Battaglia di Anghiari



SCHEDA TECNICA

  • titolo dell'opera: Battaglia di Anghiari
  • attribuzione: LDV
  • età di Leonardo: 51 anni
  • committente: Pier Soderini, Gonfalone di Firenze
  • supporto utilizzato: parete
  • dimensioni: 42,8×57,7 cm
  • tecnica:  encausto
  • datazione: aprile 1503
  • stato di conservazione: basso
  • interventi di restauro: non pervenuto
  • opera portata a termine: no
  • attualmente si trova: Firenze, Galleria degli Uffizi


La storia della battaglia

Tra  il ducato di Milano, retto dalla famiglia dei Visconti e la repubblica di Venezia le frizioni sono molto forti. I due stati sono al momento tra i più potenti di tutta la penisola italiana. 


1425

Il comune di Firenze dopo una alleanza con i Visconti, decide di appoggiare la Repubblica di Venezia, la Serenissima, che oramai era in forte attrito con i milanesi della famiglia Visconti, in quanto il timore che Milano, potente Ducato, potesse aumentare il proprio potere e ostacolare i disegni politici dei governanti fiorentini.    


1440, aprile

Trascorrono solo pochi anni e le "profezie " dei fiorentini si avverarono:  Niccolò Piccinino, noto condottiero e capitano di ventura Niccolò Piccinino entrarono in Toscana e nella zona del Mugello, vicino alle colline di Fiesole, intercettò alcune lettere della signoria fiorentina in cui si consigliava al capitano Pietro Gianpaolo Orsini di non cercare la battaglia contro i milanesi. 


1440, 28 giugno

Niccolò Piccinino arriva nella notte del 28 giugno con 1100 uomini ai quali si aggiungono 2000 uomini della città di Sansepolcro.  Malgrado voglia giocare di sorpresa, non si accorge che la polvere alzata dai cavalli sulla strada tra Sansepolcro e Anghiari, mette in allerta "le vedette fiorentine" posizionate nei pressi che allertano immediatamente i capitani di ventura.


1440, 29 giugno

Niccolò Piccinino in località a Sansepolcro, riesce ad arruolare oltre 2.000 uomini che odiavano Firenze, tutti decisi a far parte delle sue truppe milanesi che si muovono in direzione della località di Anghiari. Niccolò Piccinino non è a conoscenza che a difesa del borgo di Anchiano, sono già schierati 4000 soldati del Papa, guidati dal cardinale Ludovico Trevisano, che Micheletto Attendolo è al comando di 300 cavalieri di Venezia e che  sul fianco destro del borgo sono pronti alla difesa gli uomini di Simoncino d’Anghiari, Pietro da Bevagna ed il cardinale legato Ludovico Scarampo.  Alla sinistra, con 1500 cavalli e 300 fanti, sono schierati Pietro Giampaolo Orsini, di Angelo d’Anghiari e di Piero Guicciardini. Tutta la fanteria è schierata e ben nascosta dalla vegetazione sulla riva del fiume. Tutto è pronto nell'attesa di vedere le truppe di Niccolò Piccinino. 


Confidando nell'elemento sorpresa e nelle capacità del proprio esercito, Piccinino ordinò un attacco per il pomeriggio del 29 giugno. 

Con le sue truppe attraversa il fiume e si dirige verso il borgo, scontrandosi con la prima linea difensiva organizzata da Micheletto Attendolo, riuscendo a conquistare il primo avanposto e conquista il ponte, lasciato sguarnito dalle truppe fiorentine in ritirata.

Dalla cima della valle scendono le truppe " di riserva", dette di seconda linea, al comando di Pietro Giampaolo Orsini e di Simonetto da Castel San Pietro, arrivando siano alla "spianata", ampio spazio aperto sotto il colle di Anghiari, dove lo scontro con le truppe milanesi è furibondo.

Gli avversari milanesi, colti di sorpresa dalle truppe di seconda linea, sono respinti in modo definitivo oltre il ponte.

I fiorentini riescono a difendere il borgo e costringere le truppe milanesi a retrocedere, ripassando dal ponte precedentemente conquistato.


I numeri della battaglia:

  • 4 ore è il tempo della durata della battaglia;
  • Truppe fiorentine in campo: 9.000 uomini;
  • Truppe milanesi in campo: 1.100.

Uomini fatti prigionieri dalle truppe fiorentine:

  • 22 capisquadra;
  • 400 connestabili;
  • 1440 uomini di taglia e 300 cavalli.

Deceduti da entrambe le parti sul campo di battaglia:

  • 60 uomini d’arme;
  • 80 cavalli leggeri;

Feriti da entrambe le parti sul campo di battaglia:

  • 800 tra fanti e cavalieri.

Secondo lo storico britannico Michael Mallett i deceduti complessivi furono 900 i morti complessivi della battaglia. Esiste uno scritto di Niccolò Macchiavelli, probabilmente un testo volutamente goliardico per indicare la poca consistenza delle truppe milanesi, circa i veri accadimenti della battaglia che sembrano essere stati, a suo dire, molto meno cruenti di quanto la storia ci ha riportato.


"Ed in tanta rotta e in sì lunga zuffa che durò dalle venti alle ventiquattro ore, non vi morì che un uomo, il quale non di ferite ne d'altro virtuoso colpo, ma caduto da cavallo e calpesto spirò".




Il Salone dei cinquecento

Il Salone dei Cinquecento si trova al 1° piano presso Palazzo Vecchio a Firenze. E' un grande salone con una lunghezza di 54 metri, una larghezza di 23 e un'altezza di 18 metri, e nasce per accogliere le adunanze del Consiglio della Repubblica fiorentina.


1495, luglio

Qualche tempo prima i cittadini, con una massiccia sommossa popolare, avevano destituito la famiglia de Medici e Giacomo Savonarola, il nemico di sempre dei Medici che li accusava per non aver mai fatto davvero gli interessi del proprio popolo a discapito di arricchimenti personali, aveva proclamato una nuova Repubblica fiorentina, costituendo di fatto una forma partecipativa ampia delle rappresentanze cittadine, chiamata gran Consiglio composto da 3.300 rappresentanti del popolo, che garantiva trasparenza e partecipazione vero un nuovo modello Repubblicano. Girolamo Savonarola frate ferrarese in qualità di signore de facto di Firenze, da ordine di costruzione del salone a Simone del Pollaiolo detto il Cronaca insieme e Francesco di Domenico.


1496
Giacomo Savonarola che teorizzava una forte revisione della chiesa a favore di un più limpido e ragionato rinnovamento a favore della trasparenze e contro gli agi e gli sprechi che la chiesa cattolica continuava a rappresentare con i propri prelati e con la loro dissolutezza, viene redarguito per i suoi discorsi pubblici ritenuti anti cristiani, dove immense folle si riunivano per applaudirlo e condividerne i pensieri. 


"Noi non diciamo se non cose vere, ma sono li vostri peccati che profetano contra di voi [...] noi conduciamo li uomini alla simplicità e le donne ad onesto vivere, voi li conducete a lussuria e a pompa e a superbia, ché avete guasto il mondo e avete corrotto li uomini nella libidine, le donne alla disonestà, li fanciulli avete condotto alle soddomie e alle spurcizie e fattoli diventare come meretrici" .


- estratto dai discorsi pubblici di Girolamo Savonarola -

 

1496, febbraio 

Il salone viene ultimato e viene istituito il Consiglio dei Cinquecento.

 

1497, 12 maggio

Girolamo Savonarola riceve la scomunica da papa Alessandro VI, che chiede il suo immediato allontanamento dalla chiesa.  


1498, 23 maggio
Insieme a tre religiosi a lui vicini, fu condotto sull'arengario del palazzo stesso dove subirono la degradazione ecclesiastica che prevedeva la consegna del rosario e dell'abito talare, da parte del Tribunale del Vescovo. Gli fecero indossare una tunica bianca e fu portato, insieme agli altri alla forca, alta cinque metri. Diedero fuoco alla legna e i tre arsero vivi davanti alle genti.


1503

Il gonfaloniere a vita della città di Firenze, Pier Soderini, decide di far affrescare le due pareti all'interno del Salone dei cinquecento e, dopo aver individuato i due artisti li chiama per un consulto: si tratta di Michelangelo e di Leonardo da Vinci.

Pier Soderini illustra ad entrambi le pareti da affrescare, pareti di circa 17x7 metri, che dovranno portare in sé il simbolo della vittoria della Repubblica di Firenze.  

Leonardo scelse la parete di destra rispetto alla seduta del Gonfaloniere e Michelangelo la sinistra.

Leonardo scelse di affrontare la battaglia di Anghiari che ricordava la vittoria dei fiorentini contro i Visconti milanesi, mentre Michelangelo scelse di dipingere la battaglia di Cascina, iniziò a realizzare la Battaglia di Anghiari, mentre a Michelangelo venne destinata un'altra porzione di parete per la Battaglia di Cascina del 28 luglio 1364, dove le truppe fiorentine vinsero contro quelle Pisane che subirono forti perdite.  

Battaglia di Anghiari di Leonardo - ricostruzione 


Per qualche tempo Leonardo e Michelangelo si trovarono nello stesso salone, insieme, ognuno con i propri apprendisti e pittori e probabilmente vi furono, almeno da parte di Michelangelo, gesti di scherno. 

Michelangelo poco dopo fu chiamato a Roma da Papa Giulio II per dipingere la Cappella sistina, mentre Leonardo, tra un viaggio e l'altro, cercò di portare avanti il lavoro.

Utilizzò una tecnica sperimentale, la tecnica dell'encausto, che si dimostrò fallimentare  e Leonardo, dopo diversi tentativi, decise di abbandonare riprendendola forse più avanti. 

Disegno preparatorio - cavaliere alla carica

Disegno preparatorio - scontro della cavalleria


Il mistero nella battaglia di Anghiari?

Il resoconto di Marco Mattia


Certamente non tutto è chiaro di ciò che sappiamo: molti sono ancora i dubbi e le supposizioni che ci portano ancora una volta ad approfondire il mistero del "salone dei cinquecento".
In questo articolo, Marco Mattia, approfondisce il "mistero"e lo fa incrociando e confrontando le informazioni storiche, scavando nel passato e offrendoci un ventaglio in grado di analizzare alcuni aspetti di questa vicenda.


La scritta “ CERCA TROVA “ dipinta su di uno stendardo verde nell'affresco di Giorgio Vasari ed aiuti "La battaglia di Marciano in Val di Chiana" , sito nel Salone dei Cinquecento in Palazzo Vecchio a Firenze è stata interpretata da alcuni ricercatori come un'esortazione a "cercare e trovare" proprio La battaglia di Anghiari, affresco murale di Leonardo da Vinci, opera commissionata a questi dal gonfaloniere della Repubblica fiorentina Pier Soderini nel 1503 per celebrare la vittoria riportata dalla coalizione guidata dalla Repubblica di Firenze contro le truppe milanesi nella battaglia della piana di Anghiari del 1440. 

Le fonti storiche sono concordi nel ritenere che Leonardo dipinse l’opera in una delle pareti della Sala del Consiglio (oggi Salone dei Cinquecento) ma nessuna certezza c’è in merito a quale sia stata la parete prescelta ed alle effettive dimensioni del dipinto. Rarissime le testimonianze dirette ed attendibili, molto importante però quella di Paolo Giovio (Como 21 aprile 1486 – Firenze 12 dicembre 1552) : 


“ …Rimane inoltre nella sala consigliare di Firenze una rappresentazione oltremodo apprezzabile di una battaglia vinta contro i pisani. Purtroppo fu iniziata in modo infelice malgrado ci fosse un difetto di tenuta del colore sugli intonaci che non legavano con i colori miscelati con olio di noce. Il comprensibilissimo dolore per questo inaspettato avvenimento sembra aver aggiunto all’opera ulteriore bellezza…” .


Della Battaglia di Anghiari di Leonardo da Vinci si è perduta ogni traccia e nulla si sa in merito alla sua sorte. 

Nel 2011, sostenuto dalla National Geographic e dal comune di Firenze, il professor Maurizio Seracini docente dell’Università di San Diego e fondatore del Center of Interdisciplinary Science for Art, Architecture and Archaeology della University of California, diede inizio ad una serie di indagini parietali proprio dietro l'affresco di Giorgio Vasari, indagini che purtroppo si sono rivelate infruttuose e che hanno destato polemiche e proteste nell'ambiente degli storici dell'arte e negli ambienti della cultura.

Nel marzo 2012 il sottoscritto si è imbattuto in quella vicenda in modo assolutamente casuale e notando in verità da subito che tanto dal punto di vista della forma, quello dal lessico e della grammatica, quanto quella scritta fosse stata un’evidente forzatura perchè Giorgio Vasari (Arezzo, 30 luglio 1511 – Firenze, 27 giugno 1574) o uno dei suoi aiuti, avrebbe dovuto e potuto scrivere “CHI CERCA TROVA” oppure “CERCA E TROVA”, ovvero le forme corrette di quel motto e riportate anche nelle edizioni del “Vocabolario degli Accademici della Crusca “ del XVII secolo.

Soldati ed armature, lance e spade, cavalli e stendardi, la mente è confusa e l’occhio di chi guarda è distratto dai tanti particolari ritratti nell’affresco ma il significato di quella scritta non va cercato in ciò che è dipinto tutto attorno ad essa ma in ciò che manca: un pronome ed una congiunzione.

Da sempre interessato ai giochi di parole ed a quelli matematici, chi scrive ha interpretato quella incongruenza lessicale del messaggio come una sorta di licenza poetica atta a giustificare un anagramma, risolvendo subito l’enigma con le parole TORRE VACCA, l’antico nome della torre di Palazzo Vecchio, nome in uso proprio in quegli anni in cui Giorgio Vasari affrescava ed abbelliva il Salone dei cinquecento.

 

La torre del vacca


L’inizio dei lavori per la costruzione di Palazzo Vecchio di Firenze, nell’anno 1299, viene attribuita proprio da Giorgio Vasari all’architetto toscano Arnolfo di Cambio (Colle di Val d'Elsa, 1232 o 1240 circa – Firenze, 8 marzo 1302-1310 circa).

Al tempo era chiamato Palazzo dei Priori e per l’edificazione furono acquistate sia la terra che alcuni edifici, alcuni dei quali vennero demoliti mentre altri utilizzati come la Torre della Vacca, già scapitozzata nel 1250 fino all’altezza di 50 braccia ed in seguito fasciata letteralmente con le mura del Palazzo.


Nel 1561 il Vasari ,al quale il Duca Cosimo I (Firenze, 11 giugno 1519 – Firenze, 21 aprile 1574) affidò oltre che i lavori di abbellimento anche il restauro del Palazzo, scopre le mura della Torre della Vacca.

"Le vite de più eccellenti pittori, scultori e architettori”, Giorgio Vasari, edizione Giuntina, biografia di Arnolfo di Cambio:


“ …Ma tornando ad Arnolfo, dico che essendo tenuto, come era, ecc [ellentissimo], s'era acquistato tanta fede che niuna cosa d'importanza senza il suo consiglio si deliberava; onde il medesimo anno, essendosi finito di fondar dal Comune di Firenze l'ultimo cerchio delle mura della città, come si disse di sopra essersi già cominciato, e così i torrioni delle porte e in gran parte tirati inanzi, diede al Palazzo de'Signori principio e disegno, a somiglianza di quello che in Casentino aveva fatto Lapo suo padre ai conti di Poppi. Ma non potette già, comeché magnifico e grande lo disegnasse, dargli quella perfezione che l'arte et il giudizio suo richiedevano, perciò che, essendo state disfatte e mandate per terra le case degl'Uberti, rubelli del popolo fiorentino e ghibellini, e fattone piazza, potette tanto la sciocca caparbietà d'alcuni, che non ebbe forza Arnolfo, per molte ragioni che alegasse, di far sì che gli fusse conceduto almeno mettere il palazzo in isquadra, per non avere voluto chi governava che in modo nessuno il palazzo avesse i fondamenti in sul terreno degl'Uberti rebelli, epiù tosto comportarono che si gettasse per terra la navata di verso tramontana di S. Piero Scheraggio che lasciarlo fare in mezzo della piazza con le sue misure; oltreché volsono ancora che si unisse et accomodasse nel palazzo la torre de' Foraboschi, chiamata la torre della Vacca, alta cinquanta braccia, per uso della campana grossa, et insieme con essa alcune case comperate dal Comune per cotale edifizio. Per le quali cagioni niuno maravigliare si dee se il fondamento del palazzo è bieco e fuor di squadra, essendo stato forza, per accommodar la torre nel mezzo e renderla più forte, fasciarla intorno colle mura del palazzo, le quali da Giorgio Vasari pittore e architettoessendo state scoperte l'anno 1561 per rassettare il detto palazzo al tempo del duca Cosimo, sono state trovate bonissime. Avendo dunque Arnolfo ripiena la detta torre di buona materia, ad altri maestri fu poi facile farvi sopra il campanile altissimo che oggi vi si vede, non avendo egli in termine di due anni finito se non il palazzo, il quale poi, di tempo in tempo, ha ricevuto que' miglioramenti che lo fanno esser oggi di quella grandezza e maestà che si vede…”.

Di proprietà della nobile famiglia fiorentina dei Foraboschi, la Torre della Vacca è riconoscibile ancor oggi da un osservatore attento che guardi la facciata di Palazzo Vecchio da Piazza della Signoria, cioé quella fila di finestre chiuse proprio sotto la Torre di Arnolfo. In passato fu un simbolo per i fiorentini ed ogni volta che la sua grande campana suonava solevano dire “la vacca mugghia, la vacca muggisce e se il Palazzo era il cuore pulsante di Firenze la sua torre, senza alcun dubbio, ne era l’anima.


La crittologia è la tecnica delle scritture segrete figlia del trattato "De componendis cyfris" di Leon Battista Alberti (Genova 1404 - Roma 1472) ed è la tecnica utilizzata affinché un messaggio sia comprensibile solo alla persona a cui esso è destinato. I motivi e le circostanze che indussero l’Alberti a comporlo sono raccontati nell’introduzione dell’opera: attorno al 1465, passeggiando nei giardini vaticani con il suo amico Leonardo Dati, segretario apostolico di Papa Paolo II, la conversazione ricadde sul problema della segretezza dei documenti e sulla necessità di trovare un metodo per la difesa degli scritti diplomatici che si volevano proteggere e malgrado l’Alberti non si fosse mai occupato di simili argomenti accolse la richiesta del Dati di cercare di risolvere il problema.

Il risultato fu appunto il trattato in latino “De componendis Cyfris“ (1466 – 1467) contenente nella prima parte molte osservazioni  sulla lingua italiana dell’epoca ed in seguito il rivoluzionario metodo del disco cifrante, primo apparato meccanico per la decifrazione dei messaggi in codice.

Cento anni dopo, nel 1568, il manoscritto venne stampato di propria iniziativa e tradotto dal latino al toscano volgare di quegli anni da Cosimo Bartoli (Firenze, 20 dicembre 1503 – 25 ottobre 1572) con il titolo "La cifra”.

Gli anagrammi erano degli escamotages conosciuti anche a Firenze tra gli artisti ed i letterati negli anni di Giorgio Vasari, molto famosi qualche anno più tardi quelli dell’astronomo Galileo Galilei del 1610, veri e propri messaggi cifrati con cui comunicò al collega ed amico Keplero.

mportanti scoperte astronomiche ma anche Cosimo Bartoli, amico intimo e consigliere del Vasari, si firmò con lo pseudonimo Neri Dortelata, anagramma conosciuto da anni di   "ordina lettera", "colui che mette in ordine le parole", cosa davvero interessante considerato il ruolo del Bartoli nel progetto e nello studio proprio dell' affresco "La Battaglia di Marciano in Val di Chiana", il dipinto della scritta “CERCA TROVA”. Erudito ecclesiastico e letterato fiorentino, partigiano della famiglia Medici per conto dei quali svolse anche il ruolo di rappresentante diplomatico a Venezia Cosimo Bartoli è ricordato anche per il suo tentativo di “piegare la lingua volgare, divenuta ormai perfetto strumento nelle mani di poeti e prosatori d'arte, ad esprimere anche contenuti scientifici”, come scrive l'Enciclopedia Treccani,

In merito agli anagrammi il sottoscritto è assolutamente consapevole che spesso le soluzioni per la stessa parola o per la stessa frase sono molteplici ma una soluzione che poi si riveli un nome proprio di un luogo, non un nome generico come “torre alta” o “torre vecchia”, un luogo che sta a pochi metri dal messaggio stesso e nello stesso edificio lascia poco margine alla probabilità che si tratti di caso o di coincidenza.


Leonardo da Vinci: la battaglia di Anghiari

La Battaglia di Anghiari, copia di Pieter Paul Rubens


Tratto da “Le vite de più eccellenti pittori, scultori e architettori” , Giorgio Vasari, edizione Giuntina, biografia di Leonardo da Vinci:


“…Per la eccellenzia dunque delle opere di questo divinissimo artefice, era tanto cresciuta la fama sua, che tutte le persone che si dilettavano de l’arte, anzi la stessa città intera disiderava ch’egli le lasciasse qualche memoria; e ragionavasi per tutto di fargli fare qualche opera notabile e grande, donde il pubblico fusse ornato et onorato di tanto ingegno, grazia e giudizio, quanto nelle cose di Lionardo si conosceva.

E tra il gonfalonieri et i cittadini grandi si praticò che essendosi fatta di nuovo la gran sala del consiglio, l’architettura della quale fu ordinata col giudizio e consiglio suo, di Giuliano S. Gallo e di Simone Pollaiuoli detto Cronaca e di Michelagnolo Buonarroti e Baccio d’Agnolo (come a’ suoi luoghi più distintamente si raggionerà). La quale finita, con grande prestezza fu per decreto publico ordinato, che a Lionardo fussi dato a dipignere qualche opera bella; e così da Piero Soderini, gonfaloniere allora di giustizia, gli fu allogata la detta sala…”


Il Gonfaloniere della Repubblica fiorentina Pier Soderini (Firenze, 18 maggio 1450 – Roma, 13 giugno 1522) nel 1503 diede l’incarico a Leonardo da Vinci di dipingere in una parete della Sala del Consiglio, oggi Salone dei cinquecento, ma per motivi dovuti al metodo ad encausto forse inadatto per dipinti di grandi dimensioni, l’opera non venne mai portata a termine. Il dipinto fu fortemente voluto tanto dalla Signoria quanto dal popolo fiorentino ma nessuna fonte storica racconta quanto rimase dell’opera e per quanto tempo fosse stata visibile agli occhi del pubblico.

In verità già dal 1512 altre fonti ci dicono che i mercenari spagnoli della Lega Santa,
capitanati dal Cardinale Giovanni de Medici, figlio di Lorenzo il Magnifico, giunti a Firenze per riaffermare la dinastia medicea sul trono non si fecero scrupolo di distruggere l'arredamento ligneo della Sala del Consiglio, loro acquartieramento ma le stesse fonti nulla riferiscono in merito al dipinto.

Molto importante altresì la testimonianza dello studioso tedesco Johannes Gaye (Tonning, 8 novembre 1804 – Firenze, 26 agosto 1840) che con il libro“Carteggio inedito d’artisti dei secoli XIV. XV. XVI.“ dell’anno 1840, “ essendo di somma importanza ogni minuta particolarità che riguardi tal opera e tal uomo” pubblica il risultato di una ricerca personale negli archivi storici dove sono conservati i manoscritti circa gli “stanziamenti agli operai del Palazzo e della Sala del Consiglio”, ossia una lista di voci che sono appunto alcune delle spese sostenute dalla Repubblica fiorentina, compensi e pagamenti per materiali di ogni sorta per consentire a Leonardo di affrescare la Battaglia di Anghiari.

Quarantacinque fiorini d’oro vennero pagati a Leonardo da Vinci il 30 giugno 1504 come provvigione per tre mesi di lavoro, cinque al pittore suo aiuto Ferrando Spagnolo, sedici lire a Maestro Antonio di Giovanni, muratore e si continua fino all’ultima voce , quella del 30 aprile 1513 quando Francesco di Chappello, falegname, venne retribuito con 8 lire per costruire un’armatura di legno per proteggere “ le figure dipinte nella sala grande , per difenderle che non sieno guaste”. Il documento è stato sottostimato dai ricercatori e dagli studiosi perchè é forse il vero punto di partenza per ogni ricerca della Battaglia di Anghiari di Leonardo: la costruzione dell’armatura di legno palesa la volontà dei fiorentini di preservare e probabilmente nascondere l’opera, impedire che abbia la stessa sorte dell’arredamento ligneo della Sala del Consiglio Maggiore distrutto nel 1512 dalle truppe dei mercenari spagnoli che lì si erano acquartierate per insediare di nuovo i Medici al potere.


La battaglia di Marciano in Val di Chiana di G. Vasari


L’attività di mecenatismo del Duca Cosimo I e la grande attenzione per il valore simbolico e propagandistico delle immagini e degli edifici affiancato ad una vigorosa azione politica è l’efficace metodo per il consolidamento del potere. Molto significativo è il trasferimento della residenza della famiglia a Palazzo Vecchio, già sede del Comune e quindi della Repubblica che segna il definitivo tramonto di tutte le speranze d’indipendenza repubblicana, oramai irrealizzabile con l’Impero spagnolo che domina lo scacchiere politico internazionale. 

Giorgio Vasari è profondamente permeato dalla cultura cortigiana di quegli anni e asseconda ogni richiesta celebrativa ed encomiastica del Duca Cosimo e naturalmente ciò avviene anche per il restauro e l’abbellimento di Palazzo Vecchio.

Sei grandi affreschi nel Salone dei Cinquecento raccontano sei episodi di due guerre combattute e vinte da Firenze, contro Pisa e contro Siena, una combattuta dal governo popolare ed una dal Duca Cosimo, una vinta in quattordici anni e l’altra in quattordici mesi e La battaglia di Marciano in Val di Chiana“  è proprio uno di quei sei grandi affreschi. Per volontà insindacabile del Duca Cosimo due colti letterati ed ecclesiastici, Cosimo Bartoli e Vincenzo Borghini (Firenze, 29 ottobre 1515 – Firenze, 15 agosto 1580), suggerirono a Giorgio Vasari i soggetti, i metodi e la posizione di tutte le opere che il Vasari dipinse nel Salone dei Cinquecento ed a Palazzo Vecchio di Firenze ed i suggerimenti furono tramite fitta corrispondenza privata come nella lettera inviata dal Bartoli al Vasari il primo di gennaio del 1556 e pubblicata in rete, assieme a l’intero Carteggio Vasariano, dalla Fondazione Memofonte: 


“…Fateli una Virtù che avessi per mano la Fortuna, quasi che in lui fussi virtù e fortuna in questaritornata; e se qui avessino a mettersi lectere, ci metterei: dVCE VIRTUTE COMITE FORTVNA. Ne l'altro quadro farete le tante edificazioni de' templi, le quali egli stia a vedere e a dar disegni; e la accompagnerei con la Diligenzia e la Religione: per l'una delle quali farei una donna con duoi pungoli, e per l'altra farei una donna, grave di età, vestita di un drappo d'oro, con un lembo di essa vesta intesta e con una benda che gli cingesse la testa, e se lettere vi vorrete, vi metterei: dILIGENS INRELIGIONEM PIETAS overo DILIGENS IN DEOS RELIGIO. Ne l'altro farei Cosimo a sedere, quando gli imbasciadori Bolognesi li vengon a chieder Santi, figliuolo di Ercole Bentivogli; e fareili Santi giovanetto, con cavalli, servitori e apparati, datigli da Cosimo, quando lo mandò al governo di Bologna. 

Aggiugnerevi la Astuzia overo Sagacità e la Animosità, percioché mediante la astuzia di Cosimo questo giovane prese animo e governò poi bene le cose di Bologna. 

Per l'Astuzia farei una donna, che [ha] una face di ciera nella mano stanca dietro e uno specchio inanzi nella destra. Per la Animosità farei una donna con un leone overo uno Ercole col leone, e se volete lettere: sAGACITATE ANIMVM FACIT overo SAGAX ANIMUM FACIT. 

Lo esilio lo farei, che si partissi da Firenze; e li farei la Forteza e la Prudenzia, perché fu tanto prudente e forte di animo, che gli non si sbigottendo punto, seppe tanto operare, che fu richiamato. E per la Forteza farei una donna, apoggiata alla colonna; e per la Prudenzia una donna, come altra volta vi ho detto, e se volete lettere: fORTES PRVDENTIA FATI NECESSITATEM SVPERANT.Ne l'altro lo farei con un monte di letterati atorno, che gli porgessino libri, e con statuarii, che gli porgessino statue e cavagli, e che egli donassi loro varie cose; e lo accompagnerei dalla Eternità edalla Fama: per la Eternità farei una donna che avessi l'un de' piedi sopra un cumulo di libri, di statue e di armi; e per la Fama la sapete. Altri fanno una donna, che suona due tronbe a un fiato, e se volete lettere, vi farei: vBIQUE SEMPER.

Quanto al D. [Camera del Duca Cosimo] farei nel mezo, volendo serbar la guerra di Siena per la sala grande, la rotta di Monte Murlo, con molti prigioni che gli fussino condotti inanzi; e l'accompagnerei con la Presteza e con ` il Valore: per la Presteza farei una donna che caminasse e con due grandi ali alle spalle, per il Valore un giovane armato, con il capello di Mercurio in testa, con una palma in la mano stanca e una spada nella destra, e se volete lettere: cAELERI VIRTUTE.

Ne l'altro farei la edificazion della Elba, accompagnandola con la Sicurta e con uno…”


La “ sala grande “ citata  è il Salone dei Cinquecento ed il Bartoli comunica al Vasari che è proprio in quel luogo che l’aretino dovrà affrescare i tre episodi bellici  che raccontano la vittoria di Firenze contro Siena e quindi anche quello della Battaglia di Marciano in Val di Chiana e leggendo la lettera si comprende quanto fossero importanti le epigrafi ed ogni scritta, quanto studio fosse stato fatto affinché ogni vocabolo “dipinto“ nelle opere fosse davvero il termine più consono, come anche Vincenzo Borghini spiega a Giorgio Vasari con la lettera del 13 gennaio 1567 sempre proveniente dal Carteggio Vasariano:


Messer Giorgio mio".

Io son qui senza libri e per l'ordinario sono senza memoria e per lo strasordinario quasi senza

cervello per certe faccende fastidiose, che mi tengono occupato tutto l'animo.

Io ho veduto quella inscrizione; et in vero quello AVSPICIIS è cosa di maggior impresa che non è questa, oltre che a parlar propriamente ha forse un altro senso che non cape qui. Potrebbesi dire semplicemente: COSMUS MEDICES. FLOR. ET. SEN. DVX. AVXIT. MDLXVI, perché qui non è fatto l'edificio tutto di nuovo. 

Ma vi è aggiunta una parte per commodità, che non era rovinata, ma mancava; onde non par che l'INSTAURAVIT propriamente vi abbi luogo. Questo AUXIT conosco che è detto seccamente. Ma datemi tempo, che io legga qualcosa, e forse troverrò qual cosa più approposito, che queste simil cose l'ho oramai dimenticate. 

Se io avessi a fare a gusto mio, io non vi metterei il verbo, ma semplicemente COSMVS. MED. FLOR. ET. SEN. DVX. MDLXVI: che son poche parole, vanno in tre versi, e ciascuno aggiugnessi con suo gusto et intelletto o AVXIT o altro verbo, che alla grandezza di Sua Eccellenza Illustrissima questa è una cosa tanto piccola, che non vi bisogna troppa dimostrazione di parole. Se lo spazio fusse maggiore, si potrebbe toccar qualcosa della COMMODITA, che farebbe il proprio punto di questa fabrica. Ma non si può variar concetto, che le parole non multiplichino più che non patisce lo spazio.

Non vorrei per cosa del mondo, che le parole fussino di messer Piero Vettori, ché vi so dire, non mi mancherebbe altro che ritoccar le cose sue, che ancor si duole di me a cielo; e pur ieri intesi, che fino a Roma ha mandato il romore, che io l'ho assassinato nella cosa di quelle inscrizioni. E voi sapete, come la cosa andò per l'appunto, e quanto in questo egli abbia il torto. N'arete pazienza etc. Dio con voi.

Dagli Albori a 13 di gennaio 1566.

Don Vincenzo Borghini vostro.


Al Magnifico messer Giorgio Vasari.

Magnifico messer Giorgio. Ho di poi considerato meglio quella voce AUXIT, et non vi vuole essere per nulla, che non sta bene, e non si truova usata da buono autore per acrescimento di cosa materiale come questa; si che non la lasciate mettere in opera. E ci rivedremo.

Al Magnifico messer Giorgio Vasari, Pittore EX. O”


Davvero difficile immaginare che due eruditi letterati ed accademici quali sono considerati Cosimo Bartoli e Vincenzo Borghini abbiano mai potuto commettere un errore di grammatica e di lessico così banale come è anche difficile credere che la scritta “CERCA TROVA” sia un rimando, un riferimento o un’allusione al verso della Divina Commedia di Dante Alighieri “Libertà va cercando, ch'è sì cara come sa chi per lei vita rifiuta", come ritenuto da alcuni studiosi.


Damnatio Memoriae

Cosimo I de Medici


L'arte è il mezzo che usa la politica per il confronto, la forza del Duca da un lato ed i tempi lunghi e la precarietà dall'altra, l'efficienza del Duca contro il caos della democrazia senza un vero condottiero.

Quello che desiderava Cosimo I con quegli affreschi non era solo illustrare la storia della città ma era il consenso dei fiorentini e lo stesso Vasari sottolinea la durata delle due guerre nella sua autobiografia proprio quando scrive delle vicende del restauro di Palazzo Vecchio ne “Le vite de più eccellenti pittori, scultori e architettori “ opera interamente dedicata al principe fiorentino: 


“...Le quali storie dico trattano delle cose di Fiorenza, dalla sua edificazione insino a oggi, la divisione in quartieri, le città sottoposte, nemici superati, città soggiogate, et in ultimo il principio e fine della guerra di Pisa, da uno de’ lati, e dall’altro il principio similmente e fine di quella di Siena; una dal governo popolare condotta et ottenuta nello spazio di quattordici anni, e l’altra dal Duca in quattordici mesi, come si vedrà;...”


In definitiva quei sei affreschi sono uno straordinario esempio di propaganda e da questo punto di vista non è difficile immaginare i motivi per cui La battaglia di Anghiari di Leonardo non avrebbe mai potuto trovare alcuna collocazione in alcun palazzo o edificio mediceo: era il dipinto del maestro più grande a cui Dio stesso fece dono delle capacità, era l’opera che affascinò e sconvolse gli artisti contemporanei, era come un magnete che attirava sguardi e catalizzava l’attenzione ma che purtroppo raccontava le gesta eroiche dei nemici, una vittoria del governo popolare e negli anni di Giorgio Vasari fresche erano ancora le ferite e vivi erano l’odio ed il ricordo della guerra fratricida tra la Repubblica e i Medici tiranni.

La modesta ricerca condotta dal sottoscritto rafforza l’ipotesi che la scritta CERCA TROVA possa trattarsi di un messaggio, una “cifratura“, un’indicazione davvero riferita alla Battaglia di Anghiari di Leonardo da Vinci, opera forse traslata da un parete del Salone dei Cinquecento per far posto ad altre opere e nascosta nella Torre della Vacca durante i grandi lavori di restauro del Palazzo della Signoria o forse occultata dagli stessi fiorentini nei giorni del crepuscolo della Repubblica poco tempo prima del ritorno dei Medici a Firenze e poi riscoperta in maniera casuale ai tempi della ristrutturazione del Palazzo.

Se durante questi grandi lavori da lui diretti Giorgio Vasari si imbatté davvero in ciò che restava della Battaglia di Anghiari, considerato anche ciò che è accadde in merito alla vicenda del ritrovamento del dipinto “ la Trinità “ di Masaccio ai tempi del restauro della Basilica di Santa Maria Novella in Firenze e considerato l’immenso amore e sincera ammirazione di Giorgio Vasari nei confronti di Leonardo da Vinci, della sua arte e della persona, è molto probabile che egli avrebbe tentato in ogni maniera di preservare tal opera con la consapevolezza che La battaglia di Anghiari sarebbe stata a rischio nelle mani della famiglia Medici proprio per il suo forte valore politico e di qui la scelta obbligata di occultarla.

L’auspicio è che le ricerche a Firenze riprendano presto e con i metodi assolutamente non invasivi offerti a noi oggi dalle tecnologie. 


Fiorini d’oro e veleni per la Battaglia di Anghiari

a cura di Marco Mattia


Stampato a Firenze e pubblicato nel 1840, “Carteggio inedito d’artisti dei secoli XIV, XV, XVI“ è una raccolta di documenti storici, lettere ma anche decreti di antiche repubbliche e “cadenti municipi“, ritrovati negli archivi, poi scelti e testo dei quali quindi pubblicato dallo storico dell'arte tedesco Johannes Gaye ( Tönning, 8 novembre 1804 – Firenze, 26 agosto 1840 ), con l’intento di “chiarire maggiormente l’unità, la quale fra le arti e fra la storia politica ha necessariamente in ogni tempo esistito ”, testimonianza veritiera del rapporto tra coloro che detenevano il potere politico in quei secoli e gli artisti, a volte maestri straordinari come Michelangelo Buonarroti e Leonardo da Vinci.

Conteso tra milanesi e fiorentini, tre lettere, la numero XXXII, la XXXIII e la XXXIV pubblicate nel secondo volume del “Carteggio” da pagina 86 nell’edizione presa in considerazione dal sottoscritto, raccontano un episodio importante della vita di Leonardo e quanto il genio fosse amato da alcuni e detestato da altri.

Sono i tempi del ritorno a Milano, soggiorno di pochi mesi per Leonardo, su invito di Carlo II d'Amboise (Chaumont-sur-Loire, 1473 – Correggio, 1511), preludio di un rapporto importantissimo con un altro Re di Francia, Francesco I e del trasferimento a Cloux nei pressi del castello reale di Amboise.

Con le lettere XXXII e XXXIII del 19 e 18 agosto 1506 e indirizzate alla Signoria di Firenze, Gioffredo Caroli (nel documento pubblicato dal Gaye si legge Iafredus Kardi) Vicecancelliere del Ducato milanese, proprio all’indomani della nomina dell’artista toscano ad ingegnere e pittore di corte da Re Luigi XII (Blois, 27 giugno 1462 – Parigi, 1º gennaio 1515), chiede alla signoria di Firenze il permesso di trattenere Leonardo a Milano

“per fornire certa opera, che li habiamo facto principiare“, “de prolungare lo tempo che hano dato ad esso Mro. Leonardo per dì, nonostante la promessa per lui facta“, “et che per questo non incorra pena alcuna“.

Il tono della missiva, quasi una preghiera, è il linguaggio formale proprio di quei diplomatici, una cortese richiesta alla quale sarebbe davvero stato difficile non dare seguito, richiesta che probabilmente avrà anche meravigliato i destinatari politici fiorentini d’inizio cinquecento avvezzi ad altro genere di contese diplomatiche che poco ebbero a che vedere con le arti e gli artisti di quegli anni.

Gioffredo Caroli purtroppo non specifica di quale genere di impresa fosse stato incaricato al tempo Leonardo da Vinci a Milano.

Pier Soderini (Soderini Piero di Tommaso, Firenze 1452 - Roma 1522) dal 1502 Gonfaloniere a vita della Repubblica di Firenze, proprio a seguito di quella richiesta , il 9 di ottobre del 1506 risponde al Vicecancelliere milanese ed il testo di quella lettera, la numero XXXIV del “Carteggio”, è di grande interesse storico non solo perché racconta al meglio un momento importante della storia e dell’arte fiorentina ma anche perché tratteggia le personalità ed anche alcuni sentimenti dei protagonisti di quelle vicende, ovvero il più importante Magistrato fiorentino e l’artista più conteso e noto del tempo, il Maestro più grande anche dei tempi che verranno dopo.

Anchora ciscusa la S.V. in concordar un dì Leonardo da Vinci, il quale non si è portato come doveva con questa Repubblica; perché ha preso buona somma di denaro e dato un piccolo principio a un’ opera grande doveva fare, et per amore della S.V. si è conportato già da delatore. Desideriamo non essere ricerchi di più, perché l’opera ha ad satisfare allo universale, et noi non possiamo senza nostro caricho fare più sostenere...”.

Una grande somma di denaro riscossa da Leonardo come provvigione per un opera che egli mai portò a termine, una mancanza imperdonabile ed una scorrettezza nei confronti della Repubblica di Firenze che Pier Soderini non esitò a riferire al Caroli con quella lettera di risposta, terribili referenze, le peggiori possibili, commiato e buonuscita da parte della Repubblica toscana.

L’opera in questione è il dipinto murale “La Battaglia di Anghiari”, capolavoro di cui si è perduta ogni traccia e commissionata all’artista di Vinci per espresso volere dei fiorentini tutti proprio dal Gonfaloniere nel 1503. Leonardo iniziò a dipingere su di una parete del Salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio, all’epoca Sala del Consiglio Maggiore, un grande dipinto che celebrava l’importante vittoria militare della Repubblica di Firenze contro l’esercito del Duca di Milano, battaglia combattuta il 29 giugno 1440 nella piana di Anghiari oggi in provincia di Arezzo e gioiello dalla valle del Tevere. Un’altra parete della Sala del Consiglio Maggiore venne dal Soderini riservata invece ad un altro straordinario artista di quei tempi, Michelangelo Buonarroti (Caprese, 6 marzo 1475 – Roma, 18 febbraio 1564) affinché egli dipingesse un’altra scena di un’altra impresa militare di Firenze contro Pisa, la Battaglia di Cascina combattuta il 29 luglio 1364.

Per la propria opera Leonardo da Vinci scelse l’encausto, una tecnica di pittura in uso presso gli antichi e che prevedeva l’utilizzo di grandi bracieri da porsi a ridosso del muro per asciugare, consolidare e fissare la pittura.

Giorgio Vasari (Arezzo, 30 luglio 1511 – Firenze, 27 giugno 1574) nella biografia di Leonardo da Vinci de “Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori” racconta al meglio ciò che accadde e come si concluse l’ardito esperimento : “ ...Dicesi che per disegnare il detto cartone fece uno edifizio artificiosissimo, che stringendolo, s'alzava, et allargandolo, s'abbassava. Et imaginandosi di volere a olio colorire in muro, fece una composizione d'una mistura sí grossa, per lo incollato del muro, che continuando a dipignere in detta sala, cominciò a colare, di maniera che in breve tempo abbandonò quella...”.

Pier Soderini nella lettera del 9 ottobre del 1506 non fa menzione al Caroli di quelle “colature” e dello stato della “Battaglia di Anghiari” di Leonardo, forse l’opera non era poi così compromessa e forse agli occhi del politico quei difetti sembravano dettagli correggibili ma è invece facile comprendere che sarebbero state quelle le peggiori referenze riferibili, la cronaca di un presunto fallimento del Maestro più grande e più conteso.

Importantissimo ciò che invece il Gonfaloniere fiorentino scrive in merito alle dimensioni del dipinto che il Maestro aveva già abbandonato, parole che dovrebbero essere tenute in forte considerazione da quegli storici dell’arte e da quegli studiosi che ritengono possibile che l’opera si celata in qualche luogo di Palazzo Vecchio ma che ostinatamente continuano a cercare un dipinto di grandi dimensioni : “dato un piccolo principio a un’ opera grande doveva fare”.

Giorgio Vasari, sempre nella biografia di Leonardo, racconta come andò a finire quella storia: “...Aveva Lionardo grandissimo animo et in ogni sua azzione era generosissimo. Dicesi che andando al banco per la provisione, ch'ogni mese da Piero Soderini soleva pigliare, il cassiere gli volse dare certi cartocci di quattrini, et egli non li volse pigliare, rispondendogli: “Io non sono dipintore da quattrini”. Essendo incolpato d'aver giuntato, da Piero Soderini fu mormorato contra di lui; perché Lionardo fece tanto con gli amici suoi, che ragunò i danari e portolli per restituire, ma Piero non li volle accettare...”.

La nota a seguito della lettera numero XXXIV è da considerarsi un documento importantissimo e probabilmente il vero punto di partenza per chi vorrà intraprendere ogni futura ricerca del dipinto di Leonardo.

“ Essendo di somma importanza ogni minuta particolarità che riguardi tal opera e tal uomo “ Johannes Gaye compie una ricerca negli archivi storici dove sono conservati i manoscritti circa gli “stanziamenti agli operai del Palazzo e della Sala del Consiglio” e quella nota altro non è che una lunga lista di voci che si riferiscono ad alcune delle spese sostenute dalla Repubblica fiorentina, compensi agli artisti e pagamenti dei materiali per consentire a Leonardo di portare a compimento la “Battaglia di Anghiari” in un lasso di tempo compreso tra l’ 8 febbraio 1504 al 30 agosto 1505 e per lavori eseguiti prima nella Sala del Papa in Santa Maria Novella a Firenze e poi nella Sala del Consiglio Maggiore, oggi Salone dei Cinquecento.

Falegnami, muratori, cartolai, speziali, commercianti di tessuti, manovali, un camerlengo della dogana, compensi per lavori, servizi e materiali di ogni sorta come l’attrezzatura e gli ingredienti per le pitture usate da Leonardo, ingredienti i quali Tomaso di Giovanni Masini, un garzone, dovrà macinare per la preparazione delle pitture appunto e per cui verrà ricompensato con la cifra di un fiorino d’oro il 30 agosto 1505: bianca alessandrina, bianchetta soda, gesso volterrano, pere greche, olio di lino, spugna veneziana, olio di noce, biaccha e anche cera bianca per appannare certe finestre dei locali dove lavorava il Maestro.

Tra le voci più importanti naturalmente i compensi al Genio di Vinci, diversi pagamenti in lire, fiorini d’oro e fiorini larghi d’oro e anche le provvigioni ai due straordinari aiuti del Maestro, Raffaello d’Antonio di Biagio ( probabilmente trattasi di Biagio d'Antonio da Firenze) e Ferrando Spagnuolo.

Importantissima ai fini di una eventuale ricerca futura del dipinto perduto di Leonardo è anche l’ultima annotazione del Gaye, quella del 30 aprile 1513 quando Francesco di Chappello falegname, venne retribuito con 8 lire per costruire un’armatura di legno per proteggere “le figure dipinte nella sala grande, per difenderle che non sieno guaste”.

La lotta per il potere politico ed economico a Firenze nel XV e XVI secolo ebbe come protagonisti la famiglia de’ Medici da un lato e i sostenitori della Repubblica dall’altro e le fonti storiche raccontano di vicende sanguinose e assassinii, congiure e vendette erano assai frequenti, quasi all’ordine del giorno e accadde che nel corso di quegli anni le due fazioni si avvicendarono più volte alla guida della città. La data di quell’ultimo stanziamento, il 30 aprile 1513, a parere del sottoscritto è molto significativa perché in un momento ben preciso, un contesto storico particolare.

Pochi giorni prima di quella data, il 14 settembre 1512, alcuni soldati mercenari con alla testa il cardinale Giovanni de’ Medici, figlio di Lorenzo il Magnifico, suo fratello Giuliano ed ad altri membri della casata medicea entrarono a Firenze e due giorni dopo il cardinale Giovanni ed alcuni fedelissimi armati occuparono proprio il Palazzo della Signoria, un vero colpo di stato che reinsedia ancora una volta i Medici sul trono di Firenze: aboliti il Consiglio Grande e quello degli Ottanta e istituiti i consigli dei Settanta e dei Cento, naturalmente controllati dai Medici.

A febbraio del 1513 venne sventata la congiura antimedicea di Pietropaolo Boscoli e Agostino Capponi in seguito giustiziati e l’11 marzo Giovanni de’ Medici ascende al soglio pontificio con il nome di Leone X, ponendo di fatto fine ai tempi della Repubblica.

Vicende importanti per la storia di Firenze si susseguirono in un breve lasso temporale, facile immaginare il caos di quei giorni in città, i timori di vendette e ritorsioni di coloro che parteggiarono per la Repubblica fiorentina erano in effetti assolutamente motivati.

Proprio nei giorni del crepuscolo di quella travagliata esperienza di democrazia e malgrado fossero ben altre le priorità per la città qualcuno ritenne assolutamente necessario che quello che rimaneva al tempo visibile agli occhi dei fiorentini della “Battaglia di Anghiari” di Leonardo da Vinci venisse preservato tanto per la magnificenza di quelle figure dipinte quanto sicuramente anche per il loro messaggio politico simbolico, una vittoria militare di Firenze, una delle più grandi glorie della Repubblica ed impedire quindi che l’opera avesse la stessa sorte dell’arredamento ligneo della Sala del Consiglio Maggiore, distrutto nel 1512 dalle truppe dei mercenari spagnoli che lì si erano acquartierate per insediare di nuovo i Medici al potere.

NOTE E BIBLIOGRAFIA

  •  Paolo Giovio, “Leonardi Vincii Vita“, Storia della letteratura italiana di Girolamo Tiraboschi, Milano, per Nicolò Bettoni, anno 1833: da pagina 365.
  • Vocabolario degli Accademici della Crusca, terza edizione, Nella stamperia dell’Accademia della Crusca, 1691, Firenze : Indice dei proverbi greci, pagina 316.
  • Agostino Ademollo, “Marietta de Ricci ovvero Firenze al tempo dell’assedio“, Nella stamperia Granducale, 1840, Firenze, da pag. 363.
  • Vincenzo Lancetti, “Pseudonimia, ovvero Tavole alfabetiche de' nomi finti o supposti degli scrittori con la contrapposizione de' veri ad uso de' bibliofili, degli amatori della storia letteraria e de' libraj di Vincenzo Lancetti”, Luigi di Giacomo Pirola Tipografo Libraio, Milano 1836.
  • Gio. Batista Clemente de Nelli, “Vita e commercio letterario di Galileo Galilei Nobile e patrizio fiorentino“ , Volume I, Losanna 1793, pag. 213.
  • “Catalogo della libreria Capponi o sia de’ libri italiani del fù Marchese Alessandro Gregorio Capponi“, Bernabò e Lazzaroni editori, anno 1747, nota a fondo pagina 161.
  • S. Salvini, Fasti consolari dell'Accademia Fiorentina, Firenze 1717, p. 80.
  • Fiorenza Scalia, “ Palazzo Vecchio. Storia e arte” Becocci editore, 1979.
  • Johannes Gaye, “Carteggio inedito d’artisti dei secoli XIV. XV. XVI.“ , Giuseppe Molini editore, 1840, nota a fondo pagina 88.
  • Fondazione Memofonte, Archivio Vasariano, Vasari scrittore.
  • Data: 1556-01-01, Intestazione: COSIMO BARTOLI IN FIRENZE A GIORGIO VASARI IN FIRENZE, Segnatura: ACVA, 11 (XLV), cc. 31-32
  • Fondazione Memofonte, Archivio Vasariano, Vasari scrittore.
  • Data: 1567-01-13, Intestazione: VINCENZO BORGHINI IN GLI ALBERI A GIORGIO VASARI IN FIRENZE, Segnatura: ASF, CdA, IV, nn. 3, 4.
  • Alfonso Musci “Giorgio Vasari : Cerca Trova, la storia dietro il dipinto“.
  • Il fatto che un dipinto del Vasari, la pala d’altare “ La Madonna e i misteri del rosario” fosse posta davanti ed a occultare un'altra opera creduta scomparsa da secoli è un precedente importante. in merito a eventuali ricerche della Battaglia di Anghiari di Leonardo da Vinci.
  • Masaccio (Castel San Giovanni in Altura oggi San Giovanni Valdarno, 21 dicembre 1401 – Roma, 1428) affrescò la Trinità in Santa Maria Novella tra il 1424 e il 1425 ed il ritrovamento dell’opera avvenne in due momenti differenti.
  • Attorno al 1860 a seguito di lavori di restauro venne rinvenuto l’affresco nella parete di sinistra della terza navata di Santa Maria Novella, parete alla quale era stata addossato un altare con una pala, La madonna e i misteri del rosario del Vasari, durante il restauro diretto da quest’ultimo nel 1570, restauro legato alla controriforma . Il dipinto venne smontato, restaurato e posto in altro luogo nella chiesa, cosa che all’epoca suscitò molte polemiche.
  • Nel 1952, durante un altro restauro, venne rinvenuta la parte inferiore dell’affresco, la parte dove è raffigurato lo scheletro che simboleggia la morte e l’iscrizione nella lingua fiorentina di quegli anni: "IO FU GIÀ' QUEL CHE VOI SETE E QUEL CH’I SON VOI ANCO SARETE".
  • I ricercatori diedero per scontato che fosse l’originale ubicazione dell’opera e fatto il lavoro di restauro proprio li la posero, dove è visibile al pubblico adesso.


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