosciuto all'epoca, le differenti inclinazioni, gradazioni e reazioni chimiche a un prodotto, ma anche al gusto, erano dunque prese in considerazione come per un lungo tempo successivo non è più stato.

Sappiamo per certo quanto Leonardo si sia dedicato alla botanica e allo studio dei fiori e in particolare gli studi sulle piante che lo portarono a ragionare sulla "metrica costante e logica" che sempre si rappresenta in natura.
Nei tanti disegni di Leonardo è possibile osservare le sue tavole e i disegni, straordinariamente rappresentativi, in grado di farci capire quanto per lui fosse la riproduzione del pearticolare . Anche un piccolo dettaglio era ritenuto di fondamentale importanza.
Leggendo il Codice Atlantico ci si può imbattere, tra gli oltre 1.000 fogli presenti, in alcune citazioni e scritti di Leonardo che ci ricordano quanto sia stato esploratore anxhe nel mondo delle essenze e della profumazione.

"Dalle piante il Vinci cercò eziandio, come fece per le sostanze coloranti, di ricavare odori soavi e sgradevoli;
ciò egli suggerì di fare con due metodi: l'infusione in liquidi alcoolici, l’enfleurage dei moderni."
[...]
"Togli acqua arzente e mettivi di qualunche odore tu vuoi ella lo riserba e tienlo in se”;

(Codice Atlantico fol. 71 verso a).



L'acqua ragia

La trementina (dal greco terebinthos, terebinto in italiano, un albero dalla cui linfa la trementina era originariamente distillata) è una resina vegetale oleosa, fluida, chiara, e volatile. La più antica fonte commerciale della trementina è l'isola di Chio, sebbene non si abbia una certezza assoluta. In tempi più recenti, nel '700, la parte sud-orientale degli Stati Uniti ha ospitato la maggiore produzione.

Si ottiene tramite procedimento di incisione da alberi appartenenti alla divisione delle pinophyta; l'incisione può essere fatta nella pianta viva, oppure nel durame di una pianta morta. In gergo la trementina liquida che trasuda dagli alberi viene chiamata gemma, mentre quella indurita barras e gallipot.
Contenenti in misura maggiore terpeni, alcooli superiori e acidi resinici, queste resine prendono la forma del recipiente che le contiene, nonostante siano solide a temperatura ambiente; inoltre esse hanno un'alta solubilità nella maggior parte dei solventi organici così come in alcool.

Dalla trementina si estraggono principalmente:

  • l'essenza di trementina;
  • la colofonia;
  • gli oli essenziali, contenenti l'α-pinene, curiosamente isomericamente diverso a seconda della locazione
    delle piante da cui proviene la trementina; in particolare levogiro per quelle europee, destrogiro per
    quelle americane;
  • serve a togliere macchie di vernice.

"a fare odore. To' buona acqua rasa e mollatene ne le mani, di poi togli del fiore di spigo e fregatelo fra l'una mano e l'altra ed è bono”.


Così egli dimostrava in qual modo si possa ricavare il profumo della lavanda (Lavandula Spica L.).

Al metodo dell’enfleurage, tanto seguito per certi profumi soavi in Francia dai moderni preparatori di olii essenziali, è chiaramente alluso, nel seguente luogo dei manoscritti vinciani:


"Odori. Le mandorle senza buccia mettile fra fiori di melarancio o gelsomino o rovistrice o altro fiore odorifero mutandolo ogni dì una volta con i vari fiori acciò le mandorle non pigliassino odore di muffa.” 

Codice Atlantico fol. 71 verso a 



Citrus Aurantium L.,
L'arancio amaro (Citrus × aurantium L.), detto anche melàngolo, è un albero da frutto appartenente al genere Citrus, che raggruppa gli agrumi. È un antico ibrido, probabilmente fra il pomelo e il mandarino, ma da secoli cresce come specie autonoma e si propaga per innesto e talea. Molte varietà di arancio amaro sono utilizzate per l'estrazione dell'olio essenziale usatissimo dall'industria profumiera e come additivoaromatizzante. Vanta inoltre proprietà medicinali.


Jasminum officinale  

Il gelsomino comune (Jasminum officinale L., 1753) è una specie di gelsomino autoctona del Caucaso e di altre zone come il nord dell'Iran, Afghanistan, Pakistan, Himalaya, Tagikistan, India, Nepal e Cina occidentale (Guizhou, Sichuan, Xizang, Yunnan). È ampiamente coltivata varie parti del mondo ed è naturalizzata in Francia, Italia, Portogallo, Romania, Algeria, Florida e Indie Occidentali.

Conosciuto anche come gelsomino bianco, fiorisce a fine primavera e in estate con fiori bianchi piccoli e profumati, caratteristiche che lo rendono molto apprezzato dai giardinieri. È il fiore nazionale del Pakistan.


Ligustrum vulgate

Il nome del genere (Ligustrum) deriva da un antico nome latino, già usato da Gaio Plinio Secondo (23 – 79]) scrittore, ammiraglio e naturalista romano e da Virgilio (70 a.C. – 19 a.C.) poeta romano, per le piante chiamate volgarmente ligustro o olivella. ll primo botanico a usare questo nome associato al "ligustro" è stato Dioscoride (Anazarbe, 40 circa – 90 circa), medico, botanico e farmacista greco antico che esercitò a Roma ai tempi dell'imperatore Nerone; mentre in "tempi moderni" è stato il botanico francese Joseph Pitton de Tournefort (Aix-en-Provence, 5 giugno 1656 – Parigi, 28 dicembre 1708) a usare questo vocabolo con valore di genere. Il nome specifico (vulgare) significa "comune, consueto".

Rinascimento: le corti

Le corti rinascimentali facevano largo uso delle essenze per la produzione delle profumazioni e questo avveniva grazie a quella che era definita l'alchimia o l'arte alchemica.

Non ben vista dal potere ecclesiastico che già a partire dal medioevo rogettava questa pratica definendola serva dei maghi e delle streghe, era considerata, l'alchimia, la scienza infusa.

Leonardo da Vinci come  del, resto Giovanni Pico della Mirandola, Marsilio Ficino, Angelo Poliziano e lo stesso Lorenzo dè Medici e Leon Battista Alberti, erano soliti dedicarsi alla ricerca sperimentale delle cose definizione più appropriata  sperimentare e speculare.

Una sorta di dottirine e scritti ove era possibile leggerne i testi presso le biblioteche di chierici e laici, dei principi e dei teologi, dei monasteri e nella stessa corte papale, nelle università e nelle botteghe artigiane.

Il concetto di esplorazione era improntato quindi nella continua sperimentazione delle cose, ricercando costantemente quel senso di verità che si scostava dalla dogmaticità del principio, ricercando costantemente un altra verità possibile, aldilà della spiritualità e dai canoni delle credenze, indirizzando l'uomo verso una più solida definizione di ciò che al nostro tempo chiamiamo scienza..

I territori italiani nel 1494 


Ludovico il Moro e Leonardo da Vinci

Negli anni della permanenza di Leonardo a Milano, la città è uno dei centri dell’Occidente maggiormente attenti alla cura dell’aspetto, del corpo e ai profumi. Alla corte di Ludovico il Moro, Leonardo organizza feste, disegna abiti e costumi; inventa tessuti e gioielli. Molto attento alla cura di sé, si dedica alla creazione di fragranze, sia maschili che femminili. A Milano è molto diffuso, come a Venezia, l’uso di profumarsi e antica è la consuetudine dei barbieri che vendono cosmetici e profumi. Qualcuno, al servizio della corte, si fa chiamare “Magistro da profumi” e vende alle dame boccette di miscele per biondeggiare le chiome, moda comune a Venezia. Nel 1491, Ludovico il Moro istituisce il consorzio dei barbieri.

a destra: Ludovico il moro duca di milano e la moglie Isabella D'Este

a sinistra: Veduta del Castello Sforzesco, xilografia, 1552-1588 circa, Milano, Civica Raccolta delle Stampe “Achille Bertarelli” https://www.milanocastello.it/

Gli speziali e le essenze

Sappiamo per certo che Leonardo amava le fragranze e le profumazioni e probabilmente, anche ai mercati di Pontevecchio in Firenze, ebbe modo di conoscere gli "speziali".

Da un punto di vista filosofico, si tratta di un’attenzione del da Vinci alla conoscenza più profonda della natura che parte sempre dall'esperienza. L’utilizzo del profumo acquista sempre maggiore importanza cosi da divenire un compagno di vita indispensabile per le donne e per gli uomini, sia per scacciare i cattivi odori causati dalla sporcizia nelle strade, che per coprire gli odori sgradevoli derivanti da una scarsa pulizia, conseguente all'abbandono dell’acqua in fatto d’igiene. Leonardo realizza molti esperimenti: si occupa di ricavare sostanze coloranti, profumi, oli, veleni, dalle piante e dai fiori sperimentando le tecniche di distillazione e la tecnica dell’enfleurage, un procedimento di estrazione che permette di trattare a freddo i fiori delicati e ricavarne la loro essenza. 


La figura dello Speziale

Lo speziale era una figura be identificata che faceva parte della corporazione dei  Medici e Speziali è una delle sette arti maggiori delle corporazioni di età comunale (XIV secolo). Questa corporazione era molto simile a quello che al nostro tempo potremmo definire un vero sindacato di categoria, e svolgeva i compiti di controllo e tutela dei membri lavoratori. L'ordine dei medici e degli speziali prevedeva anche degli aggiornamenti sulle nuove discipline e scopertee e verificare la reale preparazione dei singoli bottegai e praparatori.

Lo speziale  un maestro preparatore di medicine. La sua arte era suddivisa in quattro soggetti principali:

1) La conoscenza dei medicamenti semplici, di origine minerale, vegetale o animale;
2) La conoscenza delle buone caratteristiche organolettiche, dei medicamenti semplici affinchè da essi si traessero le migliori proprietà terapeutiche richieste;
3) La loro raccolta, conservazione e preparazione;
4) La 'composizione’ ossia l’arte di mescolare i medicamenti semplici per ottenere i medicinali ‘composti’, e la loro corretta conservazione fino al momento della somministrazione.


Come si diventava ‘speziale’?
Come molte arti del Medioevo sino al Rinascimento, l'arte dello speziale veniva tramandata da padre a figlio, da maestro ad allievo, da bottega a bottega.


1355, Repubblica di Siena 

Viene pubblicato l'ordinamento per lo speziale, una sorta di vademecum composto da regole professionali, chiamato " Breve degli Speziali" (visibile presso l'Archivio  di Stato di Siena, fondo Arti 132). 

Per esercitare la professione di Maestro speziale, ovvero conduttore di spezieria, era necessario passare un esame presso la commissione degli speziali (composta dai tre Rettori e dal Camarlengo dell’Arte, da tre speziali scelti uno per ciascun terziere della città, e da tre medici).
Gli Speziali, oltre a preparare essi stessi le medicine su prescrizione dei medici, vendevano le erbe, le droghe e le spezie necessarie alla preparazione dei medicinali, che i medici si volevano preparare da soli, ma anche cera per le candele, il sapone, lo spago, la carta da scrivere e l’inchiostro .  

Per quanto riguarda la profumeria  nelle spezierie si potevano trovare profumi ed essenze e i colori per tintori e pittori.
Per essere Capo Maestro di una spezieria era poi fatto obbligo di condurre una bottega e, ad esempio per quanto riguarda la città di Siena, nella seconda metà del '300 vi erano  18 Capi Maestri iscritti nel Terzo di Città, 10 nel Terzo di San Martino e 20 nel Terzo di Camollia. 

1457

Fu fatto obbligo a tutti gli speziali di Siena di tenere ‘uperte le loro butighe’ nei giorni festivi, perché fosse più facile ai cittadini trovare le medicine per gli infermi dal momento che pare che non sempre in quelle tre aperte a turno capitasse di trovarle già preparate. 


1497

A partire da questa data iniziano ad aprire diverse "spezierie" dapprima a Firenze poi a Spoleto, Fabriano, Perugia e via via in altre città. Si trattava di botteghe, cosi come descritto nei testi  di alcuni libricini di piccolo formato che racccoglievanoi i primi ricettari,  "dove lì stanze lascian d'aria di essense e fumi di naso di belli odori"i.

E' di quest'anno un piccolo "Abecedario" per la apertura e la gestione di bottega speziale e proprio Tommaso Garzoni, uno speziale fiorentino, consigliava cosa tenere in bottega :   

  • vasi;
  • mortai;
  • torchi;
  • bilance;
  • spatole.


1860

In questo periodo lo speziale assume sempre di più di "riferimento tecnico" per la popolazione e, proprio per questo, era fondamentale che conoscesse  la chimica, fondamentale per la prepariazione di medicinali. Da queto momento in poi, si vede nascere quelle che oggi conosciamo come farmacia.  


Cosa significa enfleurage?

L’Enfleurage è uno dei più antichi metodi di estrazione, nato all’epoca degli Egizi, utilizzato per ricavare le fragranze dai petali dei fiori. si basa sul potere dei corpi grassi ad assorbire naturalmente gli odori. Può essere praticata a caldo o a freddo, a seconda della resistenza delle piante al calore.
I fiori sono la parte più delicata della pianta e non tollerano trattamenti ad elevate temperature come, per esempio, la distillazione in corrente di vapore che andrebbe a denaturare il prodotto.

L'enfleurage a caldo o macerazione consiste nell'infusione di fiori o altri elementi odoranti in materie grasse, oli o grassi, preliminarmente riscaldati.

E' una tecnica estrattiva, che permette di trattare a freddo i fiori delicati come le rose, i gelsomini, le tuberose, le violette, i fiori di arancio e molti altri.

Le miscele ottenute sono poi filtrate attraverso tessuti per ottenere unguenti profumati. Il lavaggio meccanico all'alcol di queste pomate profumate per mezzo di frullini permette così di produrre un estratto alcolico profumato dopo la separazione dei prodotti grassi e alcolici.

Poiché i fiori più fragili, come il gelsomino, la tuberosa o la giunchiglia non sopportano di essere riscaldati, si sviluppò inoltre la tecnica dell'enfleurage a freddo. Molto diffusa nella zona di Grasse fino alla prima metà del XX secolo, essa consiste a stendere uno strato di grasso inodore sulle pareti di un telaio in vetro che è in seguito ricoperto di fiori. Questi fiori sono rinnovati fino a che il grasso sia saturato di profumo. Le pomate profumate ottenute possono essere utilizzate tali e quali per la fabbricazione di prodotti cosmetici. Trattate all'alcol nei frullini, permettono di ottenere un'essenza assoluta dopo l'evaporazione.


Nei tempi passati si utilizzavano grassi di origine animale come quello di maiale o di bue;  Il grasso viene spalmato su due telai formati da una lastra di vetro inserita in una cornice di legno.

I petali dei fiori, raccolti a mano, meglio se la mattina stessa, vengono poi disposti in uno strato sottile al di sopra del grasso. I telai vengono poi sovrapposti l’uno sopra l’altro e lasciati riposare per alcuni giorni. Successivamente i petali vengono rimossi scrupolosamente e sostituiti con altri nuovi appena raccolti.

 

Questa operazione viene ripetuta più volte (circa 30) fino alla completa saturazione del solvente.
Terminato l’enfleurage il grasso viene raschiato dai telai e quello che si ottiene è la cosiddetta pommade ossia una pomata profumata ricca di essenza floreale.
Tale prodotto sarà tanto pregiato quante più volte è stato ripetuto il trattamento, in modo da rendere completamente esausto il grasso impiegato.
La pommade può essere utilizzata tale e quale come essenza solida oppure può essere “lavata” con determinati solventi (come l’alcol etilico) ottenendo un olio profumato dal quale, dopo opportuna filtratura, si ottiene l’assoluta, ossia l’essenza floreale pura. Oggi per produrre un grammo di estratto di rose occorrerebbero con questa tecnica circa 6.000 petali e risulterebbe anticommerciale.

Fonte:   In questa pagina si riassume il progetto "Leonardo Genio e Bellezza", realizzato da Cosmetica Italia-associazione nazionale imprese cosmetiche e Accademia del Profumo in collaborazione con Cosmoprof Worldwide Bologna, su studi condotti dalla ricercatrice Maria Pirulli, ideatrice e curatrice del progetto. I testi citati costituiscono parte delle didascalie dei pannelli espositivi.

Biografia:
  • Gallerie Leonardo ''Le Gallerie di Leonardo da Vinci nel Museo Nazionale della Scienza e della Tecnica'' 1963 Milano
  • Sutera S. ''Leonardo / le fantastiche macchine di Leonardo da Vinci al Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia di Milano /disegni e modelli'' 2001 Milano
  • Leonardo da Vinci ''Il Codice Atlantico della Biblioteca Ambrosiana di Milano'' 1979 Firenze