- Codice Romanoff

Parte tutto da questa frase: 


"Questa è l'opera che io, Pasquale Pisapia, ho copiato a mano dal manoscritto originale di Leonardo da Vinci, custodito all'Hermitage. 


E ora, nel tentativo di riempire questo vuoto, siamo alle prese con quello che un numero crescente di persone, compreso l'attuale editore inglese, chiamano il Codex Romanoff. Ma anche la mia vecchia amica Shelagh Marvin Routh, che con suo marito Jonathan ha dedicato tanti anni all'interpretazione di queste indicazioni culinarie di Leonardo, ammette che non c'è alcun modo per autenticare come originale di Leonardo da Vinci la copia di un manoscritto redatto in italiano, che tratta quasi esclusivamente di cibo, e che apparentemente sembra saltato fuori dal nulla. Cosa dobbiamo poi pensare della breve nota introduttiva: di Leningrado"? Chi era, o chi è, Pasquale Pisapia? Come mai costui è, o era, il solo a sapere dell'esistenza del manoscritto?

Inoltre, con i responsabili dell'Hermitage che negano l'esistenza di una simile opera di Leonardo nel loro museo, diventa davvero difficile dimostrare l'autenticità del manoscritto. (Anche se devo ammettere che in tempi recenti i russi hanno "rinnegato" anche altre cose.)


Così non è possibile autenticare il contenuto della trascrizione, ma esistono alcuni indizi che permettono di affermare che c’è una possibilità che sia tratto da un vero manoscritto di Leonardo da Vinci. Il racconto parte dai primi anni del giovane Leonardo, quando diciassettenne viene mandato alla scuola del Verrocchio, ma nelle stesso tempo prende servizio in una taverna del Ponte vecchio di Firenze: “Le tre lumache”. Dove dopo un po’ di tempo, per una evenienza misteriosa in cui muoiono i tre cuochi avvelenati, viene promosso cuoco. Contro le abitudini del tempo, propone una cucina che assomiglia molto alla “nouvelle cousine”), ma la gente non è preparata a questo e così viene cacciato a viva forza. 

Scritto da Pasquale Pisapia nel 1931 e arrivato all'Hermitage nel 1835 racconta di Leonardo che era  cameriere presso la locanda "le tre rane" in firenze 1473-1478 aperto in società con Sandro Botticelli.

 

ATTENDIBILITA’ DEL CODICE ROMANOFF
di Marco Biffani

Nel lontano 2011 mi ero recato, presso la Direzione degli Aeroporti di Roma (A.D.R.) a Fiumicino, per proporre loro che la “dieta in versi” di Leonardo da Vinci, come un quadretto, venisse appeso ben in vista in ogni esercizio di ristorazione dell’aeroporto. In considerazione che suggeriva il modo corretto di alimentarsi e di vivere dignitosamente (dieta=stile di vita in greco), e che portava il nome dell’Aeroporto. Mi riferisco a quella poesia in versi di Leonardo da Vinci che avevo scoperto in un museo, ed ancora non avevo accertato fosse la sola che lui avesse mai scritto in vita.

Discussi a lungo con un importante responsabile dell’Ufficio Stampa, che mi presentò il suo staff e fu entusiasta della mia proposta. Ricordo che gli regalai un quadretto in vetro con la poesia. Mi propose anche di scrivere articoli su Leonardo per la rivista “Fly”, quella che mettono nel retro dei sedili degli aerei per far passare il tempo del viaggio ai passeggeri. E ci accordammo per rivederci e mettere a punto il progetto. Poiché in quell’anno correva il cinquantenario dell’apertura dell’aeroporto Leonardo da Vinci di Fiumicino, vi avevano organizzato una mostra di alcune macchine del volo, in legno e tela, ricostruite dal relativo Codice dedicato, da una organizzazione che realizza, in Italia ed all’estero, interi musei con modelli delle macchine inventate dal Genio.

Mi accompagnò a vedere quella piccola mostra interna all’aeroporto e mi presentò il titolare di questa impresa che operava in tutto il mondo, che – mi disse – era reduce da un Paese del Sud America al quale aveva donato un intero museo con diversi modelli.

Parlai a lungo con lui. Mi presentò anche il suo socio e mi accompagnò nel sedime aeroportuale per mostrarmi un edificio di loro proprietà nel quale organizzavano eventi, presentazioni ed altro. Mi raccontò l’accuratezza con cui ricostruiva i modelli, prendendoli direttamente dalle riproduzioni dei Codici nei quali comparivano, mi citò i numerosi musei realizzati nel mondo, alcuni presenti da anni in Roma. Dimostrava una vastissima ed approfondita conoscenza delle tecniche, delle invenzioni, delle intuizioni e degli scritti del Genio. Familiarizzammo ed andammo a pranzo. Era veramente un cultore di Leonardo, molto esperto su di lui, per la lunga consuetudine, che durava da decenni, con le sue opere, i suoi scritti, i suoi codici, disegni, ed invenzioni. Compresi che era la persona più adatta per avere il suo parere professionale su un dubbio che mi tormentava da anni. Colsi l’occasione e durante quel pranzo gli chiesi se credeva che il Codice Romanoff, che riportava materiale trascritto da un ignoto Pasquale Pisapia nel 1931, fosse stato veramente preso da documenti che l’Ermitage negava di avere. Se secondo lui, quello che riportava fosse veramente attribuibile a Leonardo. Mi disse che il Maestro aveva avuto rapporti con galleristi ed artisti russi e già allora la sua fama si era estesa anche in Russia e che non era da escludere che addirittura le sue opere, scritti e molto altro, fossero giunti in quello che è il Museo fra i più completi e celebri al mondo. Che magari i Romanov ne fossero venuti a conoscenza e li avessero acquistati e donati all’Ermitage, dove sembra siano giunti nel 1835. Il fatto che riporta un insieme di scritti soprattutto della cucina di Leonardo era come se fosse una raccolta settoriale. Che qualcuno poteva averla venduta a qualche gallerista, e acquistata poi dal Museo. Mi interessava la sua opinione professionale. Secondo lui, lo stile, la inventiva, la tecnica che viene riportata dal Pisapia sono, senza alcun dubbio, frutto dell’ingegno attribuibile a Leonardo. Ed al suo stile di esprimersi. Anche perché molti disegni di invenzioni citate nel Codice Romanoff sono riscontrabili nei codici ufficiali, resi noti e difficilmente consultabili da un personaggio qualsiasi, successivamente. D’altronde anche la maggior parte delle sue poche opere artistiche (sembra siano solo una ventina, per ora, riconosciuti certamente come suoi), non sono firmate e la loro attribuzione è sempre frutto di valutazioni di esperti famosi, studiosi del Genio, professionisti d’arte, esami spettrografici ed altro, per la datazione. Un esempio. Sull’ultima opera, in ordine di tempo, venuta alla luce, il Salvator Mundi, sembra che non tutti gli esperti siano ancora d’accordo nell’attribuirne a Leonardo la paternità. Anche se è veramente sublime.