La sua vigna


1482
Leonardo da Vinci arriva a Milano, alla corte di Ludovico Maria Sforza detto il Moro. All'epoca, lui e Ludovico hanno entrambi 30 anni.

1498

Leonardo da sempre interessato alla botanica e alla viticoltura, divenne proprietario di una  vigna di circa 16 pertiche che Ludovico il Moro, duca di Milano, regalò a Leonardo e intorno alla quale corrono leggende che coinvolgono il genio, le sue opere, i suoi seguaci.
La vigna che rinasce oggi, finalmente, nel rispetto dei filari e del vitigno originari.

Ludovico gli assegna l’incarico di dipingere un’Ultima Cena nel refettorio di Santa Maria delle Grazie. È lecito immaginare Leonardo, al tramonto di una giornata di lavoro, mentre lascia il cantiere del Cenacolo, attraversa il Borgo delle Grazie e, transitando per la casa degli Atellani, va a controllare lo stato della sua vigna. 


1500, aprile

Per poco però: nell’aprile del 1500 le truppe del re di Francia sconfiggono e imprigionano il Moro e anche Leonardo lascia Milano, non senza aver prima affittato la vigna al padre del suo allievo prediletto Gian Giacomo Caprotti, detto il Salaì.

Leonardo non smetterà mai di occuparsi della sua vigna: la riconquisterà quando i Francesi gliela confischeranno e in punto di morte, nel 1519, la citerà nel testamento, lasciandone una parte a un servitore e un’altra parte proprio al Salaì. 

Nei terreni della vigna grande di San Vittore, il duca di Milano Ludovico il Moro sognava di costruire un nuovo quartiere residenziale, dove alloggiare i suoi uomini più fedeli. Sulla mappa della città, di quel sogno restano oggi i tracciati di via San Vittore e di via Zenale; oltre alla Basilica di Santa Maria delle Grazie e al Cenacolo di Leonardo, di quel sogno, più di cinque secoli dopo, resta in piedi soltanto la Casa degli Atellani.



La vigna del monastero di S. Vittore 

Verso la fine del sec. XV si estendeva sino alle proprietà private fronteggianti la strada del borgo di Porta Vercellina, avendo con questa un confine che si può ricostituire nella linea xtwz: la zona segnata vo corrisponde al Monastero e chiesa di S. Gerolamo, eretti nella seconda metà di quel secolo, su di una parte della stessa vigna, Ludovico il Moro si procurò un’altra zona della vigna di S. Vittore, all’intento di aprire, in corrispondenza della pusterla di S. Ambrogio (b) lo stradone di S. Vittore, bce, e la strada alle Grazie, cd: questa però potè essere sistemata nella larghezza di braccia 25, soltanto sino al punto t, corrispondente coll’anzidetto confine fra la vigna e le proprietà private formanti il borgo delle Grazie: la porzione di vigna in tal modo scorporata dal resto, delimitata dalle due nuove arterie, dalla strada di S. Gerolamo, e dalle proprietà private del borgo delle Grazie, venne ripartita innanzi tutto in due zone rettangolari, mediante le linee rette mn e tu, parallele allo stradone di S. Vittore.


Descrizione del 
mappale della costruzione

Una metà della prima zona bcmn, larga m. 104 circa, lunga in media m. 320 - ossia di mq. 3300 circa, corrispondenti a poco più di pertiche milanesi 50 - venne da Lodovico il Moro donata alle monache di S. Lazzaro, ed è precisamente l’appezzamento all’angolo della strada di S. Gerolamo collo stradone di S. Vittore, segnato bqrn, di circa pertiche 25; mentre dalla seconda zona nmtu larga m. 52 circa, e profonda m. 324 in media - ossia di mq. 2700 circa) corrispondenti a pertiche 25 - Lodovico il Moro stralciò la parte segnata io, fronteggiante la strada di S. Gerolamo, npsu, dell’estensione di circa 6 a 7 pertiche destinandola in cambio di terreno di proprietà della vedova Crotta, nella zona x, occorrente per aprire la strada cd: la permuta ha potuto risultare, all’atto pratico, alquanto maggiore delle sette pertiche previste nell’atto notarile.

La rimanente zona mpst - tratteggiata nello schema, e segnata iio, è quella che venne assegnata a Leonardo. L’altra porzione di ex-vigna di S. Vittore, che la linea tu ebbe a stralciare dalle anzidette zone, venne destinata ad incremento del monastero di S. Gerolamo, ed è quella segnata iv° sullo schema; probabilmente tale reliquato, largo verso la strada di S. Gerolamo circa m. 90 (tratta uz), e che andava rastremandosi, per il fatto che l’andamento del borgo delle Grazie non era parallelo allo stradone di S. Vittore, non dovette essere interamente aggregato al monastero di S. Gerolamo, ma solo sino all’allineamento y - come si rileva nelle vecchie carte topografiche - giacchè al di là di questo allineamento, la con figurazione dell’esile reliquato triangolare può averne consigliato l’incorporamento colle adiacenti proprietà private del borgo delle Grazie.

Ciò posto, la lettura dei vari confini menzionati nei documenti riesce evidente e decisiva, nel senso della tesi sostenuta. Lodovico concede in permuta alla vedova Crotta un terreno di circa 7 pertiche, confinante: lunga su col terreno «seu bona data per prelibatum principem» al monastero di S. Gerolamo (zona d dell’appezzamento ivo aggregato all’originario possesso vo del monastero): lungo spcon Leonardo «seu bona data per prelibatum principem dicto mag. Leonardo »; lungo pn col terreno «prefati principis» ossia il lotto iiio che il Duca non aveva ancora destinato alle monache di S. Lazzaro: il quarto confine non è indicato, probabilmente perchè il lato nu corrispondeva alla strada pubblica, lungo il Naviglio, o fossato della città.

Successivamente, Ludovico il Moro donava alle monache l’appezzamento iiio, contrassegnato bqrpn, di pertiche 25, i confini del quale vediamo menzionati solo nel 1505, dopo che il lotto iiio era stato occupato dal Franzosino, unitamente al lotto io, costituendo la superficie complessiva di pertiche 33 (25 il lotto S. Lazzaro, ed 8 il lotto vedova Crotta). I confini risultano: per il lato bnu «fossatum civitatis mediante strata publica»: per il lato bq «strata nova, seu burgus novus S. Victoris»; per le tratte rp, ps il terreno «Leonardi Florentini»: per il tratto qr Donato da Prata: mancherebbe l’accenno alla tratta su, in confine col monastero di S. Gerolamo, indicazione ritenuta forse superflua.

Ciò posto, la vigna di Leonardo - zona mpst - all’epoca della donazione dell’anno 1499, aveva per confinanti: lato ps la vedova Crotta (Doc. i): lato mp, per la tratta rp, il monastero di S. Lazzaro (Doc. ii, ix, x, xiv): lato ts, nella tratta ys, il monastero di S. Gerolamo (Doc. i, ii): lato mt la decretata strada, non ancora aperta, verso il borgo delle Grazie.
Le variazioni avvenute nelle proprietà confinanti, dopo il 1500 e sino alla morte di Leonardo, si possono così riassumere:
Apertura della strada alle Grazie, in sèguito all’esproprio di mia casa privata prospettante sul piazzale delle Grazie (Doc. vi): trapasso della zona iiio (bqrpn) già destinata al monastero di S. Lazzaro, e dell’altra zona vio rimasta proprietà ducale nel 1499, in proprietà di privati, fra i quali si ha memoria di un Besozzo, di Donato da Prata, di Gerolamo Visconti: trapasso del terreno io dalla vedova Crotta, a G. Francesco Franzosino: mentre la zona in confine ty possiamo ritenere fosse già stata aggregata, sino dal 1499, alle proprietà private costituenti il borgo delle Grazie, fra le quali la casa della famiglia Della Tela.

La vigna di Leonardo, lasciata per testamento al Villani e al Salaj in parti eguali, venne suddivisa in due lotti a e b, il primo essendo toccato al Salaj che vi aveva già eretto una casa: il secondo al Villani, che nel 1534 lo cedette al monastero di S. Gerolamo; nella quale circostanza, i confini vennero menzionati in conformità delle suesposte vicende: da una parte il monastero acquirente (tratte sy e ps) dall’altra Lorenzina de Caprotti, sorella del Salaj ed erede del lotto a: dall’altra i Besozzi, proprietari di parte del lotto iiio o del vio: infine lo spadaro Ambrogio da Sesto, alla officina del quale si accedeva probabilmente dal borgo delle Grazie.


Fonte: estratto da vinciana.blogspot.com Luca Beltrami


Ubicazione della vigna al tempo di Leonardo

"Le Grazie" era un luogo chiamato proprio cosi dai cittadini milanesi che si riferivano al luogo dove si trovava la chiesa dei frati domenicani, nella zona di Porta Vercellina, una delle porte di ingresso alla città e quel luogo conosciuto, aveva nelle sue adiacenze proprio la vigna.

La vigna, che si chiamava vigna grande di San Vittore era collocata, secondo i documenti storici, alla destra dell'ingresso della chiesa. Era quella su cui Leonardo aveva puntato gli occhi e per la quale aveva probabilmente fatto la corte a Ludovico.

Il quale alla fine cedette, e con atto notarile del 1498 fissò la donazione a Leonardo di un terreno che misurava 15 pertiche, cioè era largo 52 metri e lungo 160. La conferma ufficiale della donazione arrivò con atto del 26 aprile 1499. Peccato che, a settembre di quello stesso anno, le truppe francesi entrassero a Milano per rivendicare il potere sul ducato, e Ludovico fu costretto alla fuga. Quanto a Leonardo rientrò a Firenze, senza presumibilmente poter realizzare il sogno di una vendemmia.

Ma Leonardo a quel podere davvero ci teneva. Così quando Carlo d’Amboise, luogotenente di Luigi XII, che reggeva Milano, gli chiese di tornare in città per completare dei lavori, lui come condizione pose la restituzione di quel terreno. Leonardo restò a Milano altri sei anni, sino al 1513. E certamente si poté godere i frutti di quella amata vigna. Poi, una volta in Francia, dove certo il vino non gli era fatto mancare, si preoccupò di scrivere con chiarezza nel testamento la destinazione della vigna: metà al Salaì, suo aiutante ma soprattutto suo amante, che su quel terreno aveva costruito la propria casa, e l’altra metà a Giovanbattista Villani, il servitore che l’aveva seguito in Francia. Così la parola «vigna» compare nell’ultimo atto che si conosca di Leonardo, datato 23 aprile 1519. Il 2 maggio il genio sarebbe morto.


Intinerario Leonardiano Milanese

Casa degli Atellani nel '500 - ricostruzione  Arch. Piero Portaluppi - Ordine degli architetti, P.P.C della provincia di Milano

 

Il terreno posseduto dal monastero detto di S. Vittore, che si era aggregato all’antica basilica Porziana, doveva in origine arrivare sino alla strada radiale da Porta Vercellina: naturalmente, collo sviluppo continuo della città nella zona fra il circuito del Naviglio e quello del Redefosso, la porzione di quel possesso confinante colla strada di Porta Vercellina, risultando sempre più adatta per case di abitazioni e negozi, venne dal monastero divisa in lotti fronteggianti la strada, e concessi a livello perpetuo: la linea interna di queste cessioni dovette seguire l’andamento della strada, ad una distanza media da questa di m. 70 circa, che consentiva ad ogni lotto di fabbrica di avere la corrispondente zona da sistemare ad orto.


È la pianta catastale di Milano - disegnata a mano dal geometra Giovanni Filippini, ingegnere della serenissima Repubblica di Venezia l’anno mdccxxii - donata al Comune nel 1901. La pianta Dal Re, del 1734 non offre eguale esattezza, ma è interessante per la indicazione della zona a giardini ed orti. Vedasi a pagina seguente.


La chiesa originariamente annessa al monastero di S. Gerolamo dei Gesuiti, eretta nella seconda metà del sec. xv, e trasformata radicalmente sulla fine del secolo successivo, doveva contenere opere artistiche interessanti, conte lasciava supporre la porta laterale di accesso alla chiesa dal borgo delle Grazie, che a nostra memoria si vedeva al n. 37 del Corso Magenta (vedi piante a pag. 10 e 12) donata al Comune, nell’occasione della riforma in quella casa: un piccolo frammento di scoltura della scuola dei Mantegazza, si rinvenne nella stessa circostanza. Anche la chiesa riformata nel 1589, conteneva decorazioni pittoriche, le quali determinarono la iscrizione di quello stabile comunale nell’elenco degli edifici soggetti a sorveglianza per la tutela delle memorie storiche ed artistiche. Ciò non impedì, che per un deplorevole sentimento di indipendenza da ogni tutela, di cui è invasa l’Amministrazione comunale, qualunque sia il partito imperante a Palazzo Marino, l’ufficio investito del còmpito di tutela siasi trovato a dovere constatare la chiesa di S. Gerolamo rasa al suolo, senza che tale provvedimento fosse stato notificato, almeno per dar tempo al rilievo ed eventuale salvataggio di qualche memoria d’arte.

La indifferenza, sorretta dalla presunzione, determina spesso un erroneo concetto di autorità, pronto a frustrare qualsiasi proposito il quale non miri al materiale ed immediato interesse pubblico.

L’anzidetta porta del sec. xv si trova oggi nelle sale terrene del Castello Sforzesco, ed è un esempio interessante della ornamentazione figurata milanese di quell’epoca: degna della scuola del Mantegazza, potrebbe essere opera di quel «Paulus de la Porta f. q. d. Petri par. S. Protasii in campo» che nel 1495 allogava l’opera sua al monastero di S. Gerolamo, per un anno «in arte tagliaprede in figuris et in allisquibus fuerit necesse» (Biscaro, a. s. l., p. 379).


La menzione della frase «mi trovo lire 218, a dì primo aprile 1489» ha indotto a ravvisarvi una «melanconica annotazione» per confermare la cervellotica tesi della miseria, in cui Leonardo avrebbe lungamente vissuto a Milano. Nel fatto, quella frase si legge su di un foglio del Cod. Atl. (384, r) cosparso di conteggi relativi ai denari che Leonardo teneva nel suo studio, parte in vari ripostigli, parte della sua borsa: e l’accennata somma non è che una porzione del peculio, che Leonardo teneva a quell’epoca presso di sè.


Le buone condizioni della famiglia del Salaj risultano da vari atti notarili, menzionanti affitti ed acquisti di case, stipulati dal nonno Giov. Batt. da Oppreno: nel settembre 1496 «dominus Baptista de Oppreno filius q. d. d. Andree» abitante in Porta Vercellina, parrocchia di S. Naborre, rilascia ricevuta del pagamento di un canone livellario: nel gennajo dello stesso anno, riceve il pagamento dell’affitto «certorum bonorum altorum in porta vercelina par S. Naboris et Felicis»: nel maggio dell’anno seguente acquista una casa nella stessa parrocchia, per il prezzo di lire 500 imp. Tutto ciò, oltre al titolo di dominus, concorre ad accertare le buone condizioni della famiglia del Salaj.


Merita di essere rilevato il fatto che il nome era scritto «Salaynus» e il nusvenne cancellato: il che è un’altra prova della incertezza grafica che si accompagnò al sopranome dato al figlio di «Pietro de Caprotis de Oppreno», il quale nel 1513, essendo da ormai ventitrè anni al fianco di Leonardo, mostrò di preferire quel nome di Salaj, che il maestro aveva da venti anni adottato nei suoi mss.


[11] Documento pubblicato dal Calvi nell’articolo della Rassegna d’Arte luglio-agosto 1919, dal titolo: Il vero nome di un allievo di Leonardo: Gian Giacomo Caprotti detto «Salaj».

Il documento xiii, sebbene non abbia, a stretto rigore, relazione diretta colla vigna di Leonardo, è un elemento essenziale per le vicende del possesso di Leonardo, non solo per essere il documento che contribuì ad accertare nel «Giov. Giacomo» venuto in servizio di Leonardo nel 1490, il figlio di Pietro da Oppreno, affittuario nel 1499 della vigna, ma anche per la attestazione che le sorelle Lorenzina ed Angelina ereditarono da lui: il che spiega la coerenza della proprietà di Lorenzina Caprotti, colla parte di vigna posseduta da G. B. Villani.

La identificazione del Salaj, basata sul documento xiii, venne da me esposta nel Marzocco 7 sett. 1919, collo scritto « L’enigma di Andrea Salaj risolto ».


È singolare la menzione di Lorenzina de Caprotti come «legataria suprascripti quondam dom. magistri Leonardi» anzichè come erede del fratello Salaj, al quale direttamente Leonardo aveva lasciato la metà della vigna. A questo proposito, ricordando come Leonardo abbia nel 1508 prestati 13 scudi a Salaj «per compiere la dote alla sorella» si può pensare che questa fosse la Lorenzina, sposata a mag.oTomaso Mapello, che Leonardo ebbe agio di conoscere fra il 1508 e il 1513 in Milano; l’interessamento dimostrato nel costituirgli la dote, potrebbe essere messo in rapporto colla donazione della vigna al Salaj, e colla successiva menzione di Lorenzina come legataria di Leonardo.


L’atto di cessione di parte della vigna di S. Vittore, venne celebrato solo il 9 agosto 1498, col dare in cambio di quella zona ceduta, pertiche 814 di terreno, in parte irriguo, situato nel territorio di Cusago, del reddito annuo di l. 564, s. 17, d. 9. Vedasi G. Biscaro, op. cit., pag. 373.


Uno dei testimoni citati nel 1506 per la rivendicazione del terreno donato alle monache di S. Lazzaro, ebbe a deporre di avere più volte raccolto la notizia di quella donazione, mentre lavorava al convento delle Grazie «ad construendum sacristiam et certa alla hedificia in dicto monasterio S. Marie gratiarum»: fra le persone al corrente della donazione, perchè frequentavano quei lavori, egli ricordava in particolar modo «Leonardo florentino pictore».


L'intera monografia si può leggere e/o scaricare qui:
https://independent.academia.edu/GiancarloMauri 




immagini del bombardamento scattate nelle ore successive







 Il terreno posseduto dal monastero detto di S. Vittore
Che si era aggregato all’antica basilica Porziana, doveva in origine arrivare sino alla strada radiale da Porta Vercellina: naturalmente, collo sviluppo continuo della città nella zona fra il circuito del Naviglio e quello del Redefosso, la porzione di quel possesso confinante colla strada di Porta Vercellina, risultando sempre più adatta per case di abitazioni e negozi, venne dal monastero divisa in lotti fronteggianti la strada, e concessi a livello perpetuo: la linea interna di queste cessioni dovette seguire l’andamento della strada, ad una distanza media da questa di m. 70 circa, che consentiva ad ogni lotto di fabbrica di avere la corrispondente zona da sistemare ad orto.
È la pianta catastale di Milano - disegnata a mano dal geometra Giovanni Filippini, ingegnere della serenissima Repubblica di Venezia l’anno mdccxxii - donata al Comune nel 1901. La pianta Dal Re, del 1734 non offre eguale esattezza, ma è interessante per la indicazione della zona a giardini ed orti. Vedasi a pagina seguente.
La chiesa originariamente annessa al monastero di S. Gerolamo dei Gesuiti, eretta nella seconda metà del sec. xv, e trasformata radicalmente sulla fine del secolo successivo, doveva contenere opere artistiche interessanti, conte lasciava supporre la porta laterale di accesso alla chiesa dal borgo delle Grazie, che a nostra memoria si vedeva al n. 37 del Corso Magenta (vedi piante a pag. 10 e 12) donata al Comune, nell’occasione della riforma in quella casa: un piccolo frammento di scoltura della scuola dei Mantegazza, si rinvenne nella stessa circostanza.
Anche la chiesa riformata nel 1589, conteneva decorazioni pittoriche, le quali determinarono la iscrizione di quello stabile comunale nell’elenco degli edifici soggetti a sorveglianza per la tutela delle memorie storiche ed artistiche. Ciò non impedì, che per un deplorevole sentimento di indipendenza da ogni tutela, di cui è invasa l’Amministrazione comunale, qualunque sia il partito imperante a Palazzo Marino, l’ufficio investito del compito di tutela si sia trovato a dovere constatare la chiesa di S. Gerolamo rasa al suolo, senza che tale provvedimento fosse stato notificato, almeno per dar tempo al rilievo ed eventuale salvataggio di qualche memoria d’arte.
La indifferenza, sorretta dalla presunzione, determina spesso un erroneo concetto di autorità, pronto a frustrare qualsiasi proposito il quale non miri al materiale ed immediato interesse pubblico.
L’anzidetta porta del sec. xv si trova oggi nelle sale terrene del Castello Sforzesco, ed è un esempio interessante della ornamentazione figurata milanese di quell’epoca: degna della scuola del Mantegazza, potrebbe essere opera di quel «Paulus de la Porta f. q. d. Petri par. S. Protasii in campo» che nel 1495 allogava l’opera sua al monastero di S. Gerolamo, per un anno «in arte tagliaprede in figuris et in allisquibus fuerit necesse» (Biscaro, a. s. l., p. 379).
La menzione della frase «mi trovo lire 218, a dì primo aprile 1489» ha indotto a ravvisarvi una «melanconica annotazione» per confermare la cervellotica tesi della miseria, in cui Leonardo avrebbe lungamente vissuto a Milano. Nel fatto, quella frase si legge su di un foglio del Cod. Atl. (384, r) cosparso di conteggi relativi ai denari che Leonardo teneva nel suo studio, parte in vari ripostigli, parte della sua borsa: e l’accennata somma non è che una porzione del peculio, che Leonardo teneva a quell’epoca presso di sè.
Le buone condizioni della famiglia del Salaj risultano da vari atti notarili, menzionanti affitti ed acquisti di case, stipulati dal nonno Giov. Batt. da Oppreno: nel settembre 1496 «dominus Baptista de Oppreno filius q. d. d. Andree» abitante in Porta Vercellina, parrocchia di S. Naborre, rilascia ricevuta del pagamento di un canone livellario: nel gennajo dello stesso anno, riceve il pagamento dell’affitto «certorum bonorum altorum in porta vercelina par S. Naboris et Felicis»: nel maggio dell’anno seguente acquista una casa nella stessa parrocchia, per il prezzo di lire 500 imp. Tutto ciò, oltre al titolo di dominus, concorre ad accertare le buone condizioni della famiglia del Salaj.
Merita di essere rilevato il fatto che il nome era scritto «Salaynus» e il nusvenne cancellato: il che è un’altra prova della incertezza grafica che si accompagnò al sopranome dato al figlio di «Pietro de Caprotis de Oppreno», il quale nel 1513, essendo da ormai ventitrè anni al fianco di Leonardo, mostrò di preferire quel nome di Salaj, che il maestro aveva da venti anni adottato nei suoi mss.
Documento pubblicato dal Calvi nell’articolo della Rassegna d’Arte luglio-agosto 1919, dal titolo: Il vero nome di un allievo di Leonardo: Gian Giacomo Caprotti detto «Salaj». 
Il documento xiii, sebbene non abbia, a stretto rigore, relazione diretta colla vigna di Leonardo, è un elemento essenziale per le vicende del possesso di Leonardo, non solo per essere il documento che contribuì ad accertare nel «Giov. Giacomo» venuto in servizio di Leonardo nel 1490, il figlio di Pietro da Oppreno, affittuario nel 1499 della vigna, ma anche per la attestazione che le sorelle Lorenzina ed Angelina ereditarono da lui: il che spiega la coerenza della proprietà di Lorenzina Caprotti, colla parte di vigna posseduta da G. B. Villani. 
La identificazione del Salaj, basata sul documento xiii, venne da me esposta nel Marzocco 7 sett. 1919, collo scritto « L’enigma di Andrea Salaj risolto ».
È singolare la menzione di Lorenzina de Caprotti come «legataria suprascripti quondam dom. magistri Leonardi» anzichè come erede del fratello Salaj, al quale direttamente Leonardo aveva lasciato la metà della vigna. A questo proposito, ricordando come Leonardo abbia nel 1508 prestati 13 scudi a Salaj «per compiere la dote alla sorella» si può pensare che questa fosse la Lorenzina, sposata a mag.oTomaso Mapello, che Leonardo ebbe agio di conoscere fra il 1508 e il 1513 in Milano; l’interessamento dimostrato nel costituirgli la dote, potrebbe essere messo in rapporto colla donazione della vigna al Salaj, e colla successiva menzione di Lorenzina come legataria di Leonardo.
L’atto di cessione di parte della vigna di S. Vittore, venne celebrato solo il 9 agosto 1498, col dare in cambio di quella zona ceduta, pertiche 814 di terreno, in parte irriguo, situato nel territorio di Cusago, del reddito annuo di l. 564, s. 17, d. 9. Vedasi G. Biscaro, op. cit., pag. 373.
Uno dei testimoni citati nel 1506 per la rivendicazione del terreno donato alle monache di S. Lazzaro, ebbe a deporre di avere più volte raccolto la notizia di quella donazione, mentre lavorava al convento delle Grazie «ad construendum sacristiam et certa alla hedificia in dicto monasterio S. Marie gratiarum»: fra le persone al corrente della donazione, perchè frequentavano quei lavori, egli ricordava in particolar modo «Leonardo florentino pictore».
L'intera monografia si può leggere e/o scaricare qui:
https://independent.academia.edu/GiancarloMauri 

 

ELENCO DEI DOCUMENTI RIGUARDANTI LE VICENDE DELLA VIGNA DI LEONARDO 1498 - 1534

Instrumento rogato dal notajo Antonio Bombelli, riguardante una permuta di terreno stipulata fra gli agenti della Camera ducale, ed Elisabetta Trovamali, vedova Crotta.
Il terreno ceduto dalla vedova Crotta, non precisato come estensione, è indicato come «petiam unam terre orti seu zardini, sitam et iacentem in porta Vercellina Mediolani, par. Suncti Martini ad corpus foris». Aveva le seguenti coerenze:
- ab una parte prefati dom. Ducis (Lodovico il Moro);
- ab alia Stangelini canetarij et sotiorum, mediante Redefosso;
- ab alia illorum de Vicomercato, mediante accessio;
- ab alia magistri Leonardi pictoris.

Il terreno dato in cambio dal Duca, nella zona della ex-vigna di S. Vittore, misurante «perticas sex usque in septem, inter monasterium Sancti Hieronymi et Leonardum Vincij pictorem» aveva le seguenti coerenze:
- ab una parte monasterij, seu bona data per prelibatum principem monasterio sancti Hieronymi;
- ab alia magistri Leonardi, seu bona data per prelibatum principem dicto magistro Leonardo Vincio pictori;
- ab alia prefati principis.

Il documento non contiene accenno ad altre circostante di fatto, se non che la vedova Crolla aveva facoltà di tagliare le piantagioni, e demolire le costruzioni esistenti sul terreno dato a lei in cambio.

 Questo documento, trascritto per la prima volta dal Prof. A. Caimi nel 1875
(Arch. Stor. Lomb., anno 11, p. 124) da una copia nell’Archivio Stampa-Soncino,
esiste l’originale nell’Archivio di Stato di Milano: Rogiti camerali - Notaio Bombelli, cartella 105

 

I - 1499, 26 aprile.
Lettere-patenti di Lodovico il Moro, confermanti la donazione fatta a Leonardo da Vinci di sedici pertiche della ex-vigna di S. Vittore, ceduta dal Monastero al Duca con atto 8 agosto 1498.
Il documento premette l’elogio del Duca per Leonardo, pittore non inferiore, a giudizio suo e dei competenti, a qualsiasi antico pittore: ricorda le svariate e mirabili opere da lui eseguite per il Duca, il quale intende colla donazione di rinserrare i vincoli che già legano l’Artista a Milano e alla casa sforzesca: si riserva di precisare in sèguito i confini delle «perticas numero sexdecim soli seu fundi eius vinee quam ab abbatia seu monasterio Santi Victoris in suburnano porte Vercelline huius inclite urbis nostre Mediolani, canonica et apostolica dispensatione intercedente, proxime acquisivimus, ut in eo spatio soli pro eius arbitrio edificare colere hortos et quidquid ei vel posteris eius, vel quibus dederit ut supra, libuerit facere et disponere possit, quibus perticis sexdecim terre ita concessis terminos et circonstancias coherentes, alteris nostris aperte declarabimus».
Il documento è all’Arch. di Stato di Milano - Registro Panigarola O, fol. 182

 

III - 1499, 12 luglio

Lettere patenti di Lodovico il Moro, confermanti la donazione alle monache dette di S. Lazzaro, di una porzione della ex-vigna di S. Vittore, dell’estensione di 25 pertiche.
Premesse le attestazioni della ducale devozione verso i frati predicatori dell’osservanza, cui rispondeva il proposito di fondare un monastero per le suore di S. Caterina da Siena, pure dell’osservanza, provvisoriamente dimoranti nel già ospedale del lebbrosi a S. Lazzaro, in porta Romana, Lodovico il Moro dona alle monache, accettanti a mezzo di frate Vincenzo da Castelnuovo, priore del convento delle Grazie, il terreno avente per confini:
- la via lungo il fossato della città, o naviglio
- parte della vigna «quam donavimus Leonardo florentino pictori, versus Jesuatos».

Arch. Stato di Milano - Fondo di Religione

 


IV - 1501, 39 luglio.

Instumento fatto in Firenze, col quale Leonardo pittore e scultore dichiara di avere ricevuto da Pietro di messer Giovanni da Oreno (Oppreno) milanese, il canone di affitto di un terreno posto in Milano, a Porta Vercellina.
Questa citazione venne fatta dal Milanesi, nella sua edizione delle Vite del Vasari, vol. iv, pag. 89

 

V - 1506-07.
Deposizioni di testi, a favore della rivendicazione del terreno donato alle monache di S. Lazzaro.
io teste: «Magister Ambrosius de castello filius quondam dom. Gotardi p. Vercelline par. S. Martini ad corpus, extra muros Mediol.» - «[Ego] eram et sum vicinus strata mediante petie terre vinee post ista capitula descripte, site extra portam Vercellinam, inter viam que est penes fossatum civitatis mediol. cui coheret:
- ab una parte fossatum predictum, mediante strata publica;
- ab alia strata nova seu monasterium S. Victoris foris mediol;
- ab alia Leonardi florentini pictoris;
- ab alia Donati de Prata».
iio teste: «Christophorus de Rande filius qd. Joannis» - «que petia terre vinee coheret:
- ab una parte fossatum civitatis mediol. mediante strata publica;
- ab alia via nova seu burgus novus;
- ab alia Leonardi pictoris;
- ab alia Donati de Prata».
vo teste: «Mag.r Jacobus de Marinonibus qd. Joannis » - « que petie terre coheret:
- ab una parte strata contigua fossato civitatis mediol.
- ab alia Leonardi florentini pictoris et tenetur per, ut dicitur, Leoninum Billiam,
- ab alia Donati de Prata».
Arch. Stato di Milano - Fondo di Religione: Monastero di S. Lazzaro, busta 15

 


I – 1507, 17 marzo.

Lettera di Luigi xii ai Maestri delle Entrate straordinarie dello Stato di Milano.
Riferisce come il protonotario perpetuo, priore di S. Vittore, e il priore di S. Maria delle Grazie «atque nonnulli cives Mediolanenses habentes predia et domus in burgo porte Vercelline, nobis significarunt quod per Ludovicum Sfortiam, dum statum Mediolanu teneret, ordinatum fuit ut fieret quedam strata per quam ab utraque ipsarum ecclesiarum iri posset, tum ad commodum itinerantium, tum ad commodum suburbij ipsius civitatis: que strata hactenus locum habere non potuit oh quandam domunqcuiam per quam ipsa ingressum habere opportet, cum extendatur ad accessum vie publice ante ecclesiam predictam Gratiarum. Que quidem domuncula si converti debet ad predictum usum, necesse est ematur ab habentibus ius in ea, cuius preclum, juxta extimationem factam per publicum architectum, assendit ad summam librarum ducentum octuaginta imper. vel circa». Aggiunge la notizia «juxta predictam viam seu stratam construendam adesse quoddam spacium terre ex vinea que per ipsum Ludovicum Sfortiam empta fuit, quod regie camere nostre spectat et nomine fictj libellarij tenetur ab ipsa camera per Innocentiam de Corbeta cam prestatione annue solutionis librarum novem imp.».

Arch. Stato di Milano - Fondo di Religione: Monastero S. M. delle Grazie, cart. 547.
 


VII - 1507, 20 aprile.

Lettera del Luogotenente generale di Luigi xii, Carlo d’Amboise, ai Maestri delle Entrate straordinarie.
«Dilecti nostri. Tocando il caso de mag.ro Lionardo fiorentino ve dicemo et commettemo che lo remettiate nel primo stato, come esso era, de la vigna sua inante che la gli fusse tolta per la Camera, et non gli fareti chel ne habia a patire spesa pur de uno soldo».
Lettera allegata alla seguente deliberazione N. VIII.
 


VIII - 1507, 27 aprile.

Provvisione presa dai Maestri delle Entrate Straordinarie, in esecuzione del decreto 20 aprile.
«... reponimus et remittimus, repositumque et remissum declaramus mag. Leonardum de Guintijs florentinum in et ad actualem possessionem et tenutam seu quasi petie illius vinee site extra P. Vercellinam mediol. in suburbijs apud fossum urbis, nuncupate vinee S.i Victoris, de qua ipse mag. Leonardus donationem habuerat ab. Ill.mo Ludovico Sfortia, tunc ducatum Mediolani tenente, et de qua ipse Leonardus fuerat privatus seu spoliatus, et data fuerat insolutum magnifico d. Leonino Bilie, college nostro, pro parte solutionis donationis sue regie ...».
La deliberazione minaccia la pena di 1000 ducati a coloro che avessero molestato Leonardo, o perturbato ed intralciato il libero possesso della vigna.
Arch. di Stato, Milano - Registro Panigarola O, pag. 183.

 


IX - 1510, 6 marzo

Convenzione fra il Monastero di S. Gerolamo e Pietro da Oppreno, in nome proprio, ed a nome e nell’interesse di Leonardo da Vinci, e di Gio. Giacomo da Oppreno.

Il rev.do frate Gerolamo Bugati, priore del monastero di S. Gerolamo, «ordinis Jesuatorum» in nome proprio ed anche come procuratore del monastero, da una parte: e dall’altra «dom. Petrus de Oppreno, filius qd. Dom. Joannis, p. Vercelline par. S.i Martini ad corpus foris mediol. nomine proprio, et item nomine et vice et ad partem et utilitatem dom. mag. Leonardi de Vinziis de Florentia, et Jo. Jacobi dictum Salibeni de Oppreno filii sui» convengono «quod respectu muri noviter constructi et fabricati nomine et ad instantiam suprascriptorum patris et filij de Oppreno et utriusque seu alterius corum contigui, seu propinqui cuidam cessie constructe et facte nomine et ad instantiam prefatorum dom. prioris et fratrum ....sit utrique parti pro medietate, videlicet medietas dictorum dominorum prioris et fratrum, et altera medietas dictorum patris et filij de Oppreno, et hoc tantum quantum ascendit in altitudine brachiorum novem a terra supra et non ultra »: la quale condizione di muro comune rimane concordata anche nel caso che in futuro le parti contraenti, od altre persone intendessero di erigere un muro « de lapidibus et cemento dividentem ortum prioris et fratrum, ab orto patris et filij de Oppreno, seu dicti mag. Leonardi, eundo per rectam lineam a cessia dividente bona dictorum contrahentium tantum quantum durant eorum bona, in altitudine dictorum brachiorem novem a terra supra ». Nel muro già costrutto, o da costrurre in avvenire, si dovevano praticare d’ambo le parti « fenestras polatinas ad effectum ut inspici et comprendi possit in futurum quod sit comune ipsorum ambarum partium usque ad dictam altitudinem»: mentre se gli Oppreno avessero sopralzato detto muro, la parte sovrastante le braccia nove sarebbe stata riconosciuta tutta di loro proprietà.

Archivio Notarile, Milano - Notajo Battista De Capitani.

 


X - 1513, 14 settembre

Affitto della vigna di Leonardo, riservati alcuni locali di abitazione per la madre di Salaj.
«Dominus Salay [nus] de Caprotis filius qd. dom. Petri p. horientalis, par. S.i Babile foris mediol.» riconosce dom. Antonium de Medda come affittuario «nominative de sedimine uno cum zardino et vinea una simul se tenentia, jacentia in p. vercelline mediol. par. S. Martini ad corpus foris med. cui coheret:
- ab una parte strata
- ab alia fratrum sancti Jeronimi
- ab alia Jo. Petri Franzoxini
- et ab alia mag.ri dom. Jeronimi Vicecomitis seu habentium causam ab eo, et que bona sunt in summa pertice xvj vel decemseptem, prout in facto contineri reperiatur.
Et hoc salvis semper et reservatis, videlicet a sbara a mann dextra ad intrytum porte deversus monasterium sancti Jeronimi sequendo usque ad coquinam, et etiam reservatis ipsa coquina et una camera supra dictam coquinam pro uxu matris dicti locatoris, et que reservata non dantur ad fictum nec comprehendutur in presenti instrumento».
L’affitto decorrente dal giorno di S. Michele (29 sett.) seguente, per la durata di tre anni, rinnovabile a beneplacito dei contraenti, era della somma annua di lire 100 imp., da pagare anticipatamente per il primo anno, e successivamente in due rate, alle ricorrenze di Pasqua e di S. Michele.
Fra i patti vi era quello che «bona reservata non possint dari alicui deredente dicte matri, sed ipse locator possit eis uti pro uso proprio».
Il Salaj dichiara di avere ricevuto le lire 100, corrispondenti all’affitto sino al S. Michele del 1514.
Archivio Notarile, Milano - Notajo Sovico Simone. 
Questo interessante documento mi venne gentilmente segnalato
dal sig. Domenico Bonomini, archivista.
 


XI - 1519, 23 aprile

Dal Testamento di Leonardo da Vinci.
«... Item epso Testatore dona et concede a sempre mai perpetuamente a Battista de Vilanis suo servitore la metà zoè medietà de uno iardino che ha fora a le mura de Milano, et l’altra metà de epso iardino ad Salay suo servitore, nel qual iardino il prefato Salay ha edificata et constructa una casa, la qual sarà e resterà similmente a sempremai perpetudine al dicto Salay, soi heredi et successorj, et ciò in remuneratione di boni et grati servitii, che dicti de Vilanis et Salay dicti suoi servitori, lui hanno facto de qui inanzi».

Dalla edizione del Testamento, nel Volume Classici Italiani 1804,

contenente le Notizie su Leonardo, di Carlo Amoretti: l’originale o copia,
da cui venne ricavata la trascrizione Amoretti, è risultato irreperibile.
 


XIII - 2 maggio 1524

Instrumento di pagamento di un credito lasciato da dom. Salay de Caprotis de Opreno, a favore delle sorelle Angelina e Lorenzina.
«M.r Thomas de Mapello filius qd. dom. Johannis p. romane par. S. Satiri mediol. uti procurator specialis etc. dominarum Angeline et Laurentine uxoris suc. sororum de Caprotis de Opreno, et heredes quondam dom. Salay de Caprotis de Opreno earum fratris» confessa di aver ricevuto da «dom. Petromartire de Aresio filio qd. dom. Andree» lire 168 e soldi 12 imp. a parziale restituzione di 400 grossoni di soldi 4, dati il 13 aprile 1518 a Pietromartire dal « quondam domino Salay». Come risulta da documenti pubblicati da Gerolamo Calvi - nei suoi Contributi alla vita di Leonardo, in Arch. Stor. Lomb. anno 1916 - il Salay morì (ex sclopeto nature concessirit) fra il settembre 1513 e il marzo 1514.
Archivio Notarile, Milano - Notajo Pietro Martire Pusterla.

 


XIV - 1534, 30 marzo

Instrumento di vendita della metà vigna di G. B. Villani, al Monastero di S. Gerolamo.
«Dominus Baptista de Villanis filius qd. dom. Bonifatii p. horientalis par. S.iStephani in brolio intus Mediol. legatarius testamentarius quondam domini Leonardi de Guinziis florentini pictoris, respectu honorum de quibus infra alienandis, ut constat instrumento testamenti superinde confecto rogato, ut dicitur, per dom. Joannem Borreum notarium galicum de anno 1519 preterito .... fecit venditionem venerabili dom. fratri Marliano de Magiolinis frati professo monasterij S.i Hieronimi extra muros, ordinis Jesuatorum mediol. Ibi presenti et stippulanti suo nomine ac nomine etc. reverendi et venerabilis dom. prioris etc.
Nominative de medietate pro diviso viridarij seu zardini unius quod esse dicitur perticarum sedecim vel circa, siti in p. vercellina par. S.i Martini ad corpus foris mediol. cui coheret:
- ab una parte dicti monasterij,
- ab alia Laurenzine de Caprotis lagatarie suprascripti quondam dom. magistri Leonardi,
- ab alia illorum de Besutio,
- et ab alia magistri Ambrosii de Sexto spadarii, sive qui exercet artem ensium».
Il prezzo venne fissato in lire 35 imp. «pro singula pertica, una cum altera computata» cosicchè la vendita della metà vigna di Leonardo, nel 1534, fruttò lire imp. 280 circa.

Archivio Notarile, Milano - Notajo Cesare Cattaneo.
 

1943, 14 febbraio

Alle prime luci dell'alba ci si rende davvero conto cosa sia successo: la città è stata seriamente colpita e il centro, compreso la zona dei parchi è un enorme cumulo di macerie e di palazzi sventrati. 

Tra i danni si registra il teatro la Scala, semidistrutto, molti palazzi della zona Magenta e la chiesa di Santa Maria delle Grazie, proprio dove si trova il cenacolo di Leonardo.  

I danni furono ingenti in quanto venne colpito il chiostro e la fontana che si sbriciolarono,cosi come la cupola del Bramante che però non subì notevoli danni.
Quasi miracolosamente si salvarono i due affreschi, la crocefissione di Montorfano e il Cenacolo vinciano, nel quale solo le lunette andarono perse. Stessa sorte toccò alla chiesa, squarciata nel lato meridionale da un primo attacco e in quello settentrionale da una seconda ondata. Anche il celebre tamburo della cupola venne lesionato.

I frati per tutta la notte si adoperarono per spegnere l'incendio e solo a tarda mattinata si ebbe una visione più chiara: il bombardamento non aveva colpito il cenacolo che miracolosamente rimase in piedi anche se subi danni alla struttura, tali da determinare il rischio della stabilità dell'intera parete.

Immagini del bombardamento scattate nelle ore successive


Casa Atellani oggi

Casa Atellani, o anche Casa degli Atellani, è un palazzo quattrocentesco di Milano. Storicamente appartenuto al Sestiere di Porta Vercellina, si trova in corso Magenta n. 65 - 67.

Qui terreni della vigna grande di San Vittore, il duca di Milano Ludovico il Moro sognava di costruire un nuovo quartiere residenziale, dove alloggiare i suoi uomini più fedeli. Sulla mappa della città, di quel sogno restano oggi i tracciati di via San Vittore e di via Zenale; oltre alla Basilica di Santa Maria delle Grazie e al Cenacolo di Leonardo, di quel sogno, più di cinque secoli dopo, resta in piedi soltanto la Casa degli Atellani.


Casa degli Atellani - come si presenta oggi.


Il palazzo risale all'epoca di Ludovico il Moro, in cui il signore di Milano concesse numerosi permessi di edificazione a cortigiani e collaboratori, desideroso di fare dell'asse viario dell'antico borgo di porta Vercellina un prestigioso contorno dell'appena edificata chiesa di Santa Maria delle Grazie. 

Il duca, dopo aver comprato il palazzo nel 1490 dai Landi, conti di Piacenza, lo donò alla famiglia degli Atellani, suoi cortigiani: il palazzo divenne celebre per le feste organizzate dai proprietari, descritte anche in molte cronache dell'epoca, che riunivano le maggiori personalità della corte sforzesca.

Dopo molti passaggi di proprietà nei secoli, giunse in mano alla famiglia Conti che nel 1922 fece restaurare il palazzo dall'architetto Piero Portaluppi, che ne modificò pesantemente l'aspetto, ma che per contro riscoprì parte degli affreschi originali. 

La facciata fu completamente rifatta e inglobò quattro medaglioni con scolpiti i ritratti degli Sforza di Pompeo Marchesi, mentre della struttura originale sono conservate le quattordici lunette affrescate con i busti della famiglia Sforza, ora nelle sale dei musei del Castello Sforzesco e alcuni affreschi nel cortile quattrocentesco il cui porticato presenta soffitti ad ombrello ad otto spicchi.


Indirizzo: Corso Magenta, 65, 20123 Milano MI, Orari: Aperto ⋅ Chiude alle ore 18 - 
Telefono
: 02 481 6150


Leonardo proprio in questa vigna inizia a creare il suo vino: